GIUSTIZIA 1 &#45 TIRO MANCINO

GIUSTIZIA 1 &#45 TIRO MANCINO di Rita Pennarola Il bubbone scoperchiato dalle inchieste giudiziarie di Luigi De Magistris sta travolgendo la credibilita&acute&#59 della magistratura, i cui vertici reagiscono con punizioni “esemplari”. La Voce propone particolari inediti su alcuni protagonisti del Csm. A cominciare dal vicepresidente Nicola Mancino e da alcuni uomini del suo entourage, compreso il personaggio della telefonata con Saladino.Di cognome fa Arminio, di nome Angelo. Se ne sarebbe rimasto nell&acute&#59anonimato, alla guida delle sue imprese nel campo dell&acute&#59energia eolica, se non fosse stato per quella benedetta telefonata partita il 30 aprile del 2001 dall&acute&#59utenza fissa intestata al “sen. avv. Nicola Mancino” ed ubicata ad Avellino, Parco Abate. Il guaio e&acute&#59 che dall&acute&#59altro capo del filo c&acute&#59era l&acute&#59imprenditore&#45faccendiere Antonio Saladino, finito al centro di una tempesta giudiziaria sulla quale si giocano le residue possibilita&acute&#59, per gli italiani, di poter contare su almeno una parte della magistratura non addomesticabile e non allineata rispetto ai poteri forti.Il particolare &#45 gia&acute&#59 emerso nelle inchieste dell&acute&#59allora pubblico ministero di Catanzaro Luigi De Magistris &#45 e&acute&#59 diventato noto poche settimane fa, quando la magistratura salernitana ha chiesto ed ottenuto il sequestro di atti presso i colleghi di quello stesso tribunale calabrese, ottenendone in cambio una clamorosa richiesta di “controsequestro”. Nel dettagliato, monumentale atto d&acute&#59accusa dei pm salernitani Gabriella Nuzzi e Dionigio Verasani, coordinati dal procuratore capo Luigi Apicella, si riferisce infatti di una comunicazione pervenuta nel febbraio 2008 a quell&acute&#59ufficio giudiziario (competente ad indagare sulle denunce inoltrate dai magistrati lucani e calabresi messi sotto accusa da De Magistris, poi tutte respinte in una altrettanto corposa richiesta di archiviazione dei procedimenti contro di lui), nella quale il perito delle indagini su Why Not Giacchino Genchi si sofferma sul fatto che, fra le centinaia e centinaia di telefonate in entrata ed uscita dalle utenze di Saladino, esisteva proprio quella pervenuta dallo studio Mancino il 30 aprile del 2001 alle ore 18 e 47. Cosa si erano detti, in quei poco piu&acute&#59 di tre minuti di conversazione, Saladino e Nicola Mancino?«Non ho mai telefonato a Saladino &#45 ha risposto seccato Mancino lo scorso 4 dicembre ai giornalisti che chiedevano particolari rispetto alle prime indiscrezioni apparse sulla stampa &#45 la chiamata partita da uno dei miei numeri di telefono e&acute&#59 stata fatta da un&acute&#59altra persona, da un rappresentante di Comunione e Liberazione, Angelo Arminio, che nel 2001 era nella schiera dei miei collaboratori. Del resto, proprio nel 2001 ho cessato di fare il presidente del Senato, e quel collaboratore ha smesso di far parte della mia segreteria». A beneficio di chi nutrisse ancora qualche dubbio, il vicepresidente del Csm ha sventolato una lettera autografa nella quale Arminio attesta di essere stato l&acute&#59artefice di quella telefonata. «Comunque &#45 ha aggiunto &#45 e&acute&#59 tutto scritto nella mia agenda dell&acute&#59epoca. Che conservo».Resta pero&acute&#59 &#45 e pesa come un macigno &#45 la verbalizzazione resa ai pm salernitani Nuzzi e Verasani dalla teste chiave dell&acute&#59inchiesta Why Not (sottratta a De Magistris) Caterina Merante. Era il 15 gennaio 2008, poco piu&acute&#59 di un anno fa. E Merante, la piu&acute&#59 stretta collaboratrice di Saladino, dichiarava: «non posso esimermi dal dire che nel corso di questi anni in almeno tre occasioni Antonio Saladino ha avuto modo di riferirmi di incontri da lui avuti con Nicola Mancino, anche quando questi era presidente del Senato». Chiarissime, secondo lei, le ragioni