Benvenuti a Furbettopoli

Uno spettro s’aggira per l’Italia. La paura di una nuova Tangentopoli. Anzi, a essere precisi con le parole, di una nuova Mani pulite che riapra una stagione d’indagini sull’illegalità come sistema, che riprenda gli arresti in serie, che arrivi ai piani alti della politica. Le manette scattate ai polsi del banchiere Gianpiero Fiorani e dei suoi sodali e le indagini sui furbetti del quartierino hanno innescato una sindrome Mani pulite che serpeggia nei palazzi romani del potere. A leggere certi resoconti dei più attenti tra i cronisti politici, sembra di essere tornati al 1992, al totomanette, all’attesa del disastro. Tanto che il direttore del Corriere della sera si è sentito in dovere di tranquillizzare il Paese, rassicurando, nell’editoriale del 16 dicembre, che non siamo alla vigilia di una nuova Tangentopoli.Si passerà dai furbetti ai loro padrini di partito? Le celle si apriranno anche per chi aveva dei conti molto speciali nella banca di Lodi e per chi da Roma sosteneva, tifava, tramava? Oppure la bufera passerà lasciando solo i soliti strascichi di polemiche tra i partiti? Per ora sappiamo solo che Donato Patrini, l’assistente di Fiorani, in un interrogatorio davanti ai magistrati di Milano ha spiegato: «Fiorani indicava il nome del politico, i recapiti, l’importo del finanziamento o del fido che Popolare di Lodi doveva erogare. Io compilavo i documenti, raccoglievo la firma del parlamentare, aprivo il conto ed erogavo i denari. Ero l’ufficiale di collegamento con i politici. Per due anni siamo andati avanti così». È l’evoluzione della tangente, senza quella sgradevole sensazione delle buste che passano o delle valigette che girano. Quanto s’allargherà lo scandalo lo sapremo nelle prossime settimane. Ma comunque vada, il problema resta: non soltanto perché è curioso che una vicenda giudiziaria semini il panico in Parlamento, ma perché le vicende dei furbetti hanno reso visibile una nuova specie di Tangentopoli ancora senza nome, un inedito sistema di rapporti perversi tra affari e politica, una Partitopoli, una Furbettopoli che non può certo essere lasciata come problema da risolvere alla magistratura. Anzi, i giudici non hanno alcuna competenza sulle omissioni, sui sostegni silenziosi, sulle complicità inconfessate, sui patti non scritti tra la finanza e i politici. Eppure sono questi ultimi che nobilitano le illegalità dei furbetti, le innalzano dal quartierino e le fanno diventare sistema. A destra come a sinistra. Le indagini giudiziarie potranno indicare le illegalità più evidenti, potranno al massimo rendere visibili le connessioni più esplicite, ma poi dovranno essere la politica e la comunità degli affari a rompere il sistema, a fare pulizia, a cambiare rotta: se vorranno.Profezie realizzate. Manette o no, la nuova Furbettopoli comincia a delinearsi. Uno che se ne intende, Sergio Cusani – finanziere di Tangentopoli, imputato di Mani pulite e oggi impegnato nel volontariato nonché consulente finanziario del sindacato – l’aveva profetizzata. Lo va dicendo da qualche anno: altro che 1992, i veri intrecci di potere sono quelli che oggi la finanza e le banche hanno costruito proprio sulla base della debolezza di imprese e partiti usciti sfiancati da Tangentopoli. Intendiamoci, le antiche, gloriose tangenti continuano a esserci, anche se governate da un diverso sistema: ai vecchi partiti-dogana, con le loro regole inflessibili, i loro imprenditori di riferimento, i loro cassieri segreti, si sono sostituiti – dice Cusani – centri più informali, sistemi più flessibili. Come dimostrano le mille storie di corruzione venute alla luce negli ultimi tempi (pur senza alcun clamore mediatico), i nuovi protagonisti sono i feudatari che presidiano i valichi di passaggio della spesa pubblica, i tanti vassalli e valvassori di una nuova corruzione che, al passo con i tempi, non è più «centralista» ma «federalista». Al di sopra di questa rete, però, resta l’iperuranio dei grandi affari, dei grandi intrecci, dei grandi poteri. Le banche, le telecomunicazioni, il gas… È questo l’ancora inesplorato mondo della nuova Partitopoli su cui le indagini Fiorani cominciano a mostrare qualche elemento.Un altro che Tangentopoli, quella vera, l’ha conosciuta, l’ex democristiano Bruno Tabacci, oggi esponente dell’Udc e presidente della commissione Attività produttive della Camera, da tempo va ripetendo che si sta affermando una nuova degenerazione dei rapporti tra affari e politica. Tabacci la racconta così: la politica ha perso peso, la finanza ha preso il comando. Risultato: i furbetti del quartierino fanno quello che vogliono. Sulla pelle di milioni di risparmiatori raggirati e derubati. Bipop Carire, Banca 121, Cirio, Parmalat, i bond argentini… Ora la Popolare di Lodi. «Massimo D’Alema dice che questa storia delle banche non interessa alla gente, agli elettori. Ma com’è possibile continuare a minimizzare così?», s’indigna Tabacci. «Stiamo vivendo una stagione vergognosa in cui la politica non esiste più e i furbetti da anni fanno ciò che vogliono. Dall’opa Telecom a oggi, i nomi che girano sono sempre quelli».Già. Da subito Chicco Gnutti, Giovanni Consorte, poi Gianpiero Fiorani, Stefano Ricucci e la nuova compagnia di giro degli immobiliaristi. Tutti all’ombra del Number One, come lo chiamavano confidenzialmente, l’ex governatore di Bankitalia Antonio Fazio che voleva diventare il nuovo Cuccia, ma suonando la carica della finanza cattolica contro laici e massoni. Oggi la magistratura è arrivata a indicare quella del banchiere di Lodi come un’associazione a delinquere. E sono scattati gli arresti. «Un epilogo inevitabile. Doveroso. Ma non mi rende allegro», commenta Tabacci. «Non si volta pagina con le inchieste della magistratura, con i rinvii a giudizio. Serve la politica. Salterà Fiorani, salterà Ricucci, salterà Consorte. Ma fin quando D’Alema dirà che queste cose non importano alla gente, non si cambia».Già nel luglio 2005 era possibile capire l’essenziale sulle gesta della banda Fiorani e sulle distrazioni del governatore Fazio. Lo scrivevano i giornali (compreso Diario). Lo poteva capire la politica. Ma nessuno si mosse per raddrizzare la situazione, prima che fosse costretta a intervenire la magistratura. Bruno Tabacci, implacabile, retrodata i tempi in cui era possibile intrevenire: già nel gennaio 2005. Il Parlamento era al lavoro per approvare la riforma sul risparmio, che conteneva anche il mandato a termine per il governatore e il passaggio all’Antitrust del controllo sulle concentrazioni bancarie. Nelle commissioni parlamentari le novità passarono, con il consenso determinante della Lega. «Poi venne da me Fiorani», racconta Tabacci a Diario. «Mi disse che il salvataggio che stava facendo di Credieuronord, la banca della Lega, aveva spostato gli equilibri. Io andai avanti per la mia strada, ma effettivamente, quando la riforma arrivò nell’aula della Camera, la Lega votò contro e tutto si fermò». Ma, secondo Tabacci, anche i Ds avevano intanto cambiato atteggiamento: «Fiorani era passato anche da loro, come ha confermato il capogruppo alla Camera Luciano Violante. I Ds sono rimasti incerti fino all’ultimo su come votare: avevano annunciato l’astensione, poi votarono con me, quando videro che tanto ero stato messo in minoranza e che le riforme erano bloccate». I furbetti hanno rapporti e coperture a destra e a sinistra e padrini in tutti i partiti. Le indagini su Furbettopoli sembrano dare ragione alle intuizioni di Cusani e alle denunce di Tabacci: nel sistema, in primo piano sono gli uomini degli affari; i politici ci sono, ma al servizio dei primi. Un tempo era la politica a decidere la strategia. Sceglieva gli affari e le imprese, poi passava a riscuotere. Oggi è l’economia a mettere al suo