De Magistris: fu «magistratopoli»

Gazzetta della Basilicata &#45 9&#458&#452008De Magistris: fu «magistratopoli» Ci sono magistrati non solo fra gli indagati, ma anche fra le persone offese nell&acute&#59ambito dell&acute&#59inchiesta «Toghe Lucane» del sostituto procuratore della Repubblica di Catanzaro Luigi de Magistris. C&acute&#59è anche un capitolo dedicato all&acute&#59Arma con alti ufficiali che avrebbero minacciato sottoposti per condizionarne le indagini CATANZARO – Ci sono magistrati non solo fra gli indagati, ma anche fra le persone offese identificate nell’ambito dell’inchiesta «Toghe Lucane», in cui il sostituto procuratore della Repubblica di Catanzaro Luigi de Magistris contesta anche il reato di associazione a delinquere a carico di alcune delle 33 persone complessivamente coinvolte. Infatti, secondo il pm, i componenti del presunto sodalizio, tra cui vertici degli uffici giudiziari della Basilicata, un componente del Csm ed uno del ministero della Giustizia, avrebbero tenuto «comportamenti contrari ai doveri di fedeltà, di obbedienza, di onestà, di vigilanza, di imparzialità». In quest’ultimo caso, in particolare, «attraverso – scrive il pm nell’avviso di conclusione indagini – le coperture fornite ai sodali e ai magistrati che non creavano problemi agli interessi dei centri di potere, anche occulti, protetti dal sodalizio, e ostacolando l’attività giudiziaria compiuta dai magistrati che esercitavano le funzioni in ossequio ai principi di uguaglianza di fronte alla legge ed all’obbligatorietà dell’azione penale». Sempre secondo le accuse ipotizzate, il procuratore generale presso la Corte d’appello di Potenza, Vincenzo Tufano, e il sostituto procuratore generale presso la stessa Corte, Gaetano Bonomi, «esercitavano indebita attività di interferenza nei confronti del procuratore della Repubblica di Potenza, Giuseppe Galante, dei sostituti procuratori Vincenzo Montemurro ed Henry John Woodcock, dei giudici per le indagini preliminari, Alberto Iannuzzi e Rocco Pavese, nonchè garantivano illecita copertura, attraverso l’omissione della dovuta attività di vigilanza, ad appartenenti del medesimo sodalizio, quale il sostituto procuratore della Repubblica della Dda di Potenza, nonchè procuratore vicario Felicia Genovese». Secondo quanto scritto nell’avviso, i due «condizionavano procedimenti penali in cui risultavano interessati avvocati a loro vicini&#59 condizionavano la polizia giudiziaria impegnata in indagini delicate e complesse soprattutto per reati contro la pubblica amministrazione ed anche al fine di dirigere le loro attività contro magistrati della Procura della Repubblica di Potenza e di loro collaboratori». Il pm scrive ancora che il sostituto procuratore della Repubblica presso la Dda di Potenza, Felicia Genovese, e suo marito Michele Cannizzaro, direttore generale dell’A.O. San Carlo di Potenza, «garantivano l’esito di procedimenti penali di loro interesse e delle persone di cui erano garanti e offrivano utilità varie attraverso il ruolo di Cannizzaro all’interno della più grande Azienda ospedaliera della Basilicata». Emilio Nicola Buccico, aggiunge De Magistris, «quale avvocato e consigliere del Csm, quale contraprestazione di interventi giudiziari in suo favore e di persone a lui riconducibili, garantiva il suo intervento presso pratiche (disciplinari, para disciplinari, incarichi direttivi e semidirettivi e altri ancora) innanzi al Csm che riguardavano sodali e altri magistrati, nonchè incarichi presso organi costituzionali e il consolidamento di posizioni negli ambienti politici e professionali della Basilicata». Buccico, sostiene il magistrato di Catanzaro, garantiva in particolare interventi di favore presso il Csm nei confronti del presidente del Tribunale di Matera, Iside Granese, con riferimento a un debito che questa aveva cn la Banca popolare del Materano, istituto bancario più volte patrocinato dallo stesso studio legale Buccico&#59 prometteva e faceva avere, inoltre, al sostituto procuratore della Dda di Potenza, Genovese, l’incarico