dei rendez vous: «per quanto dettomi dallo stesso Saladino &#45 aggiunge la teste &#45 i motivi degli incontri erano relativi alla Compagnia delle Opere, in quanto il Mancino era considerato nell&acute&#59ambiente della predetta Compagnia un riferimento istituzionale importante. Preciso &#45 incalza &#45 che di questa circostanza sono a conoscenza anche altre persone della Compagnia delle Opere». I loro nomi? «Eugenio Conforti, ex direttore della Compagnia delle Opere, mio marito Arturo Zannelli, ex direttore della Compagnia delle Opere, e credo Giancarlo Franze&acute&#59», quest&acute&#59ultimo gia&acute&#59 socio della societa&acute&#59 di Saladino Why Not, nonche&acute&#59 ex presidente della corazzata di matrice gesuita.«Questa signora non la conosco e in ogni caso e&acute&#59 Saladino (il quale aveva smentito gli incontri, ndr) che dice la verita&acute&#59», e&acute&#59 stata la nuova replica di Mancino all&acute&#59uscita di Palazzo dei Marescialli.Nessuno &#45 par di capire &#45 oggi potra&acute&#59 piu&acute&#59 verificare se dobbiamo credere sulla parola a Mancino o alla Merante. All&acute&#59opera su quel delicato filone di indagine c&acute&#59erano infatti proprio i pm Verasani e Nuzzi, col procuratore capo Apicella. Tutti finiti dinanzi alla disciplinare del Csm dopo le indagini sui colleghi di Catanzaro e duramente colpiti: trasferimento per i primi due ed un “provvedimento esemplare” per Apicella: sospensione dalla funzione e addirittura dallo stipendio. Tutti e tre, quindi, messi nella materiale impossibilita&acute&#59 di riprendere le fila investigative di quel torbido scenario, comprese le verifiche sulle dichiarazioni di Caterina Merante. Inutile dire che a presiedere la disciplinare del Csm e&acute&#59 stato proprio lui, Nicola Mancino. In un Paese, come il nostro, che e&acute&#59 ormai patria indiscussa, su scala mondiale, del conflitto d&acute&#59interessi. Cecenia docet.ARMINIO INe#8200&#59CAMPOE allora, se non potremo mai sapere quanto fosse attendibile la superteste su quel punto, proviamo a capire qualcosa in piu&acute&#59 sull&acute&#59ex segretario di Mancino Angelo Arminio, tanto fedele da ricordare subito, dopo quasi otto anni, di aver fatto quella telefonata a Saladino dallo studio del suo leader politico. Di strada, indubbiamente, Arminio ne ha fatta tanta. Uscito dalla segreteria avellinese di Parco Abate lo ritroviamo oggi in veste di manager nei cda di numerose aziende operanti nel campo dell&acute&#59energia eolica. Classe 1942, Arminio e&acute&#59 originario di Bisaccia, provincia di Avellino, feudo dell&acute&#59ex ministro democristiano Salverino De Vito, altro manciniano purosangue. E&acute&#59 lo stesso vicepresidente del Csm a ricordare, parlando della fatidica telefonata con Saladino, che Arminio era entrato nel suo staff in quanto nipote di De Vito. Si chiama Das Energia ed ha sede a Palagiano, in provincia di Taranto, la sigla in cui Arminio fa registrare la piu&acute&#59 recente performance. E&acute&#59 infatti del 1 dicembre 2008 la sua nomina ad amministratore delegato della societa&acute&#59. Durata in carica, tre anni. Particolare curioso: proprio mentre nomina il suo vertice, la Das Energia srl risulta, alla Camera di Commercio, “impresa inattiva”.Stessa situazione per Apulia Sviluppo Fotovoltaico 2 srl, sede a Milano in via Boito, di cui Arminio e&acute&#59 amministratore unico con nomina del 23 aprile 2008. Allo stesso indirizzo della Das Energia &#45 Viale Chitona 131, Palagiano &#45 ha sede poi un&acute&#59altra srl, la Ekos Energia, di cui Angelo Arminio e&acute&#59 amministratore delegato da novembre 2007.Ancora un passo indietro nel tempo ed eccoci al 2006, quando inizia ad operare la Eolo srl, sede ad Avellino in via Manfra 1, che vede Angelo Arminio in veste di amministratore unico. La societa&acute&#59, stavolta, risultra tutt&acute&#59altro che inattiva. E nel campo degli