servizio (e a volte a libro-paga) la politica. Evidentemente Silvio Berlusconi ha fatto scuola. Ma ora il partito-azienda non è più uno solo. Così la Lega si è legata mani e piedi e si è consegnata ai disegni di Fiorani e Fazio. E, anche a sinistra: quanto hanno pesato le decisioni di Consorte sulle prese di posizione di Piero Fassino e dei Ds? Proviamo a fare una prima analisi, incrociando indagini giudiziarie e cronaca politica.La Lega transgenica La Lega nord di Umberto Bossi non c’è più. È finita. Lo scandalo Fiorani ne ha decretato la fine. Non nel senso dei voti e del potere: per i voti, vedremo tra qualche mese; quanto al potere, la Lega non ne ha mai avuto tanto come oggi. Però si è trasformata in qualcosa di diverso. Dov’è finito il movimento che tuonava contro Roma ladrona, che in nome del popolo del Nord e del suo lavoro criticava il sistema dei partiti e i poteri forti? Dopo pochi anni di vita «romana» (e di governo), la Lega in trasferta nella capitale è diventata l’ancella di un progetto finanziario altrui, la Guardia di Ferro del Bel Banchiere di Lodi, anzi peggio: il braccio armato del romanissimo governatore Fazio. L’hanno convinta il sogno «politico» della banca padana, certo, ma hanno aiutato molto i soldi. Quelli con cui Fiorani, con la regia di Fazio, ha salvato la Credieuronord, per esempio, la traballante banchetta della Lega affondata dall’incompetenza e dalle illegalità con cui è stata gestita, fino a conquistarsi il record di unica banca al mondo che in soli tre anni è riuscita a perdere quasi per intero il capitale sociale. Soldi prestati senza alcuna garanzia a pochi clienti eccellenti, che li hanno dissipati. Finanziamenti alla Bingo.net di Maurizio Balocchi, il tesoriere della Lega, finiti in un buco senza fondo. Poi è arrivato Fiorani a salvare l’onore padano. Ma non a restituire i soldini dei tanti leghisti che ci avevano messo l’anima e i loro risparmi. Curioso: la piccola banca della Lega ha fatto, in piccolo, quello che tante potenti banche italiane hanno fatto, in grande, nei crac Cirio e Parmalat: salvare la faccia ai numeri uno e lasciare nella melma i piccoli risparmiatori. Come la signora Estella Gabello, il socio Adriano Rossi, la socia Corinna Zanon e infiniti altri leghisti che nel gorgo Credieuronord hanno perso, in un colpo solo, due cose uniche nella vita: il loro piccolo capitale e il grande amore per la Lega di Bossi. Da questa brutta storia il partito padano esce geneticamente mutato. Il suo popolo ha perso l’innocenza, per sempre. E basta leggere i verbali dell’ultima assemblea dei soci Credieuronord per convincersene. In più, non aiuta sapere che il ministro Roberto Calderoli aveva avuto dal Fiorani un bel fido di 13 mila euro, uno di quegli specialissimi fidi lodigiani che sembrano tanto un regalo. Certo, secondo quanto è emerso finora, il Calderoli non ne ha mai approfittato e fino a oggi ha lasciato dormire i soldini nel generoso conto della Popolare di Lodi. Ma resta il fatto – ed è perfino più grave di un eventuale uso personale – che il partito ha subìto proprio una mutazione genetica: la Lega ha perso la sua autonomia di giudizio e di comportamento, ha dimenticato quanto era stata dura con Fiorani e Fazio in occasione dei crac Cirio e Parmalat, ha dimenticato i tanti piccoli risparmiatori del Nord imbrogliati non solo – diceva allora la Lega – da Sergio Cragnotti e Calisto Tanzi, ma anche dai banchieri che hanno scaricato sui risparmiatori la loro esposizione nei confronti di Cirio e Parmalat. Tra quei banchieri c’era anche Fiorani, ma la nuova Lega se l’è dimenticato. La nuova Lega è la Lega di governo che ha preso il posto di quella Lega di lotta che oggi non c’è più. I nuovi politici padani hanno modulato gran parte delle scelte degli ultimi mesi sulle esigenze degli ex nemici Fiorani e Fazio. Da loro si sono fatti imporre l’agenda. Fino a farsi diventare