Gli errori di Donnici…. da Ulixes

Gli errori di Donnici, il ruolo della stampa, il bisogno di una classe dirigenteIl punto di vista di ulixes sull’incontro con l’assessore DonniciC’è stata una sola persona che ha stigmatizzato in maniera perfetta il significato e il senso del convegno organizzato dall’Ulixes giorno 28 sul turismo. Il dott. Pitingolo, firma preziosa del giornalismo calabrese, diceva: “In 20 anni non ho mai assistito ad un’assemblea tanto affascinante e sentita. Un confronto così serrato, giovane ed appassionato con un assessore regionale davvero non mi è mai capitato di vederlo”. Una cosa è certa: le 2 ore di convegno si sono succedute con un’intensità più unica che rara e soprattutto, come ogni evento che si sottrae a formalismi ed esercizi di retorica, ha messo in luce aspetti più profondi, capaci di andare oltre il dibattito stesso. Si aveva l’impressione che gli universitari di ulixes, con una criticità capace di assumere a tratti toni anche poco ortodossi ( e sarebbe ipocrita non ammetterlo), non contestassero scelte precise o singole politiche ma un intero sistema, un intera mentalità che è presupposto fondante per ogni vera svolta nell’azione pubblica e amministrativa. Ed è di questo anzitutto che questo articolo vuole parlare, perché l’intervento sul merito è stato già affrontato da un associato nei giorni precedenti. Oggi si vuol parlare di quel festival del sottosviluppo politico e culturale cui ci è toccato d’assistere giorno 28. In primo luogo la dialettica dell’assessore che si è distinta per autoreferenzialità e chiusura. Diamo contenuto a questi aggettivi non scelti a caso e lo faccio attraverso le sue parole dirette. Ho segnato tre passi del discorso quanto meno preoccupanti: “Vi prego di lasciare fare a noi e giudicare dopo 5 anni”, “Ma quale Salento e Salento. Noi abbiamo “Identità Calabria” loro hanno copiato noi e noi non dobbiamo scimmiottare da nessuno” e infine “A volte il problema è che noi le cose le facciamo ma non le comunichiamo perché a noi non ci piace sbandierare”. Se le parole sono importanti così come crediamo e se esse riflettono l’approccio ed il carattere di un pubblico amministratore ci sono in quelle tre frasi gli elementi per chiedere le dimissioni all’assessore Donnici. E non si esagera: v’è una concezione autoritaria della democrazia, una chiusura mentale che è ostacolo ad ogni vero progetto di sviluppo. La democrazia moderna non può concepirsi come il “lasciate fare a noi” perché la politica non solo deve rispondere e confrontarsi con il pluralismo di voci ed esperienze che fioriscono sul territorio ma anche perché ogni meccanismo di verifica, controllo e giudizio che dovrebbe verificarsi dopo 5 anni è alterato nella sua bontà da organi d’informazione deboli e procedura di raccolta del consenso, spesso nella nostra regione, soggette a logiche feudali. In secondo luogo la democrazia contemporanea va di pari passo con la comunicazione (veramente ridiamo e impallidiamo sull’uso del verbo sbandierare) che è tutt’uno con l’operato politico in una logica d’integrazione, informazione del cittadino e conseguente partecipazione. Non è un modo di vantarsi il comunicare ma un obbligo preciso di ogni governarte, specie alla luce della complessità degli strumenti legislativi degli stati moderni. L’associato Fabio Melia diceva che portali turistici e leggi regionali sul turismo sono effettivamente accessibili ma attraverso procedure telematiche complicatissime, le quali sono già specchio d’un fallimento dell’operato dell’assessorato. In ultimo luogo il modo con cui l’assessore ha chiuso la questione Salento è riflesso di abietto provincialismo ed ignoranza demagogica che continuerà a segnare i fallimenti di queste e di altre future amministrazioni. Il modello Salento è un modello per ogni zona d’Italia, parlarne e studiarlo non vuol dire negare assolutamente un’identità calabrese, ma semmai imparare da una strategia dimostratasi vincente e fornire interpretazioni e contenuti originali. Ci sono migliaia di esempi che documentano lo sviluppo di stati a partire dallo studio e dall’importazioni di professionalità e modelli stranieri ed è per questo che nell’ascoltare l’affermazione dell’assessore abbiamo creduto di trovarci a tu per tu con il Cetto La Qualunque della situazione. Per giunta l’assessore, oltre a sciorinare cifre in perfetto politichese, non ha saputo dire una parola su questo presunto progetto Calabria. E valga questo a riprova delle tesi affermate. A completare questo valzer dell’assurdo una stampa che, a nostro dire ha bisogno di affrancarsi ancora di più da quelli che oseremmo definire le forze di attrazione gravitazionale del carrozzone regionale. Anche di questo si dovrà discutere il 20 nella conferenza sul giornalismo indetta da Ulixes. Vi sono ottime firme ed ottime individualità giornalistiche (apprezzabili i giornalisti presenti in quel giorno) ma abbiamo percepito nel modo di riportare l’evento che òle garanzie e le motivazioni indotte dai gruppi editoriali debbano divenire maggiori: la stampa non può non recitare il suo ruolo decisivo in una Calabria che voglia definirsi come nuova e vincente.Nei fatti, la conferenza del 28 ha spesso visto e identificato 2 calabrie, 2 mentalità contrapposte ma, attenzione non inconciliabili. Perché questa non è una guerra ma, e si badi bene, un percorso comunque e paradossalmente da costruire assieme. L’assessore, la stampa e le personalità presenti presente segnalavano comunque un interesse, il riflesso d’un impegno e d’una speranza, ma nel condizionamento di strutture, strumenti e mentalità che sono le nostre vere catene, spesso più forti ed obbliganti degli individui. E’ per questo che, pur nelle negatività fin qui sottolineate, senza risparmiare nulla, queste due realtà devono continuare a dialogare e dibattere, contaminandosi a vicenda ma per un motivo soltanto: è il momento del passaggio generazionale di quadri e mentalità dirigenti. Non v’è mai stato nella nostra regione un fiorire, a tratti commovente, di energie così fresche e determinate a riacquistare il controllo e la progettualità della propria terra, a sfuggire al destino abietto dell’emigrazione, a riscoprire il richiamo di questa meravigliosa striscia tra due mari che non vuole e non può continuare a significare rimpianto e frustrazione. Il terreno non va perduto….E’ in quest’ottica che le guerre non servono a nessuno, perché le guerre ritardano e fiaccano e si possono anche perdere ( come abbiamo avuto modo di ricordare in interventi precedenti ). Noi non commetteremo quest’errore ma è nel dialogo che faciliteremo e velocizzeremo questo passaggio di consegne, chiedendo conforto ai partiti, alla stampa ed, anzitutto, alla voce pressante e continua della società civile. Salvatore Scalzo, Vincenzo Capellupo, Martino Ranieri, Associazione Ulixes