impianti eolici sembra darsi molto da fare. Anche in Calabria. E&acute&#59 di ottobre 2007 la protesta di Wwf e Lipu contro l&acute&#59insediamento di un parco eolico sull&acute&#59altopiano dell&acute&#59Aspromonte proposto proprio dalla Eolo di Avellino.Non sappiamo se poi quell&acute&#59iniziativa, peraltro gia&acute&#59 varata dal consiglio comunale di Scilla (provincia di Reggio Calabria) sia andata in porto. Di sicuro pero&acute&#59 sull&acute&#59intera progettualita&acute&#59 della Regione Calabria in materia di energia eolica aveva acceso i riflettori proprio l&acute&#59allora pm di Catanzaro Luigi De Magistris.Fin qui la carriera imprenditoriale. E il resto? «Negli ambienti politici, da allora, Arminio lo si e&acute&#59 visto poco», dicono ad Avellino. Fa eccezione la fugace apparizione, risalente ai primi mesi del 2008, in zona Italia dei Valori. A raccontare la circostanza, una coppia che proprio in quel periodo, alla vigilia delle elezioni politiche, si era avvicinata al partito di Antonio Di Pietro «per dare una mano». Tanti particolari del loro racconto sono facilmente verificabili. A cominciare dalla candidatura, nelle alte posizioni delle liste irpine targate IdV, della giovane Tersmick Zigarelli, numero cinque, in rampa di lancio per la Camera. «Fu Arminio &#45 raccontano i coniugi &#45 a far conoscere la Zigarelli a Di Pietro, caldeggiandone la candidatura». «Chiesi ad Arminio come conoscesse la ragazza. Mi rispose che lui stesso aveva alcune societa&acute&#59 di fatto con suo padre, Gino Zigarelli, per la produzione di energia eolica». Non e&acute&#59 finita. «Durante un tragitto in macchina &#45 viene aggiunto &#45 Zigarelli affermo&acute&#59 di essere il capo della Massoneria ad Avellino e, in quanto tale, di avere grande influenza sul locale tribunale». Nell&acute&#59elenco degli iscritti alla Massoneria pubblicato dalla Voce, iscritto col numero progressivo 1459, compare il nome di Zigarelli Luigi, da Avellino. LAe#8200&#59SERAe#8200&#59ANDAVAMOe#8200&#59DAe#8200&#59MANCINOSe Angelo Arminio, lasciata la segreteria di Mancino, ha compiuto un&acute&#59autentica escalation nel mondo imprenditoriale, non meno soddisfacente sara&acute&#59, per il numero 2 del Csm, conoscere le folgoranti carriere toccate ad altri ex fedelissimi collaboratori o parenti. In primis il genero Attilio Vallante, marito della figlia Chiara, che riveste da qualche anno il ruolo di ispettore di punta nello staff del ministero guidato ora da Giulio Tremonti. E&acute&#59 Vallante, fra l&acute&#59altro, l&acute&#59implacabile revisore che ha messo sotto accusa, carte alla mano, le gestioni finanziarie dei Comuni di Catania (a guida del medico berlusconiano Umberto Scapagnini) e, piu&acute&#59 recentemente, Foggia.Senza toccare vertici cosi&acute&#59 ambiziosi, anche il fidatissimo Ilario Spiniello, per decenni plenipotenziario della segreteria avellinese di Mancino, puo&acute&#59 dirsi oggi un uomo arrivato. A parte la ambita poltrona nel cda del Consorzio idrico Alto Calore, l&acute&#59ente che gestisce il sistema delle acque in tutta la provincia e nel Sannio, toccatagli nel 2006, poche settimane dopo l&acute&#59insediamento del suo leader politico a Palazzo dei Marescialli, Spiniello nel 2008 e&acute&#59 diventato portavoce ufficiale di Francesco Pionati, il parlamentare Udc che siede nella commissione finanze della Camera.Vento in poppa, infine, anche per Paolo Viscione, negli anni ‘80 braccio destro dello studio legale Mancino, quartier generale partenopeo a Santa Brigida. Non si sa se sia rimasto qualcosa, oggi, di quell&acute&#59antica collaborazione. Di certo pero&acute&#59 Viscione continua ad intrattenere buoni rapporti con Alfonso Monetti (ex procuratore capo di Avellino, ma anche super consulente della Banca Popolare dell&acute&#59Irpinia negli anni del dopo terremoto) e con il figlio di quest&acute&#59ultimo, Marco. Intanto, come