A proposito di Telcal

Nei giorni scorsi si è tornato a parlare di Telcal in due separate circostanze. Per capire il perché bisogna ripercorrere, seppure per sintesi, le tappe principali di quell’esperienza. Telcal (consorzio misto, senza scopo di lucro, partecipato per il 60 per cento da aziende info-telematiche del gruppo Telecom Italia e per il restante 40 per cento della Regione Calabria come socio-destinatario) è stato liquidato il 31 dicembre 2002 per fine missione. Un progetto a quel tempo ambizioso e per certi aspetti avveniristico, nato alla fine degli anni ’80 da alcune intuizioni di Pierre Carniti e Romano Prodi e reso operativo da Riccardo Misasi che lo fece entrare nelle provvidenze della legge 64 sul Mezzogiorno. Scopo primario di quello che fu battezzato col nome di Piano Telematico Calabria (Ptc) era quello di informatizzare il sistema istituzionale regionale mentre l’obbiettivo indotto puntava a innovare il tessuto sociale, introducendo nuove conoscenze e stimolando l’economia locale. Teniamo presente che a quel tempo la Telecom si chiamava Sip, quindi monopolio vestito con i colori del parastato che doveva rendere conto alla politica. Il Ptc ebbe in dote un’enormità di soldi: 409 miliardi del vecchio conio che rappresentavano, per il settore di riferimento, un’investimento immateriale di proporzioni ciclopiche. L’avvio fu, per varie ragioni, dei più travagliati: contrasti politici, guerre tra il monopolista Sip e le aziende locali a cui erano destinate le briciole, gelosie con il mondo accademico che sperava di esercitare un controllo sulla gestione del progetto ed altro ancora. La voracità del partner privato e l’inanità del partner pubblico chiusero il cerchio su una vicenda consegnata alla storia con una sola parola: “spreco”. Telcal, in estrema sintesi e per comodità di esposizione, svolse il suo accidentato percorso in due fasi: “Telcal 1”, dal 1990 al 1997, fu un progetto esclusivamente informatico consumando un quarto dell’investimento per acquisire da fornitori leader pacchetti software applicati poi ad alcuni uffici regionali. Molti di quei format risultarono inutili giacché, anche in corso d’opera, i singoli assessorati non rinunciarono ad acquistare prodotti informatici a compartimento stagno, non collaborando o addirittura boicottando il committente, cioè se medesimi. Clamoroso fu il caso della “Rilevazione presenze”, ossia del sistema elettronico di timbratura dei dipendenti regionali. Un esperimento virtuoso che durò solo un paio di anni, risucchiato successivamente dalla rottamazione del servizio. Oggi, caso forse unico in Italia, i cinquemila dipendenti regionali non timbrano il cartellino, sicché quella sperimentazione del Ptc sembrò un miracolo di efficienza e legalità. “Telcal 2”, dal 1998 al 2002, vide la trasformazione della Sip in Telecom, prima parastatale e poi privata con l’Opa lanciata da Tronchetti Provera. Il Ptc da progetto informatico si trasformò in progetto telematico tout court per l’ingresso della missione istituzionale nella Società dell’informazione. Era il tempo in cui in Italia entrava l’universo Internet, con tante attese e velleità di poter fare i soldi col web e con i sistemi satelliti del digitale che andavano prendendo corpo. Si riprogettarono gli undici sub progetti utilizzando modelli e piattaforme d’avanguardia. Pur con molte ridondanze di consulenti e proclami, il solido knowhow che c’era dietro contaminò molti giovani calabresi che assunsero significativi profili professionali; conoscenze e competenze fecero capolino in Calabria. Alla fine del 2002 cadde la saracinesca su quell’esperienza, il socio privato incassò insalutato ospite mentre il socio pubblico, che per legge regionale riceveva il riveniente prodotto e collaudato, smistò gli oggetti tra il cestino e il marginale e parzialissimo riuso di alcuni servizi.Ma torniamo all’oggi. Nei giorni scorsi a Rende il partito della Margherita, presente