Diritto di critica e responsabilità politica

Nel luglio 2001, in seguito a due sentenze del Tribunale civile di Palermo che condannavano Claudio Riolo e Umberto Santino a risarcire, rispettivamente, Francesco Musotto e Calogero Mannino per diffamazione, abbiamo avviato una campagna per la libertà di stampa nella lotta contro la mafia. Abbiamo rilevato la nuova abitudine assunta da molti esponenti politici della prima o della seconda repubblica che, coinvolti a torto o ragione in disavventure giudiziarie, cercano di far pagare il conto delle loro “sfortune” a chi esercita, per professione o per impegno antimafia, i diritti di cronaca e di critica garantiti dall´articolo 21 della Costituzione. Abbiamo denunziato l´uso distorto e strumentale del ricorso ai procedimenti civili per risarcimento danni da diffamazione a mezzo stampa, che invece di tutelare l´onorabilità delle persone rischia d´instaurare un clima d´intimidazione nei confronti di chiunque intenda far conoscere, commentare o studiare il persistente fenomeno delle contiguità tra politica, mafia e affari. Abbiamo rivendicato il diritto e il dovere di sottoporre l´;operato di chi ricopre cariche pubbliche o ruoli rappresentativi al vaglio critico dell´;opinione pubblica, con la consapevolezza che ciascun politico ha una responsabilità aggiuntiva rispetto agli altri cittadini nella misura in cui coinvolge la credibilità delle istituzioni.A distanza di due anni si sono moltiplicate le richieste di risarcimenti milionari o, addirittura, miliardari nei confronti di giornalisti, studiosi e familiari delle vittime. Sono aumentate anche le condanne emesse dai giudici, soprattutto in ambito civilistico, che risentono spesso di una concezione angusta e formalistica della tutela della reputazione individuale, poco sensibile all´;esigenza di un giusto contemperamento con l´;interesse pubblico all´;esercizio della critica politica.In particolare la Prima Sezione Civile della Corte d´;Appello di Palermo ha recentemente confermato la condanna di Claudio Riolo a risarcire Francesco Musotto per un vecchio articolo pubblicato nel ´ᝪ, nel quale si commentava criticamente la decisione del Presidente della Provincia, nonché avvocato penalista, di mantenere la difesa di un suo cliente, imputato nel processo per la strage di Capaci, mentre l´;ente locale si costituiva parte civile nello stesso processo. Si tratta di una condanna molto pesante, che si è già tradotta nel pignoramento di un quinto dello stipendio per l´;intera vita lavorativa e, addirittura, dell´;indennità di fine rapporto fino al completamento della cifra di 140 milioni di lire, con l´;aggiunta ulteriore delle spese del giudizio di secondo grado.Se è lecito criticare le sentenze senza delegittimare i giudici, come ha più volte affermato il Consiglio Superiore della Magistratura, vorremmo esprimere il nostro disappunto e la nostra preoccupazione. Innanzitutto perché condividiamo e facciamo nostre le critiche e le analisi contenute nell´;articolo, che riteniamo fondate su fatti veri e incontestabili, espresse in forma sarcastica ma civile e finalizzate ad un obiettivo di evidente interesse pubblico, quello di sollecitare partiti e istituzioni a tenere alta la guardia contro i tentativi di condizionamento mafioso. In secondo luogo perché temiamo che l´;effetto di questa e di altre analoghe condanne possa, indipendentemente dalla volontà dei giudici che le hanno emesse, inibire l´;esercizio della libertà di stampa e del diritto di critica politica contribuendo ad un rischioso restringimento degli spazi democratici.In particolare, sul terreno della lotta contro la mafia, la piena libertà d´;informazione e di opinione è indispensabile per individuare e stigmatizzare tutti quei comportamenti che configurino delle responsabilità politiche e morali, indipendentemente dall´;accertamento di eventuali responsabilità penali che spetta esclusivamente alla magistratura. Il principio di distinzione tra responsabilità politica e responsabilità penale, approvato dalla Commissione parlamentare antimafia nel 1993 con una larghissima e inedita maggioranza (Dc, Pds, Psi, Lega, Rc, Pri., Pli, Psdi, Verdi, Rete) ma rimasto purtroppo inapplicato, stabiliva che il Parlamento ed i partiti, sulla base di fatti accertati che non necessariamente costituiscono reato, potessero comminare delle precise sanzioni