segnalato dalla Voce in un articolo di novembre 2007, Viscione diversifica i suoi interessi: attualmente lo troviamo in sella alla romana Artinvest, che presta fidejussioni a chi intenda acquistare opere d&acute&#59arte raccomandate dalla stessa societa&acute&#59. Soddisfatti o rimborsati. Una nuova vita, pareva di capire, anche per gettarsi alle spalle le turbolenze giudiziarie che negli anni ‘90 avevano angustiato la vita ad alcune iniziative societarie in ambito assicurativo che vedevano Viscione fianco a fianco con personaggi finiti nel mirino della magistratura, come il napoletano Giuseppe De Cristofaro. E invece solo un mesetto fa Viscione ha presentato al pubblico della capitale una compagnia di assicurazioni proveniente dalla Romania appena sbarcata in Italia e ben decisa a sgominare la concorrenza. FRONTEe#8200&#59DELe#8200&#59PARCOSulla fatidica telefonata ad Antonio Saladino, partita dallo studio&#45abitazione di Mancino nel capoluogo irpino quella sera del 30 aprile 2001, c&acute&#59e&acute&#59 ancora qualche particolare. Se ormai, grazie alle vecchie agende dell&acute&#59ex ministro, e&acute&#59 pacifico che fu Arminio a parlare col faccendiere di CL, poco o nulla si sa sul destino successivo di quella casa del Parco Abate. «I Mancino &#45 dicono i vicini &#45 non risiedono piu&acute&#59 qui da tempo. Il presidente, quando torna in zona, abita nella sua villa di Montefalcione». Sempre se glielo consentono gli impegni romani, o se non preferisce fare una salutare vacanza nella dimora estiva sulla Costa Smeralda. A custodire in qualche modo la memoria del tempo nell&acute&#59appartamento di Parco Abate e&acute&#59 rimasto pero&acute&#59 un amico di famiglia, legato a Mancino da anni. Si tratta di Giovanni Grasso, giudice alla sezione salernitana del Tar Campania, che qualche anno fa ha acquistato l&acute&#59immobile. Un grande esperto nella preparazione forense, Grasso. Tanto che la sua scuola forma intere generazioni di giovani aspiranti alla carriera di magistrato. Ed ottiene promozioni da record: basti pensare che Avellino da qualche anno e&acute&#59 in cima alla classifica per numero dei vincitori del concorso (in rapporto agli abitanti). Del resto, codici e pandette sono una passione di famiglia: la moglie di Giovanni Grasso, che esercita la professione di avvocato, e&acute&#59 impegnata nello studio dell&acute&#59ex senatore Ds Modestino Acone, Abbandonata la carriera politica, Acone e&acute&#59 oggi alla guida di uno studio legale specializzato nel diritto amministrativo che assiste clienti importanti. Quasi sempre dinanzi al Tar di Salerno.ILe#8200&#59NOMEe#8200&#59NELLEe#8200&#59CARTEMa torniamo a Nicola Mancino e alle polemiche suscitate dalla sua permanenza a capo della commissione disciplinare del Csm che si e&acute&#59 espressa contro De Magistris (lo scorso anno a puntare l&acute&#59indice su questa “incompatibilita&acute&#59” era stato l&acute&#59ex guadasigilli Roberto Castelli). Comunque non e&acute&#59 la prima volta &#45 come del resto accade a chi nella sua lunga carriera politica ha rivestito numerose ed importanti cariche &#45 che il nome di Mancino spunta in fascicoli giudiziari incandescenti. Niente che abbia assunto rilevanza penale, ma qualche imbarazzo politico decisamente si&acute&#59. Prima del caso Why Not, era accaduto in altre due vicende. Partiamo da Potenza dove nel 2002 il pm John Woodcock, indagando su un giro di tangenti per appalti pubblici, arresta quattro imprenditori della famiglia De Sio, accusati di aver versato una maxi tangente per aggiudicarsi l&acute&#59appalto della nuova sede Inail di Avellino.Nelle oltre mille pagine del gip di Potenza Gerardina Romaniello, insieme a quello dell&acute&#59ex parlamentare e sindacalista Sergio D&acute&#59Antoni, faceva capolino il nome di Nicola Mancino. Alcuni degli indagati avevano indicato i due parlamentari &#45 come era emerso nel corso