Cerco l´uomo

La naturale propensione all’aggregazione sociale, le tante letture di fatti e teorie mi hanno reso un conoscitore “altro” della calabresità. Il grido che oggi sento di lanciare alto, sino a lussarmi la mandibola, è la disperazione che emanano i corpi e le menti della mia terra. La fiuto: non la si potrebbe altrimenti avvertire, nascosta com’è dal rigido magma sedimentatosi sulla paura, l’ignoranza e l’indole servile di chi ha forzato i propri cromosomi rendendoli immemori di una vissuta gloriosa grecità. Questo olezzo, che prima lambiva soltanto l’etere, ora però sta divorando l’ossigeno e la gente calabra inizia ad ansimare. La fame d’aria, sintomo per eccellenza del panico che incombe, sollecita spesso divagazioni dal comportamento inquadrato del silente, dell’obbediente ad ogni costo. Confessioni ardite di una realtà imbarazzante ridonano per pochi attimi vitale respiro. Vengono sussurrate, guardandosi intorno, parole rancorose contro i detentori di un potere che sembra divenuto ormai assoluto, impermeabile e lontano galassie dai bisogni dell’uomo. E’ la sofferenza che inizia a trasudare dalla nera storia che da troppo tempo imbavaglia l’anima bianca di un popolo che non ce la fa più. Per ora solo piccole gocce bagnano il muro dell’indecenza etica, ma il burattinaio farebbe bene a scorgerle ed impaurirsi perché preludono ad un dirompente varco. Racconti di soprusi, angherie, povertà, vessazioni sono divenuti la nenia contornante ogni incontro. I servizi – e che sono? – si conoscono ormai solo com’etichetta di presentazione di tributi opprimenti. La gente colta, quella che ha naso per odorare, percepisce chiaramente, metabolizza e non può che rivoltarsi perché pensare, come diceva don Peppino Mazzini, serve solo a principiare l’azione. Così in molti decidono di vivere come monadi, permettendo il valico nelle proprie vite a pochi eletti e proteggendo la prole pensando – erroneamente – di poter difendersi con la forza del sapere. Altri scappano, meravigliosamente, perché le loro nari avvertono già puzza di cloaca, insopportabile dunque. Infine i più non possono far altro che dedicarsi al non movimento, bloccati da contingenze ineludibili. Questi soffrono infinitamente di una depressione che esula dal fatto biochimico. Il pensar nero costantemente, attimo dopo attimo, è dato soltanto dalla sfortuna di possedere una mente educata all’illuminazione. Ma la disperazione può far miracoli. Così credo che domani molti Diogene cominceranno ad esporsi con inquietudine, opponendo all’oltraggio il coraggio, alle convenzioni la natura, all’inchino l’irriverente sberleffo. L’uomo comune (leggi calabrese), di cui Nietzsche aveva massima disistima, cesserà presto di difendere il gregge e diventerà famelico incantevole lupo, come quelli della Sila.Ermanno Cribari