Elezioni e cambiamento di Silvio Gambino

La rumorosità dei recenti messaggi mafiosi a Reggio Calabria e l’allarme sollevato dai fatti delinquenziali perpetrati a Rosarno nei confronti di lavoratori immigrati indifesi (privati della stessa dignità di esseri umani) ha interrotto una campagna elettorale che le tendenze bipolari del sistema politico (locale e nazionale) avevano reso da tempo inconcludenti e prive di ogni capacità di mobilitazione politica. Per queste ragioni, le prime parole del breve intervento che segue vogliono sottolineare una forte solidarietà alla magistratura calabrese (e a quella reggina in particolare) per l’odioso attacco mafioso perpetrato nei suoi confronti. La seconda solidarietà che vogliamo esprimere, nell’auspicio di interpretare in modo corale tutti i lettori di questo giornale, riguarda i lavoratori immigrati, per i quali, come cittadini di uno Stato di diritto, chiediamo, fin da subito, che si traduca immediatamente e fattivamente nell’assunzione di atti istituzionali responsabili e adeguati alla gravità dei problemi evidenziati da parte delle amministrazioni statali, regionali e locali.

Quanto al tema che vogliamo ora brevemente affrontare, esso prende le mosse dall’evidente fallimento dell’impegno politico che fu assunto solennemente dal vincitore della Convention del centro-sinistra di Lamezia, nel 2005. Al fallimento politico dell’Esecutivo (che in realtà sono stati più Esecutivi) che ne è seguito, con pochissime eccezioni, deve aggiungersi, più in generale, l’incapacità di attuare un programma riformista da parte della maggioranza politica consiliare, la quale si è dimostrata del tutto inadeguata alla sfida a suo tempo lanciata al centrodestra (con una schiacciante maggioranza elettorale superiore al 64%). La Giunta Chiaravalloti – d’altra parte – aveva fatto del proprio meglio per far crollare a picco tutte le statistiche sulla qualità della vita nella Regione!

L’obiettivo solennemente proclamato a Lamezia, al momento di ‘incoronare’ il Governatore Loiero (che in realtà era stato già scelto dai Tavoli Romani che contano), di “rivoltare la Calabria come un calzino”, nella concreta realtà politica, si è dimostrato null’altro che un’ennesima occasione mancata per la qualità della vita dei calabresi e per il buon governo delle istituzioni della Regione. Con l’aggiunta di aver determinato un evidente effetto di frustrazione nel mondo politico del centro-sinistra, che ha visto naufragare attese e speranze di cambiamento e ha finito con il disperdere gli argomenti politici utili a contrastare il rischio di ascesa politica della destra.

A fronte di tali attese e di tali speranze, la Calabria del quinquennio che lasciamo alle spalle ha dovuto fare i conti, nella cornice severa di una crisi globale dell’economia, con una politica incapace di ascoltare i bisogni dei cittadini e dei territori, e di offrire risposte mirate ed efficaci nell’affrontare e risolvere i problemi in campo. Dalla crisi dell’economia al dissesto del territorio, dal non-governo della sanità all’incuria nella quale sono stati lasciati i bisogni dei soggetti più deboli (si pensi per tutti all’affidamento degli anziani alle cure di badanti straniere, in totale assenza di ogni politica di assistenza sociale idonea a garantire l’esigibilità del diritto sancito nell’art. 38 della Costituzione), dal mare sporco e dalle montagne deturpate nei modi che tutti conosciamo, ad un mancato sostegno al sistema imprenditoriale capace di dare vigore e credibilità alle vocazioni economiche proprie dei nostri territori, dalle mille vertenze aperte nel mondo del lavoro all’inesistente politica di accompagnamento al lavoro dei disoccupati e dei sottoccupati; fino alla pessima programmazione dei fondi comunitari che ha impedito che gli stessi potessero costituire una risposta efficace ai problemi strutturali (e infra-strutturali) dell’economia regionale e al suo decollo economico e produttivo.