di intercettazioni telefoniche ed ambientali &#45 in quanto referenti politici dell&acute&#59operazione. Qualche mese prima Woodcock aveva interrogato Guido D&acute&#59Avanzo, consigliere comunale di Avellino vicino alle posizioni di Mancino. «D&acute&#59Avanzo &#45 riportavano le cronache dei quotidiani &#45 chiese ai rappresentanti della maggioranza nel consiglio comunale di rinviare l&acute&#59approvazione della delibera, ma gli fu risposto che quella pratica era stata “sollecitata” (senza che gli fosse fatto il nome dell&acute&#59uomo politico che aveva esercitato “pressioni”) e doveva passare in consiglio: “Non ti mettere in mezzo &#45 gli fu detto, secondo il suo stesso racconto al pm &#45 perche&acute&#59 questa deve passare”».e#8232&#59Britannico, anche quella volta, l&acute&#59aplomb di Mancino: «Lo spreco sui quotidiani di nomi come il mio, estranei all&acute&#59indagine, mi produce solo un amaro sorriso». E nega qualsiasi coinvolgimento nella vicenda.Per ironia della sorte, qualche anno dopo sara&acute&#59 lo stesso Woodcock a dover temere il giudizio di Mancino. E&acute&#59 accaduto a settembre 2007, quando la sezione disciplinare del Csm, presieduta come sempre dall&acute&#59ex senatore di Montefalcione, ha assolto il pm di Potenza dall&acute&#59accusa di aver intercettato “abusivamente” la conversazione intervenuta tra indagati e difensori in un procedimento di usura, a loro insaputa.QUANDOe#8200&#59BRUSCAe#8200&#59PARLAVADa Potenza ci spostiamo a Palermo, altro girone, altre carte infuocate. Stavolta sono quelle dei pubblici ministeri di Caltanissetta Francesco Messineo, Paolo Giordano, Renato Di Natale e Carlo Negri, i quali a giugno 2003 chiedono l&acute&#59archiviazione delle indagini sui cosiddetti mandanti occulti delle stragi del ‘92, Capaci e Via D&acute&#59Amelio, che causarono l&acute&#59eccidio dei magistrati coraggio Giovanni Falcone e Paolo Borsellino e degli uomini delle loro scorte.«Il materiale probatorio raccolto &#45 spiegavano infatti &#45 pur confermando l&acute&#59ipotesi investigativa secondo la quale l&acute&#59illecita gestione degli appalti costituisce uno dei moventi dell&acute&#59esecuzione della strage di Capaci e dell&acute&#59accelerazione della strage di via D&acute&#59Amelio, non consente, pero&acute&#59, allo stato degli atti, di affermare, senza tuttavia escluderlo, che gli indagati abbiano in qualche modo contribuito alla deliberazione di attualizzare e accelerare il progetto stragista, o abbiano quanto meno agevolato o favorito la deliberazione medesima, ispirandola o rafforzandola».Tanti, gli elementi raccolti, che mettono in luce il clima rovente di quegli anni, la commistione fra Cosa Nostra e il sistema degli appalti pubblici che stava decollando con la benedizione di alcuni gruppi politici e il febbrile, consistente lavoro che Falcone e Borsellino conducevano su questo versante investigativo. «Fra il 1990 e il 1992 &#45 scrivono i pm &#45 maturano eventi per cosi&acute&#59 dire epocali sul versante dei rapporti fra mafia e sistema degli appalti». Un assunto sul quale concordano le dichiarazioni non solo dei pentiti di spicco come Angelo Siino, cassiere della mafia, e Giovanni Brusca, ma anche quelle di ex colleghi molto vicini ai due giudici palermitani uccisi, come Antonio Di Pietro.«Un&acute&#59eco in qualche misura reale del tentativo di infiltrazione (di Cosa Nostra nel sistema degli appalti, ndr) e&acute&#59 possibile rinvenirla &#45 si legge ancora nel documento dei pm &#45 nei verbali di dichiarazioni di Vito Ciancimino alla Procura di Palermo». Di Ciancimino viene ricordata «la analisi&#45deduzione secondo cui la strage di Capaci, unitamente all&acute&#59omicidio Lima sia da attribuirsi ad un movente politico esterno concepito da un “architetto” e teso a sconvolgere il Parlamento per determinare le condizioni per far eleggere un presidente della Repubblica diverso dal