sopportabile persino il Ricucci Stefano, che più romano non si può: ma, si sa, gli amici dei miei amici sono anche miei amici… Negli altri partiti del centrodestra, i furbetti si erano garantiti, grazie ai conti molto speciali, il sostegno di alcuni uomini. Sono già emersi i nomi di Ivo Tarolli dell’Udc, di Luigi Grillo e Romano Comincioli di Forza Italia, di Aldo Brancher, ufficiale di collegamento tra Forza Italia e la Lega e «reclutatore» di Fiorani… «Lobbismo puro», spiega in un interrogatorio Fiorani a proposito di Grillo. Ma anche qui: al di là della valutazione morale sui soldi accettati dagli uomini dei partiti, la novità è costituita dal fatto che la politica è ridotta a mero apparato di sostegno, pubbliche relazioni e lobbismo, dei progetti di qualcun altro. Con Silvio Berlusconi che, nell’ombra, sta a vedere come vanno a finire le scalate e se si riesce a destabilizzare il Corriere… Il furbetto rossoQuanto ai Ds, è paradossale, ma s’intravvede qualcosa di simile, di speculare a quella che appare come la mutazione genetica della Lega. Saltando in tutt’altro contesto, cambiando schieramento, storia, ideologia, cultura politica, sembra purtuttavia di notare l’irresistibile attrazione che scelte fatte altrove (in via Stalingrado a Bologna) esercitano sul Botteghino. Una parte del vertice Ds – il presidente Massimo D’Alema, il segretario Piero Fassino, l’ex ministro Pierluigi Bersani, oltre a esponenti di rilievo come, tra gli altri, il senatore Nicola Latorre e il tesoriere Ugo Sposetti – hanno passato molto tempo degli ultimi mesi a difendere, spiegare, sostenere, giustificare le decisioni di Giovanni Consorte. Ed è mai possibile che l’intero vertice di un partito politico abbia come prima preoccupazione quella che si rilasci in fretta l’autorizzazione a un’opa? Nel bel mezzo della bufera mediatica seguita alla notizia che anche Consorte è indagato, Pierluigi Bersani, Gavino Angius, Vannino Chiti sono andati avanti per giorni a insistere: ma quando ci dite se quest’opa si può fare o no? Una volta, ai tempi del vecchio Pci, era il partito a decidere: la linea politica, ma anche i comportamenti negli affari e finanche la moralità degli iscritti. Ora soprattutto Fassino sembra invece affaticato alla rincorsa di una materia che pare non padroneggiare del tutto. Ha passato l’estate 2005 a difendere il partito dagli attacchi: in realtà a difendere Consorte e le sue scelte finanziarie. Ha dovuto moltiplicare le interviste e gli interventi anche perché doveva via via rettificare, precisare, spiegare, correggere se stesso. Con il mal di pancia crescente di settori del partito e di elettori del centrosinistra che non capivano perché tante parole ed energie fossero spese dal segretario per affermare che un misterioso odontotecnico con tanti soldi e strani giri immobiliari ha la stessa dignità imprenditoriale di chi rischia il suo capitale per creare ricchezza e posti di lavoro.Certo, Stefano Ricucci è alleato di Giovanni Consorte e Consorte è forse il più grande finanziatore del partito. Le iniziative dei Ds e i festival dell’Unità sono sponsorizzati da Unipol. Ma basta questo per far diventare buona ogni sua scelta? E questo al netto della correttezza e a prescindere da eventuali reati commessi. Nel partito, nel sindacato, nel movimento cooperativo, molti dirigenti e militanti non capivano e continuano a non capire perché, visto che il movimento cooperativo ha dei soldini, li deve mettere proprio in una banca. E non per pregiudizio anticapitalistico, per ingenua e antimoderna paura della finanza, quasi si trattasse di uno strumento del demonio. Non è affatto in discussione la legittimità di fare finanza, di farla anche a sinistra, né tantomeno il diritto per Unipol di comprare una banca. No. Le domande che sono maturate dentro il mondo dei Ds – anche se faticano a trovare espressione pubblica per paura di