Rispetto all’insieme dei problemi appena evocati, i partiti politici calabresi, benché con la responsabilità maggioritaria delle forze politicamente più votate e soprattutto dei ‘notabili’ al governo della Regione, hanno evidenziato talora una vera e propria ignavia riformistica e, molto più spesso, una lottizzazione che ha asservito i fondi e i servizi pubblici regionali (soprattutto sanitari) a specifiche politiche clientelari. A mò di esemplificazione, si devono ricordare, in tal senso, i dati delle stabilizzazioni in deroga alle procedure concorsuali convenute fra Governo nazionale e Presidente della Regione nel quadro del Piano di rientro dal debito sanitario, che fra l’altro ha rinviato ai cittadini che nasceranno da qui ai prossimi trenta anni un debito di cui essi non sono responsabili e che, al contrario, ricade politicamente e istituzionalmente sulla (ir)responsabilità dei politici oggi e ieri al governo della Regione.

Sulla scorta di tali considerazioni, deve pertanto sottolinearsi come gli esiti della legislatura in scadenza, se da una parte risultano una occasione perduta per lo sviluppo della Regione, dall’altra devono ritenersi dei veri e propri successi conseguiti dal punto di vista della stipulazione di accordi politico-elettorali, dal contenuto clientelare, i quali – come si può facilmente ipotizzare – si faranno notare in modo rumoroso in occasione delle prossime elezioni regionali, rischiando di rendere la competizione politica un deprimente deja vue. Rispetto a tutto ciò i partiti calabresi, ogni giorno di più, facevano e fanno di tutto per chiudere gli occhi e continuare comunque a procedere sulla strada intrapresa. Con esiti del tutto immaginabili per la credibilità di una democrazia partecipativa che voglia chiedere ai giovani di accostarsi alla politica per prenderne il testimone !

L’insieme problematico appena tratteggiato si è sinistramente accompagnato con un rapporto fra territori e centro politico del Paese, che ha visto la maggioranza parlamentare imporre politiche nettamente orientate al Nord, per evidenti cointeressenze politiche, nazionali e regionali. Il Sud ne è risultato ‘vittima sacrificale’ e con esso in particolare la Calabria. A chiarirlo senza molti dubbi sovviene la gestione dei fondi FAS, da una parte, e la gestione (della quale invero tutti vorremmo sapere di più, senza tuttavia disporre di dati certificati) del Piano di rientro dal gigantesco debito sanitario maturato (a causa della incapacità gestionale del management sanitario e a causa dei mancati controlli da parte dell’Esecutivo) e per il clientelismo strutturato del complesso politico-sanitario e politico-ambientale della Regione. Nel quadro desertificato delle (ir)responsabilità politico-istituzionali nel campo sanitario, sola vox clamans in deserto è stata la Corte dei conti!

Rispetto a tale scenario non è dato sapere cosa abbia fatto il ceto politico della Regione a tutela degli interessi della Calabria. Il silenzio del Consiglio regionale in materia di approvazione del Piano sanitario, a mo’ di esempio, costituisce una riprova quanto mai chiara, dal punto di vista politico, della difficoltà a governare democraticamente un processo di composizione di interessi variegato (mondo medico, management sanitario, fornitori degli ospedali, bisogni impellenti dei cittadini ammalati, clientele varie).

La sintesi delle problematiche appena richiamate è data da una centralizzazione politica e delle politiche regionali nelle mani delle sole forze politiche e, per dirla in modo più chiaro, nelle mani di pochissime persone (se non perfino di una sola persona), che hanno determinato le sorti della Regione e della qualità dei servizi (erogati e non erogati) in modo tanto allarmante (e deprimente). Rispetto a tale evenienza, ciò che soprattutto ha sorpreso è stato un atteggiamento a dir poco silente e politicamente acquiescente delle forze minori della coalizione del governo regionale, nel quadro più generale di un silenzio assordante della opposizione di centro-destra.