senatore Andreotti, mentre la strage di via D&acute&#59Amelio aveva come obiettivo di impedire al dott. Borsellino di rivestire la carica di procuratore nazionale antimafia (…)». Di assoluto rilievo, nell&acute&#59analisi dei quattro pubblici ministeri nisseni, le rivelazioni rese da Brusca il 27 aprile del 2002. «All&acute&#59interno della Dc &#45 cosi&acute&#59 le ricostruiscono i magistrati &#45 una parte aveva l&acute&#59obiettivo di distruggere la corrente andreottiana e fare emergere la sinistra&#59 (…). Quando dice “la sinistra” (Brusca, ndr) intende alludere in senso lato a posizioni di sinistra e specificamente ai vertici dell&acute&#59allora ministero degli Interni, cui era preposto l&acute&#59on. Mancino».DA MODENA AD AVELLINONon solo il business eolico nella agenda economica dell&acute&#59entourage di Nicola Mancino. Anche quello bancario, a molti zeri, come testimonia la vicenda della Banca Popolare Emilia Romagna. Ed entrambi sotto i riflettori della magistratura (procura di Catanzaro, pm di punta Luigi De Magistris, prima del forzato esilio).Il bubbone targato BPER comincia a maturare alcuni anni fa quando una dozzina di banche centro&#45meridionali in “crisi” vengono rilevate dal potente istituto, che in un sol colpo inghiotte anche crediti e annesse “sofferenze”, cedute &#45 pari pari &#45 ad una societa&acute&#59 creata ad hoc, Mutina. Il tutto, tramite notai londinesi: i quali, pero&acute&#59, ricevono un allegato (contenente l&acute&#59elenco dei debitori dei vari istituti incorporati) fasullo. Ossia, carta straccia. Quanto basta, comunque, per avviare l&acute&#59ormai (oggi) rituale meccanismo di cartolarizzazioni selvagge, con tanto di risparmiatori “invogliati” a sottoscrivere “titoli salsiccia”. L&acute&#59affare Mutina comincia a puzzare. La Voce tre anni fa raccoglie i primi j&acute&#59accuse da Salerno e Avellino, dove hanno sede le locali Popolari a loro volta assorbite dalla Popolare della Campania. Denunce al calor bianco, presentate alle procure di Avellino, Roma, Perugia, Modena, Salerno. Fanno seguito i pesanti rilievi dell&acute&#59Adusbef, la battagliera associazione al fianco dei risparmiatori, presieduta da Elio Lannutti. Il silenzio piu&acute&#59 assordante. Fino a che, indagando sulla Popolare del Materano, non si accendono i riflettori a Catanzaro. Lo sportello lucano, infatti, e&acute&#59 uno dei tanti inglobati dal colosso emiliano romagnolo (i cui vertici in passato hanno manifestato simpatie prodiane). Nella catena di istituti spicca un nome, quello della Popolare dell&acute&#59Irpinia. Lo ricordate? Negli anni ‘80 veniva chiamato lo sportello di famiglia, ovvero Ciriaco De Mita e i suoi, per via delle ingenti quote societarie sottoscritte dalla dinasty di Nusco, e per la solida amicizia tra l&acute&#59ex leader della Dc e l&acute&#59ex presidente dell&acute&#59istituto, Ernesto Valentino. Il quale pero&acute&#59 &#45 fanno notare parecchi nel capoluogo irpino &#45 aveva un altro grande amico, «quello che poi e&acute&#59 stato il vero faro dell&acute&#59istituto anche nel dopo Valentino: Nicola Mancino».Chiusa quella antica fase, oggi fra i piu&acute&#59 fedeli personaggi dell&acute&#59entourage di Mancino in Irpinia c&acute&#59e&acute&#59 l&acute&#59imprenditore Osmondo Scozzafava, originario di Catanzaro ma con base operativa nella provincia di Avellino attraverso la sua S.I.R.C., ditta destinataria di numerosi appalti per fabbricati e centri sportivi. A. C.LO SMEMORATO E BORSELLINOEra proprio Giacchino Genchi il perito incaricato dalla Procura di Caltanissetta IMPEGNATAe#8200&#59AD identificare i mandanti delle stragi di Capaci e Via D&acute&#59Amelio. Lo stesso esperto che fra 2006 e 2008 lavorera&acute&#59 al fianco di Luigi De Magistris per scoperchiare il bubbone Why Not. Un consulente “scomodo”, tenace, documentato, fedele solo al mandato assegnatogli. Il quale, forse proprio per