politiche, “consistenti nella stigmatizzazione dell´;operato e, nei casi più gravi, nell´;allontanamento del responsabile dalle funzioni esercitate”. L´;applicazione rigorosa ed imparziale di questo principio, che rappresenta l´;esatto opposto del cosiddetto “giustizialismo”, potrebbe risolvere l´;annoso conflitto tra politica e magistratura, giacché eviterebbe di rimandare ogni giudizio politico all´;esito delle decisioni penali. Se l´;autorità politica facesse autonomamente il proprio dovere non ci sarebbe alcuna delega di fatto ai giudici, che potrebbero così lavorare con maggiore serenità e indipendenza.E´; del tutto evidente che questa fondamentale distinzione presuppone la massima libertà di cronaca e di critica, giacché, come ha affermato la stessa Commissione parlamentare, “il presupposto per muovere una contestazione di responsabilità politica è la conoscibilità di fatti o di vicende che a quella contestazione possono dar luogo; se non si conosce, non si è in grado di esercitare alcun controllo”.Se proviamo ad applicare questi principi alle attuali vicende giudiziarie che coinvolgono anche i massimi vertici del Governo siciliano, apparirà chiaro che le eventuali dimissioni del Presidente Cuffaro non dovrebbero dipendere dal fatto che abbia ricevuto o meno un avviso di garanzia, ma dalla valutazione sull´;inaffidabilità di un uomo politico che, quantomeno, ha dimostrato ripetutamente di non saper scegliere i propri collaboratori. Come chiarisce, ancora una volta, la Commissione parlamentare antimafia, “se la persona di fiducia di un uomo politico compie atti di grave scorrettezza o di rilevanza penale, l´;uomo politico non risponde dei fatti commessi dalla persona di fiducia, ma risponde per aver dato prova di non saper scegliere o di non aver accertato o di aver tollerato comportamenti scorretti”. Così come, per fare altri esempi, se un Ministro, un Sindaco o un Presidente di Provincia partecipa a cene elettorali, battesimi e matrimoni organizzati da personaggi mafiosi, o se nella sua casa di campagna si riuniscono boss latitanti o si nascondono armi delle cosche, le ipotesi possibili sono solo due: o ne è consapevole e quindi complice, oppure è inconsapevole ma inaffidabile. In ogni caso spetta esclusivamente alla magistratura stabilire se il suo comportamento abbia o meno una rilevanza penale, ma è compito della politica valutare, senza strumentalizzazioni di parte e in nome dell´;interesse generale, se il personaggio in questione sia adeguato o meno a svolgere le funzioni politiche cui è preposto. Ed è altrettanto evidente che spetta a tutti i cittadini, e in particolare ai giornalisti e agli studiosi, il diritto e il dovere di far conoscere, criticare e analizzare liberamente i comportamenti degli uomini pubblici, che devono essere trasparenti e sottoposti al massimo controllo democratico.Ci proponiamo, pertanto, di rilanciare una campagna di sensibilizzazione e di mobilitazione dell´;opinione pubblica per: sollecitare le forze politiche e istituzionali ad elaborare un codice di autoregolamentazione comune, che si ispiri alle proposte della commissione parlamentare antimafia del ´ᝩ sulla distinzione tra responsabilità politica e responsabilità penale; rivendicare una nuova regolamentazione legislativa in materia di diffamazione, che ristabilisca un giusto equilibrio tra diritto di cronaca e di critica e tutela della persona, e che uniformi procedimento penale e procedimento civile per impedirne un uso distorto e strumentale; riaprire la sottoscrizione, avviata nel 2001, per il fondo di solidarietà in difesa della libertà di stampa nell´;ambito della lotta contro la mafia (il fondo, gestito dal coordinamento delle associazioni promotrici e da un comitato di garanti, composto da Rita Borsellino, Luigi Ciotti e Valentino Parlato, ha raccolto più di quaranta milioni di lire e viene già utilizzato in sostegno di Riolo). Per sottoscrivere si può utilizzare il c/c postale n.10690907, intestato a Centro siciliano di documentazione “Giuseppe Impastato”, via Villa Sperlinga 15, 90144-Palermo, specificando nella causale: “Campagna per la libertà di stampa nella lotta contro la mafia”. (Per informazioni: www.centroimpastato.it – tel. 091.6259789 – fax: 091.348997 – e-mail: csdgi@tin.it , libera.palermo@inwind.it). Arci, Centro di documentazione “G. Impastato”, Libera, Palermo anno uno