A Proposito di Craxi di Massimo Veltri

A intermittenza, ma con una certa frequenza, si torna a parlare di Bettino Craxi. Per intitolargli una piazza o una via, per interrogarsi se era uno statista, per spiare se aveva previsto tutto, per confrontarlo con i politici di oggi.Se ne parla sia da parte di leader nazionali (con fare un pò ruffiano volto alla captatio benevolentiae di quella galassia socialista un tempo potente e ora dispersa, e un pò per ricercare le ragioni del come siamo ridotti) che da cittadini e amministratori che vogliono recuperare l´immagine del politico d´un tempo oppure respingere ogni ipotesi di riabilitazione.La materia, ancora oggi, è di quelle che scottano: continuano a bruciare gli effetti perversi del craxismo. Tangentopoli, la commistione dilagante fra politica e affari, la politica dei due forni, la guerra a sinistra, l´apripista per Berlusconi… Eppure vale la pena cimentarsi in un ragionamento pacato, scevro da condizionamenti ideologici e da furori giustizialisti, soprattutto per rileggere una pagina importante di storia recente che non ha finito di avere ricadute di peso sulla vita di oggi.Craxi irruppe sulla scena politica alla fine degli anni sessanta, ero presente a Milano, da studente universitario, a uno dei suoi primi comizi e si capì subito che non sarebbe stata una meteora. Qual era l´Italia in cui Craxi si presentò? A sinistra il PSI di De Martino era di fatto fiancheggiatore del PCI su cui regnava Enrico Berlinguer, segretario di un PCI per niente monolitico, attraversato da cattocomunisti, leninisti e filosovietici, miglioristi eccetera, ma tenuto insieme dal centralismo democratico e da una cultura politica di grandi idealità e indefessa disciplina. La svolta del Manifesto, il sessantotto, i primi eretici, la piazza, il terrorismo, il conflitto sociale, poi le stagioni dei referendum, malgrado il distacco (nei fatti quanto reale e condiviso?) di Berlinguer da Mosca (l´intervista a Piero Ottone) ma la proposizione del compromesso storico, mostravano un paese in movimento, alla ricerca di nuovi paradigmi, di assetti diversi. Era un´Italia figlia dei due blocchi contrapposti ed era un´Italia ancora disegnata e organizzata per com´era uscita dalla guerra, mentre i costumi, le domande, il modo di produrre e di consumare si rivolgevano verso nuovi, indistinti, orizzonti. Le stesse tematiche sui diritti civili, i giovani, le donne, la crisi del fordismo erano segni inequivocabili rispetto ai quali la Democrazia Cristiana mostrava impaccio e sordità. Che, in buona misura, erano anche quelli di un PCI che dall´alto del suo 34 per cento dei consensi (massimo storico) non capitalizzava al meglio la sua forza, oscillando fra un consociativismo istituzionale (non c ´;era atto normativo della maggioranza che potesse andare avanti senza il placet comunista) e una orgogliosa conclamata diversità, oserei dire antropologica. Il ceto politico, mi si passi lo schematismo di analisi, era per così dire incartato e non pronto a intercettare le domande dei cittadini, a capire il nuovo, oggi si direbbe: a interpretare la modernità. C´era ancora il Ministero delle partecipazioni statali, c´era la Cassa per il Mezzogiorno, tanto per dire, mentre s´avvertivano gli scricchiolii dell´impero moscovita e i partiti non rischiavano nel tentativo, quanto mai necessario, di aggiornarsi, di adeguarsi, in termini di cultura e strumentazione politica, istituzionale, economica. Di fatto, Berlinguer, che rimane una delle figure più fulgide della politica degli ultimi cinquant´anni, finì per diventare ostaggio di se stesso, ritagliandosi in pratica un ruolo di pensatore, ideologo, moralista, ma non riuscendo a sdoganare e a mettere attivamente nel circuito politico nazionale un terzo dei cittadini italiani.Così, Craxi aspettava che la fine del comunismo reale gli regalasse i comunisti reduci del fallimento sovietico, Berlinguer, Occhetto