FIMMINI RIBELLI A CITTANOVA

FIMMINE RIBELLI A CITTANOVA
Lirio Abbate, giornalista di L’Espresso, a Cittanova, ha raccontato la sue donne rivoluzionarie in terra di Calabria che, vissute dentro famiglie mafiose, decidono – spesso in un impeto di disperazione – di presentarsi alle forze dell'ordine per denunciare soprusi vissuti e crimini di cui sono state testimoni. Nel suo “Fimmine Ribelli” (edito da Rizzoli),  Abbate, nel Polo solidale per la Legalità, ha
Tratteggiato, ad una platea attenta e numerosa, i contorni di una tendenza senza precedenti e descrive le figure che ormai rappresentano un problema serio per le consorterie ‘ndranghetiste, e una risorsa cruciale per le Procure impegnate nelle lotta al fenomeno mafioso. Alcune di loro, riescono a «modellarsi sul codice, a coincidere con la parte assegnate», altre subiscono «a testa china e labbra strette, perché è così che è stato loro insegnato e perché ormai hanno perso la forza anche solo di sognare un futuro diverso». Ma ci sono tante altre, come Rosa Ferraro e Giusy Pesce, che «decidono di stracciare il copione e provare a costruirsi una vita che sia davvero la loro». Sono queste le donne che la ‘ndrangheta teme di più: per quello che possono rivelare, ma anche per «la forza imitativa di una scelta di rottura manifesta», che sgretola l’immagine di compattezza della struttura mafiosa. Con lui, Maria Teresa Morano, simbolo dell’antiracket calabrese e presidente della Fai, e la giornalista di Stop ‘ndrangheta, Francesca Chirico. «Il ruolo delle donne nel sistema ‘ndranghetista – ha raccontato Abbate – è di primo piano. Parliamo di figure dal forte carisma e collante della famiglia mafiosa che sono cresciute con quelle regole e non ne conoscevano altre, fino all’avvento della nuova tecnologia che stanno facendo conoscere a queste giovani donne i valori veri dell’amicizia e del sentimento. Conoscono nuove persone, si scambiano idee e pensieri su internet. Ma i sentimenti, per essere vissuti richiedono il tradimento della famiglia mafiosa e il prezzo da pagare è davvero molto alto. È capitato alla Cacciola a Rosarno, alla Napoli a Melicucco, a Tita Buccafusca nel vibonese. La famiglia mafiosa ti dice che vita devi vivere e alcune di loro riescano a «modellarsi sul codice, a coincidere con la parte assegnate», altre subiscono «a testa china e labbra strette, perché è così che è stato loro insegnato e perché ormai hanno perso la forza anche solo di sognare un futuro diverso», ma la vera rivoluzione è che queste donne voglio viverne un’altra di vita». Maria Teresa Morano è una “fimmina ribelle”. Nel 1991 a Cittanova, quando la faida tra Raso – Albanese e Facchineri stava per concludersi, diede un contributo importante alla nascita dell’Acipac, l’associazione che denunciò per la prima volta il racket in Calabria. Insieme a lei un’altra giovanissima donna Maria Concetta Raso, testimone nel processo che mise alla sbarra i poteri mafiosi cittanovesi.