danneggiare il partito in una fase ormai già pre-elettorale – sono di tutt’altra natura. Non riguardano la legittimità della finanza in generale, ma da una parte la specificità dell’operazione in corso e la sua opportunità strategica e industriale, dall’altra l’eventuale illegalità dei metodi usati. Ecco le domande. La prima: perché il movimento cooperativo, in un momento di declino e di grave crisi industriale del Paese, punta tutto su un investimento finanziario? La seconda: perché rischiare così tanto in un investimento (Bnl) che, come hanno sostenuto i «cugini» del Montepaschi già nella primavera scorsa, potrebbe non dare i risultati sperati e anzi appesantire di debiti l’intero movimento cooperativo? La terza: ma siamo sicuri che la scalata di Consorte a Bnl non sia stata fatta violando le regole, in una concertata partita doppia con l’assalto ad Antonveneta di Fiorani e sotto la benevola ala protettiva di Fazio?La quarta: come mai Consorte e il suo vice, Ivano Sacchetti, hanno ricevuto affidamenti milionari dalla Popolare di Lodi e hanno realizzato strane plusvalenze da operazioni sui derivati?Per rispondere a queste domande, conviene cominciare ad ascoltare il ragionamento di uno che non solo si sente Ds fin nel midollo, ma che si dice anche innamorato del movimento cooperativo: Carlo Ghezzi, ieri sindacalista e oggi presidente della Fondazione Di Vittorio della Cgil.1. Perché proprio una banca? «L’Italia è il Paese di Silvio Berlusconi, imprenditore anomalo, rentier senza mercati. I suoi settori d’intervento sono la televisione, l’edilizia, le assicurazioni… Mercati protetti, fuori dalla vera competitività internazionale». La prende larga, Ghezzi. «Dunque è normale che il governo di Berlusconi attui una politica favorevole alla rendita. Così aggrava sempre più la crisi dell’Italia, che esce via via dai settori produttivi e dalla competizione internazionale. Invece, per cercare d’invertire questa tendenza, la politica dovrebbe interessarsi di dove va la nostra economia e dovrebbe favorire lo sviluppo delle forze produttive. Il programma del centrosinistra va in questa direzione. Cambia la direzione di marcia. Ma allora, in quest’Italia in declino, è un errore strategico per il mondo cooperativo puntare sulla finanza, invece di progettare un piano di sviluppo per il Paese. È una sciocchezza dire che tutti i settori sono uguali, che tutti gli operatori economici sono uguali, purché rispettino le regole. Chi produce e crea ricchezza per tutti non è uguale a chi vive sulla rendita. E un governo di centrosinistra dovrà premiare chi produce e crea ricchezza per il Paese e non, come ora, chi si arricchisce con la speculazione senza rischi di competizione».Ghezzi prosegue il suo ragionamento: «È poi un errore tattico quello di puntare – in odio al capitalismo italiano, straccione, assistito, furbacchione – su personaggi che sono il peggio della finanza italiana. Regalando ad altri i rapporti con il capitalismo dei cosiddetti salotti buoni». Più in generale, continua poi Ghezzi, «una riflessione vera dovrà essere fatta, in questo contesto, anche dentro il mondo dell’economia cooperativa. È un mondo che va meglio del resto dell’economia italiana. E allora, io sono convinto che sia giusto che cresca. Che faccia finanza. Che si doti anche di una banca. Ma come crescere? Con gli stessi trucchi, le stesse furbizie, le stesse scatole cinesi del capitalismo familiare italiano? Mettendosi nelle mani di un Cuccia di sinistra che blinda, rastrella, s’indebita? Dicendo che i vecchi salotti del capitalismo fanno schifo e poi facendo noi le stesse cose?». Tutto questo, naturalmente, al netto di eventuali irregolarità. «Do per scontato», conclude Ghezzi, «che se ci sono illegalità e reati, allora il discorso cambia». «Ma anche a prescindere da eventuali reati, per cominciare dobbiamo almeno farla finita con il cesarismo di manager