e gli altri, invece e simmetricamente, pensavano che alla lunga il fare corsaro del PSI, che malgrado tutto non sfondava elettoralmente, attestandosi al più intorno al dodici per cento, avrebbe ricondotto i socialisti nella casa madre. Frequenti e noti erano i canali di dialogo fra comunisti favorevoli all´unità a sinistra e socialisti più propensi al dialogo, ma non se ne fece niente. Un niente che, in politica, nonesiste: c´è qualcosa che prende il posto di questo niente. Chi non ricorda La Malfa, Sciascia, Pasolini, Moravia, Calvino, Scalfari, che con acutezza vedevano i rischi all´orizzonte e assistevano, impotenti, allo svolgere delle cose. Durezza comunista, blocco sociale di riferimento storico poco mutato, malgrado le ripetute aperture berllingueriane in politica estera, verso i colletti bianchi, per la libertà; approccio movimentista e libertario, più dinamicpo e disinvolto ma anche più inquietante, da parte del PSI.Ma il sistema non funzionava più: una frase, se si vuole banale, pronunciata da Craxi può sintetizzare lo stato delle cose, quando denunciava sconsolato il fatto che in parlamento sedute su sedute venivano destinate ai contributi in favore degli apicultori di Vattalapesca, mentre i nodi strutturali restavano non solo irrisolti ma neppure affrontati. E in politica estera, le posizioni di affermazione di dignità e diritto nazionale prevalente verso l´;imperialismo alleato americano? Via Fani mise fine all´idillio Moro-Berlinguer e segnò la fine, in tutti i sensi e per tutte le parti in causa, di quell´Italia.Non importa dunque attardarsi nell´interrogarsi sulla sua statura di statista, poco conta intitolargli un posto nelle nostre città, a Bettino Craxi: da un punto di vista esclusivamente politico oggi sarebbe bene esplorare un paio di questioni: i riformisti, tutti ormai o quasi, di oggi, dopo lustri e lustri del riformismo craxiano (trent´anni fa più, o meno, ci fu la famosa querelle sullEspresso di Proudon versus Marx), come si pongono di fronte a quelle premonizioni, a quelle anticipazioni, e come si affronta il dilemma partito democratico sì o no, e se sì come e se no cosa? Ancora: ma è proprio vero, allora, che chi non è in sincrono coi propri tempi e un sentire diffuso esce inevitabilmente sconfitto? Per finire: le forzature, chiamiamole così, di Craxi per fronteggiare le chiese comunista e democristiana e introdurre elementi di ammodernamento nel sistema costavano, costavano tanto, ed era ineludibile far ricorso alla corruzione imperante (senza soffermarmi più di tanto sulla speciosa differenziazione in seguito introdotta: finanziamento ai partiti sì, per fini personali no), oppure, e insieme, il clima che si respirava e col quale occorreva fare i conti quello era e non si poteva fare altrimenti? Questioni già affrontate, lo so bene, in parte squadernate, poi rimosse, chè majora premevano, ma oggi di nuovo prepotentemente d´attualità.La corruzione non è stata sconfitta, l´affarizzazione della politica è sotto gli occhi di tutti, fra bicamerali, modifiche costituzionali, regionalizzazioni, cambiamenti di leggi elettorali e tutto l´ambaradan che conosciamo, il paese è attraversato da insicurezze e domande vecchie e nuove, il ceto politico s´;aggroviglia fra caudillismi destrorsi e populisti e difficoltà di sintesi per una sinistra di governo, l´anagrafe dei governanti è sconsolatamente alta, e ancora maggiore è la distanza fra popolo e palazzi. Certamente non sto con Francesco De Gregori che di recente ha affermato, parola più parola meno, che Craxi era un gigante e oggi siamo di fronte a nani, però se la storia ancora ha un senso, se vogliamo dare significato e valore a un nostro agire collettivo, da qualche parte dovremo pure cominciare, senza assolvere ciò che non si può assolvere, senza mostrare indulgenze che non si possono concedere, ma muovendoci con onestà sul piano politico sì, ed è questo che dovremmo fare.