In tale quadro, il centralismo regionale e il suo accentramento nel ristretto gotha delle poche soggettività politiche abilitate a interpretare in modo protagonistico la politica regionale ha conosciuto un’altra importante vittima, il sistema autonomistico. Rispetto alle previsione di pari ordinazione costituzionale di comuni e province, la Regione ha finito con l’interpretare una funzione di rafforzamento del centro regionale e di accentramento, che ha umiliato istituzionalmente e politicamente il concorso del pluralismo territoriale voluto dalla recente revisione della Costituzione.

Rispetto ad un simile quadro, riflettendo in termini di etica politica, la vera domanda da porsi era, ed è, cosa occorresse e cosa occorra fare per ridare speranza e prospettive concrete di cambiamento ad una Regione così duramente combattuta nel traumatico intreccio fra politica, notabilato e affarismo. Un intreccio che tre Prefetti dello Stato hanno cesellato in modo allarmante nelle loro Relazioni al Ministro degli Interni. La domanda, in altri termini, era ed è tuttora: può, e in che modo, un ‘buon governo’ cambiare il destino di una Regione? A che condizioni? Con quali requisiti degli attori politici e istituzionali? Con quali regole del gioco? Come si vede, dunque, la soluzione al problema nasce innanzitutto dalla piena coscienza dell’esistenza del problema stesso da risolvere.

Sappiamo bene che i partiti politici di massa stanno registrando una fase storica di regressione e di trasformazione radicale del loro modello organizzativo. Sappiamo pertanto cosa possiamo e cosa non possiamo attenderci dai partiti politici, soprattutto da quelli calabresi. Onde evitare di avere come prospettiva politica obbligata quella che, con lungimiranza, Gustavo Zagrebelsky ha definito il ‘governo dei cacicchi’, ci aspettiamo che i partiti rinsaviscano rispetto al cinismo presente e all’incapacità di riprendere un discorso pubblico fondato sull’etica e sulla qualità della rappresentanza. Naturalmente, non accenniamo nemmeno (per auto-limitazione imposta dallo spazio disponibile) alle questioni poste dalle possibili relazioni della politica e dell’amministrazione con il mondo dell’illegalità, in quanto di questo si occupa la magistratura e perché sappiamo bene che un simile discorso deve riguardare, prima ancora (e oltre) che il diritto, le scelte dei partiti con riguardo alla selezione delle candidature. Ci aspettiamo, dunque, che i partiti tornino al rispetto delle regole costituzionali della democrazia interna, per costituire nuovamente uno spazio e un luogo di pratica della partecipazione politica. Con l’adozione di regole statutarie trasparenti che si estendano fino a farsi carico di quelle problematiche talora sfuggenti relative al rapporto fra politica, massoneria e delinquenza organizzata. Come prescrive l’art. 54 della Costituzione : “I cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di svolgerle con disciplina ed onore …”.

Nelle more, la società civile organizzata (una parte di essa naturalmente, ha lavorato per offrire il proprio apporto al cambiamento politico e istituzionale della Regione. Per questa prospettiva si sono organizzate almeno un centinaio di associazioni operanti su tutto il territorio regionale, desiderose di sostenere le ragioni politiche e di processualità democratica volte ad un cambiamento reale. Tuttavia, gli esiti elettorali auspicabili da parte di tali associazioni possono divenire snodo di effettivo cambiamento solo se si accompagnano con un radicale ricambio di ceto politico (giovani e donne in primis). Al contempo, tali esiti devono produrre la riscrittura di importanti regole della processualità democratica: da quelle sull’incompatibilità e sull’ineleggibilità a consigliere regionale, a quelle di funzionalità democratica e istituzionale della Regione, che primariamente riscrivano le recenti scelte di riforma statutaria (che hanno abolito istituti di garanzia e hanno istituito costosi supplenti dei consiglieri nominati assessori!). Qualora condivise, tale ri-scrittura dello Statuto regionale deve avviare un riequilibrio democratico della stessa forma di governo regionale, che, allo stato (purtroppo per noi!), è inconcludentemente autoritaria.