Rutelli, ha tenuto un convegno che si è pronunciato in favore di una ripartenza del settore dell’innovazione hi-tech proprio dalla Calabria, la regione fanalino di coda. Una provocazione ragionata giacché l’immaterialità ha in sé il potere magico di recuperare qualsiasi gap tecnologico. Oriente docet. Al convegno di Rende, città che ha rappresentato l’illusione di un silicon valley nostrana, è intervenuta Enza Bruno Bossio, manager del settore e protagonista della vicenda Telcal in quanto, a suo tempo, coprì l’incarico di direttore generale del Consorzio telematico e di amministratore delegato dell’Intersiel, l’azienda deputata a governare l’attuazione progettuale del Ptc. La Bruno Bossio, dopo avere lanciato una forte critica nei confronti sia di Telecom Italia che della Regione Calabria, per le ragioni prima accennate, ha fatto notare che su 971 accordi stipulati da Telcal con i vari partner territoriali il cinquanta per cento di essi si sono dichiarati soddisfatti di quell’esperienza. Un’apertura di credito non pelosa che getta un fascio di luce su una questione percepita negativamente da tutta l’opinione pubblica calabrese. Fra l’altro ci sono ancora disoccupati pendolanti a cui era stata promessa la California.Qualche giorno dopo l’intervento della Bruno Bossio la Corte dei Conti si è occupata, nell’ambito di un’analisi costi/benefici del comparto dell’Infornation & communication technology, degli effetti prodotti dal Ptc sullo sviluppo della Calabria in termini tattici e strategici. Il magistrato contabile, Giuseppe Ginestra, in un passo della sua lunghissima e articolata relazione ha detto: «Nel 2003 è stata effettuata un’indagine sul livello di gradimento dei servizi rilasciati dal Ptc da cui è emerso che la Telcal ha stipulato 971 accordi di servizio con 800 utenti diversi, potenziali fruitoti (a titolo gratuito) dell’uso sperimentale dei prodotti … tra coloro che avevano sottoscritto un Accordo di servizio, oltre il 40 per cento aveva manifestato l’interesse a proseguire la fruizione dei servizi offerti dietro corrispettivo di un canone». Praticamente Ginestra è arrivato alla stessa conclusione della Bruno Bossio. Entrambi hanno attinto le informazioni dalla fonte Regione Calabria. In assenza di una strategia complessiva di sviluppo, come sempre accade, fu buttata l’acqua sporca con tutto il bambino. Telcal ha avuto, in sostanza, un peccato originale che poi ha scontato sulle spalle non certo di Telecom Italia che ha mangiato la polpa lasciando l’osso ai calabresi. Il peccato del “gratis”: ciò che è gratuito non ha, per definizione, nessun valore. E qui rientra in gioco la parabola della “canna da pesca” menzionata dal direttore Guido Talarico nell’editoriale di domenica 3 luglio sull’importanza di imparare a fare e non a ricevere passivamente assistenza. Fra l’altro nella sua relazione il giudice Ginestra ha rilevato un grave errore del Ptc: «l’esubero di offerta rispetto ad un bacino di domanda in parte ignoto ed in parte non recettivo per come era stato ritenuto». Alla stessa conclusione è arrivata la Bruno Bossio quando ha ricordato come la mancanza di ricadute industriali abbia sterilizzato quell’esperienza.Nella vicenda c’è una morale finale fin troppo evidente: la Calabria i soldi li ha avuti ma non li ha saputo e/o voluto utilizzare. Ora, con le macerie ancora fumanti, si può salvare il “bambino”? In altri termini: sarebbe possibile recuperare, con i naturali aggiornamenti dal momento che la tecnologia invecchia dopo solo sei mesi, pezzi di quella progettualità e riproporli agli attori più sensibili in una sinergia tra l’istituzione regionale e l’imprenditoria locale senza, questa volta, la mediazione degli oligopoli famelici? Ripartendo magari da quel cinquanta per cento che ha gradito quei servizi? Chissà. Si potrebbe aprire una discussione per verificare se ci sono le condizioni minime.Bruno Gemelli ricostruisce la storia del consorzio.