che diventano padri padroni della loro cooperativa o della loro impresa, manager che non rispondono a niente e a nessuno. Dobbiamo inventarci una nuova governance e un nuovo rapporto tra soci e manager». Le cooperative, che sulla carta sono le strutture produttive più democratiche del mondo, si sono trasformate nella realtà in entità monarchiche dove il carisma del manager pesa più di ogni altra cosa. L’architettura societaria di Unipol è un castello dei destini incrociati di cui, alla fine, solo il presidente riesce ad avere l’effettivo controllo. Consorte, certamente, ha il merito di aver salvato la compagnia dal fallimento, di averla risollevata e lanciata nell’empireo della finanza italiana. Tutto il mondo cooperativo (e tutti i Ds) gli devono molto. Ma basta questo a mandar giù ogni sua scelta? 2. Un’operazione antieconomica? Sono stati i Ds di Siena, che controllano la Fondazione che a sua volta controlla il Montepaschi, a dire che il re è nudo: l’operazione Bnl non conviene. È troppo costosa e rischia di appesantire di debiti il compratore. Certo, i senesi parlavano della loro convenienza a entrare nell’operazione. Ma, sotto, il ragionamento è questo: quella di Consorte è più un’operazione di potere che un business. Lancia Consorte al centro della finanza italiana, ma all’italiana: con una banca non proprio florida da ristrutturare e con debiti da pagare per anni. Ne vale la pena? Fa davvero bene al mondo cooperativo? Appena la scalata Bnl si profilò all’orizzonte, il presidente di Unicoop Firenze Turiddo Campaini sentenziò: «Non mi piace, è un’operazione inutile e rischiosa». Ma a questo punto le domande sull’opportunità dell’operazione Consorte lasciano posto alle domande sulle eventuali illegalità.3. Una scalata contro le regole? L’ordinanza del giudice preliminare Clementina Forleo parla chiaro: Fiorani e la sua «associazione a delinquere» «si erano da anni impadroniti del controllo della banca… gestendo il loro complessivo operato in pieno arbitrio». Per fare questo, aggiunge, «erano occorsi l’appoggio di importanti finanzieri italiani», «quali Consorte Giovanni e Sacchetti Ivano, rispettivamente presidente e amministratore delegato di Unipol». Basta rileggere i resoconti delle telefonate intercettate ai protagonisti delle scalate estive per rendersi conto che qualcosa non quadra. I rapporti Consorte-Fiorani sono strettissimi. Le due scalate, su Antonveneta e su Bnl, sembrano una cosa sola. Un unico, grande concertone. «Gianni, io mi sento sangue del tuo sangue… Tu sai che io sono sempre pronto e disponibile e lavoro anche un po’ sott’acqua, come tu hai capito bene», dice Fiorani a Consorte il 19 luglio 2005. I giochi erano cominciati molti mesi prima, nel dicembre 2004. Consorte e Sacchetti avevano ottenuto un prestito da 4 milioni di euro ciascuno, senza garanzie, il 28 dicembre, tra Natale e Capodanno. Subito dopo parte il rastrellamento sotterraneo e incrociato delle azioni Antonveneta e Bnl. Unipol compra il 3,5 per cento di Antonveneta, mentre Lodi mette insieme l’1,4 di Bnl. Ben prima che le due scalate fossero dichiarate al mercato: miracoli della preveggenza. Le azioni Bnl – proprio come quelle Antonveneta – sono rastrellate dagli «amici» ben prima delle autorizzazioni. E Consorte fa parte del gruppo dei rastrellatori di Antonveneta, ricorda l’odinanza di custodia cautelare del giudice Forleo, che aggiunge: «Si trattava di persona particolarmente fidata, tant’è che ci si era rivolti a lui anche per la vicenda Earchimede…». Cioè la più importante delle operazioni fittizie messe in piedi da Fiorani per far apparire a posto i coefficienti patrimoniali della banca, che invece a posto non erano affatto. Non solo. Fiorani, come dimostra la telefonata con bacio in fronte a Fazio della notte del 12 luglio, ha una linea diretta con l’arbitro che in realtà è il capo della tifoseria. Ma anche Unipol, pur