questo, fu rimosso da quelle indagini nei primi giorni di maggio. Correva l&acute&#59anno 1993 e al governo del Paese sedeva per la prima volta Giuliano Amato. Ministro degli Interni era Nicola Mancino. Quasi tutti hanno dimenticato oggi questa circostanza. Non ha dimenticato Salvatore Borsellino, fratello di Paolo, che sul sito www.19luglio1992.com ripercorre con documenti incontrovertibili la storia reale del Paese, da quegli anni ad oggi. La ritrovata memoria di Mancino nel caso della telefonata ad Antonio Saladino (vedi articolo principale) e&acute&#59 il punto di partenza per un implacabile j&acute&#59accuse su tutta questa vicenda. Ne riportiamo qui di seguito alcuni brani di particolare significato.«Apprendo con particolare piacere che l&acute&#59On. Mancino sembra essere improvvisamente guarito dalla persistente amnesia da cui era affetto e che mi aveva costretto, da qualche tempo a questa parte, a citarlo chiamandolo “lo smemorato di Montefalcione”. Le sue crisi di amnesia, particolarmente preoccupanti in una persona che occupa una importante carica istituzionale quale quella di vice presidente del CSM, riguardavano in particolare l&acute&#59incontro avuto con il Magistrato Paolo Borsellino, 19 giorni prima che questi venisse eliminato». «L&acute&#59incontro avvenne nell&acute&#59ufficio di Mancino al Viminale dove lo stesso ministro lo aveva convocato d&acute&#59urgenza mentre Paolo, presso la DIA, stava raccogliendo le confessioni del collaboratore di giustizia Gaspare Mutolo che gli stava rivelando delle collusioni tra istituzioni deviate e criminalita&acute&#59 organizzata e gli stava probabilmente parlando in particolare del traditore dello Stato Bruno Contrada. La circostanza e&acute&#59 testimoniata dallo stesso Gaspare Mutolo, molto piu&acute&#59 attendibile dal punto di vista della memoria, e non solo, dello stesso Mancino. Mutolo ha raccontato che durante l&acute&#59interrogatorio Paolo ricevette una telefonata dopo la quale gli disse testualmente “mi ha telefonato il ministro, manco due ore e poi torno”». «La circostanza e&acute&#59 confermata dal sostituto procuratore Vittorio Aliquo&acute&#59 che conduceva l&acute&#59interrogatorio insieme a Paolo, che ricorda di avere accompagnato Paolo fin sulla porta del Ministro. E&acute&#59 accertato che Paolo abbia incontrato anche il capo della polizia Vincenzo Parisi e sembra anche che abbia visto uscire dall&acute&#59ufficio del ministro Bruno Contrada, cosa che deve averlo particolarmente sconvolto proprio per la strana coincidenza che questo avvenisse pochi momenti dopo avere raccolto le accuse di Gaspare Mutolo allo stesso Contrada».Ma c&acute&#59e&acute&#59 di piu&acute&#59. «In quell&acute&#59incontro deve sicuramente essere stata prospettata a Paolo la “trattativa” in corso tra istituzioni dello Stato e criminalita&acute&#59 organizzata, e il rifiuto e lo sdegno di Paolo devono essere stati cosi&acute&#59 violenti da rendere necessaria, per andare avanti e condurre in porto la stessa, la sua eliminazione e che questa avvenisse in tempi brevi, prima che Paolo, come aveva gia&acute&#59 fatto una volta quando si era tentato di smantellare il pool antimafia di Palermo, portasse questa cosa davanti all&acute&#59opinione pubblica.Infatti appena 18 giorni dopo Paolo fu eliminato. Che la trattativa a quella data fosse gia&acute&#59 iniziata e&acute&#59 stato confermato di recente dal figlio di Vito Ciancimino il quale, nelle rivelazioni che sta facendo ai magistrati di Palermo, ha portato indietro l&acute&#59inizio di questa trattativa, che gli interessati sostenevano essere iniziata dopo la strage di Via D&acute&#59Amelio».Salvatore Borsellino, insieme all&acute&#59Associazione Familiari Vittime di Mafia guidata da Sonia Alfano, e&acute&#59 sceso in campo nella manifestazione di solidarieta&acute&#59 al procuratore capo di Salerno Luigi Apicella dopo il verdetto del Csm.