di consulente presso la Commissione parlamentare antimafia». Granese, dal canto suo, «per assicurare l’impunità ad Attilio Caruso, presidente della Banca popolare del Materano &#45 scrive il pm De Magistris – per alcuni fatti illeciti commessi nella gestione del consorzio Anthill e della Ilm srl», avrebbe consentito l’illegittimo fallimento del consorzio&#59 questo nonostante la Granese risultasse «giudice in diverse cause nelle quali era convenuta la Banca, nello stesso periodo in cui il presidente del Tribunale aveva contratto un rapporto di mutuo, a condizioni di eccezionale favore, con lo stesso istituto bancario». Anche all’avvocato e presidente della Camera penale di Matera, Giuseppe Labriola, e al procuratore della Repubblica di Matera, Giuseppe Chieco, è contestato di avere condizionato lo svolgimento di procedimenti giudiziari riguardanti persone loro vicine. Punti di riferimento del sodalizio delineato dal pm sarebbero stati anche, nell’ambito della polizia giudiziaria Pietro Gentili, alto ufficiale dei carabinieri e responsabili della sezione Pg della Procura di Potenza, e Luisa Fasano, dirigente della squadra Mobile della Questura potentina. Ai due è contestato di avere ostacolato appartenenti alla polizia giudiziaria, di avere carpito informazioni riservate, di avere divulgato notizie segrete relative a indagini, di avere condizionato avvocati e persone informate sui fatti. Da ultimo, presso il ministero della Giustizia, il sodalizio avrebbe potuto contare su Vincenzo Barbieri, capo della direzione generale magistrati, per «indirizzare attività di accertamento ispettivo di tipo strumentale, nonchè attività di indebita pressione e condizionamento», contro magistrati impegnati in inchieste delicate, coprendo invece le toghe collegate al sodalizio. DE MAGISTRIS: MINACCE A SOTTOPOSTI DA ALTI UFFICIALI DELL&acute&#59ARMA Il tentativo di ostacolare le indagini di alcuni magistrati in servizio negli uffici giudiziari di Potenza, sarebbe passato anche da alcuni alti ufficiali dei carabinieri che, secondo le ipotesi investigative contenute nell’avviso di conclusione indagine dell’inchiesta «Toghe lucane», avrebbero minacciato alcuni sottoposti per «costringerli» a rivedere alcune dichiarazioni. La ricostruzione è riportata nell’avviso firmato dal sostituto procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Catanzaro Luigi De Magistris, che ipotizza nei confronti degli alti ufficiali dell’Arma il reato di concorso in abuso di ufficio e minacce a pubblico ufficiale. Per questo, risultano indagati Massimo Cetola, generale dell’Arma dei carabinieri, già comandante interregionale, e ad aprile del 2008 insediatosi come commissario all’Azienda sanitaria provinciale di Reggio Calabria&#59 Gaetano Bonomi, sostituto procuratore generale presso la Corte di appello di Potenza&#59 Emanuele Garelli, generale dei carabinieri, già comandante della regione Basilicata&#59 Nicola Improta, colonnello dei carabinieri, già capo di Stato maggiore in Basilicata&#59 Pietro Giuseppe Polignano, tenente colonnello dei carabinieri, già comandante provinciale di Potenza. Secondo il provvedimento firmato da De Magistris, «in concorso tra loro, usavano minaccia nei confronti dei pubblici ufficiali Antonio Angiulli, capitano comandante della Compagnia carabinieri di Potenza, e Salvatore Luciano, tenente comandante del Nucleo operativo e radiomobile della Compagnia di Potenza, consistita nel prospettare procedimenti disciplinari e trasferimenti d’ufficio, poi realizzatisi attraverso il trasferimento del primo a Imperia e del secondo sottoposto a procedimento disciplinare per l’irrogazione della sanzione della consegna di rigore». Sempre secondo l’avviso di conclusione delle indagini, l’obiettivo sarebbe stato quello di «costringerli a ritrattare le dichiarazioni da loro rilasciate al procuratore della Repubblica di Potenza, che non consentivano di realizzare – evidenzia il pm De Magistris – il disegno criminoso perseguito dal sostituto Bonomi in concorso con gli alti ufficiali».