con meno smancerie, ha la sua linea diretta con la Banca d’Italia. Lo stesso 12 luglio il vice di Consorte, Ivano Sacchetti, riferisce al capo che ha parlato con Francesco Frasca, il capo della Vigilanza di Bankitalia, per dirgli che è tutto a posto, «che nessuna banca ha dei problemi». Poche ore dopo, Consorte in persona chiama direttamente Frasca. Sono le 18.21: «Gianni gli dice che ha bisogno di lui», annota il brogliaccio della guardia di finanza. Alle 19.01 è Frasca a chiamare Consorte per dirgli che «il governatore voleva incontrarlo per capire bene tutta la struttura». Il giorno seguente, altri contatti per fissare il primo incontro, che sarebbe avvenuto alle 19 del 13 luglio. Rastrellamento delle azioni condotto in modo sotterraneo e fuori dalle regole. Complicità nella falsificazione dei coefficienti patrimoniali della Popolare di Lodi. Rapporto privilegiato con Bankitalia. In che cosa, allora, la «scalata buona» (Bnl) si differenzia dalla «scalata cattiva» (Antonveneta)? Anzi, Consorte aveva anche l’asso nella manica: una «talpa» dentro il palazzo di giustizia, un giudice che (almeno a quanto dice Consorte, intercettato, ai compagni di scalata) avrebbe pensato lui ai giudici di Roma…4. Operazioni personali? Non occorre essere geni della finanza per capire subito che i conti molto speciali di Consorte e Sacchetti (come quelli di tanti altri clienti molto speciali di Fiorani) erano regali mascherati, tangenti postmoderne. Che brutte le buste piene di soldi, le valigette 24 ore, le banconote impacchettate nella carta di giornale (come ai tempi di Mario Chiesa…). Sorpassati anche i conti all’estero e le società offshore (una volta si chiamavano Levissima, o Gabbietta, o All Iberian…). Ora i soldi arrivano con operazioni sui derivati. Agli amici si apre un conto a Lodi. Lo si riempie con un bell’affidamento senza garanzie. Lo si rimpingua con soldi provenienti da complesse operazioni finanziarie fatte dalla banca (sui derivati, appunto) senza che il cliente muova neanche un dito. I derivati sono strumenti delicati, fanno guadagnare, ma anche perdere (Raul Gardini, per dirne uno che ci sapeva fare, ci si è rovinato). Ma niente paura: i clienti speciali vincono sempre. Consorte e Sacchetti ricevono 4 milioni di euro a testa, così, esattamente un anno fa. Soldini impiegati per vendite di opzioni put, di cui si occupano Akros e Barclays, su incarico della Popolare di Lodi. Ma nessun rischio, nessuna preoccupazione: i clienti stanno tranquilli a casa loro, e alla fine Fiorani fa arrivare sui due conti gemelli un guadagno di circa 1,7 milioni di euro a testa. Consorte affida il malloppo a Teti finanziaria, gestita da un prestanome. Sacchetti ripara il suo presso la Im immobiliare. Operazioni finanziarie personali e perfettamente lecite, sostengono i due in una nota diffusa il 14 dicembre dal loro legale Filippo Sgubbi. Non sembra pensarla così il giudice preliminare, che scrive di «clienti privilegiati», di «anomali affidamenti», di «operazioni parallele e sovrapponibili»… Appare davvero strano che i guadagni siano stati realizzati con vendite di opzioni put a prezzi molto più alti di quelli di mercato e con prelievo dei premi molto prima della scadenza dell’operazione. Insomma: c’era qualcuno che garantiva il guadagno, comunque fosse andata a finire l’avventura delle opzioni. E comunque Consorte solo sette giorni prima, il 7 dicembre 2005, al Sole 24 ore aveva dichiarato tutt’altro: «Quelle sul mio conto sono operazioni di trading azionario che risalgono al 2001 e 2002… Noi con la Lodi, sia come azienda che come persone, non abbiamo fatto mai nessuna operazione. Neanche una». Ma quali sono, allora, le operazioni di trading azionario fatte nel 2001 e 2002? E perché ha negato i giochi sui derivati del 2005? Fatti i conti in tasca al numero uno di Unipol, si può calcolare che abbia portato a casa 14 milioni