Equitalia tra errori e soprusi

L’incanto, in questa storia, non ha nulla d’incantevole. Anzi ha un nemmeno troppo vago profumo di sopruso, truffa, raggiro. I giudici nello stabilire quali siano i reati contestano, a vario titolo, quelli di abuso d’ufficio e falso. ma forse, alemno eticamente, manca ancora qualcosa. L’equazione è presto fatta: per un «debito» con la pubblica amministrazione da duemila euro gli portano via una casa che vale cento volte tanto. I conti non tornano. E sotto accusa è finito chi ha effettuato «l’esproprio» con un’asta: Equitalia, ovvero la società incaricata dallo Stato di riscuotere i debiti di noi cittadini.
La vicenda – scoperta dal Secolo XIX – e per la quale il pm Francesco Pinto ha chiesto il rinvio a giudizio del responsabile di Equitalia Genova, Piergiorgio Iodice, e di altri tre funzionari, risale al 2004-2006. E ha un sapore kafkiano. Vittima dell’odissea un anziano malato di alzheimer, Giovanni Parretta, ex rappresentante in pensione. Tutto cominciò il giorno in cui si vide recapitare a casa – un signorile appartamento che si affaccia sul cuore di Nervi – cartelle esattoriali per sanzioni non pagate. Multe amministrative e un arretrato d’Irpef. In tutto poco più di 2mila euro. All’epoca la società che gestiva le riscossioni si chiamava Gest-Line, un’antesignana di Equitalia.
Le contravvenzioni a carico dello sventurato Parretta sono quattro, tre vengono pagate nel giro di qualche settimana, ne resta inevasa soltanto una da 63 euro. Spiccioli, anche a quei tempi. Eppure, nonostatnte non si fosse superato il tetto massimo di tributi arretrati, ecco scattare la morsa tentacolare dell’uffico riscossioni. Casa pignorata e messa all’asta. Non, come suggerirebbe il buon senso, qualche mobile, o a essere cattivi la tv «sequestrata», no davvero per rientrare di quei 63 euro l’ufficio riscossioni decide di «sfrattare» il proprietario mettendogli all’incanto obtorto collo, la propria abitazione.
A questo punto la storia si fa ancor più sordida. Secondo il pm che ne ha chiesto il rinvio a giudizio, Piergiorgio Iodice, responsabile della concessionaria dei tributi per tutta la provincia, insieme con tre funzionari Silvia Angeli, Roberto Maestroni e Pierpaolo Trecci, avrebbero falsificato i prospetti del pignoramento, eseguito poi in modo illecito. La vigilia di Natale 2005 viene fissata la prima asta, che per qualche misterioso motivo, viene subito rinviata. Arriviamo al 3 febbraio 2006. Stavolta gli acquirenti arrivano, a botta sicura sostiene l’accusa: in tre si aggiudicano l’appartamento. Per un tozzo di pane, è il caso di dire: 100mila euro.
Ma il vento, nel frattempo, sta cambiando. I figli del pensionato, uno notaio, l’altro avvocato, intervengono, presenziando all’asta e a quanto pare ottenendo una «transazione iugulatoria». Il che significa trovare un accordo con i nuovi aggiudicatari. Intanto il loro padre è morto. Dopo il dolore la beffa: per riappropriarsi della casa versano 200 mila euro. Sempre meno comunque del reale valore di mercato.
Altra stranezza sulla quale lavorerà la Procura. Perché i nuovi proprietari avrebbero, pur lucrandoci, svenduto ciò che apparentemente avevano legalmente acquistato? Equitalia oggi prova a schivare gli attacchi precisando con una nota che all’epoca «il Gruppo non era ancora stato costituito e le persone coinvolte nella vicenda erano ancora dipendenti del precedente concessionario della riscossione».