di euro, in quattro anni di operazioni sui titoli realizzate nella banca di Fiorani. Nel 2002 aveva raggiunto, senza garanzie, un fido di 7 milioni di euro: quanto l’utile mensile della Popolare di Lodi. Le carte poi raccontano di altri giochi di sponda. Come quello che potremmo chiamare «operazione Quarto Oggiaro»: un favore fatto all’amico Fiorani, un giochetto senza perdite né guadagni. Nel marzo 2003 un prestanome di Fiorani, Eraldo Galetti, amministratore della società Liberty, ottiene dalla Popolare di Lodi, senza garanzia alcuna, un fido di 2,4 milioni di euro. Lo usa il 1 aprile per finanziare Liberty, che acquista la villa di Fiorani a Cap Martin. Ma così provoca uno scoperto di conto. Ripianato il 29 aprile con un assegno di 2,9 milioni di euro proveniente da Unipol, agenzia di Quarto Oggiaro. Che cos’era successo? Fiorani aveva telefonato a Consorte, chiedendogli di concedere al suo prestanome un affidamento di 2,9 milioni. Consorte aveva subito eseguito: ironia della sorte, aveva scelto, per facilitare l’acquisto della villa di Fiorani in Costa Azzurra, l’agenzia Unipol di uno dei più noti e meno attrezzati quartieri periferici milanesi.Qualche giorno dopo, dicono le carte, il braccio destro di Fiorani, Gianfranco Boni, compiva la magia: faceva transitare sul conto di Galetti cinque operazioni di compravendita titoli, che fruttavano un capital gain, al netto, di 2,915 milioni. Da lì, bonifico verso il conto Unipol, per rientrare dell’affidamento concesso da Consorte. Con tanti ringraziamenti da Lodi.Appare ben più discutibile, anche se ancora sotto giudizio, l’operazione realizzata da Consorte nel 2002 sulle obbligazioni Unipol: un episodio sul quale è in corso a Milano un processo per insider trading, in cui sono imputati, insieme a Consorte, il suo vice Ivano Sacchetti e il finanziere bresciano Emilio Gnutti. Un caso mai visto nella storia della finanza italiana: nessuna azienda vorrebbe mai rimborsare le obbligazioni emesse, la compagnia assicurativa bolognese invece aveva deciso di rimborsarle tre anni prima della scadenza naturale. Perché questa scelta apparentemente inspiegabile? Consorte risponde: volevamo ridurre l’indebitamento, è stata la compagnia stessa a ricomprare, per risparmiare. «Ma l’unica spiegazione possibile è che si voleva favorire qualcuno, che sapeva del rimborso imminente», ribatte Beppe Scienza, autore del volume Il risparmio tradito. «Sono andato a spulciare le compravendite di quei titoli e ho scoperto movimenti interessanti. I due titoli in questione erano poco trattati, con volumi giornalieri bassissimi. Il 28 febbraio 2002 viene annunciato il rimborso, a 100 lire al titolo. Nelle settimane precedenti, le transazioni s’impennano. Passano di mano volumi per milioni di euro di uno dei due titoli (il 24 gennaio 2002 addirittura 20 milioni). L’altro titolo aveva ancora meno mercato, ma il 28 gennaio ne passano di mano 9,8 milioni. Curioso che in quelle settimane siano spuntati come funghi misteriosi investitori che hanno comprato milioni di euro di queste obbligazioni che prima non voleva nessuno. Chi comprava quei titoli, a prezzi inferiori alle 100 lire, doveva sapere in anticipo dell’imminente rimborso a 100 lire. Così chi ha comprato ha realizzato buone plusvalenze, mentre a perderci sono stati i risparmiatori che avevano comprato le obbligazioni e i soci dell’Unipol, che hanno perso 14 milioni di euro».Se in quell’operazione del 2002 c’è stato insider trading, lo deciderà il tribunale. Certo è che, dal 2002 a oggi, Consorte si è sempre più integrato nel gruppo dei furbetti, con Gnutti e la sua corte bresciana prima, poi con Fiorani e i suoi amici lodigiani e poi ancora con i mattonari romani alla Ricucci. Di quel gruppo pronto a nuovi arrembaggi, per rinverdire i fasti dell’opa Telecom del 1999, è diventato la sponda a sinistra: il «furbetto rosso». di Gianni Barbacetto