GOLPE BIANCO di Rita Pennarola

GOLPE BIANCO di Rita PennarolaUn autentico corto circuito dello Stato e della democrazia, quello che sta andando avanti dopo che l’inchiesta della Procura di Catanzaro ha portato alla luce l’intreccio criminale che coinvolgerebbe i massimi livelli del governo. Ora tutto passa nelle mani del Csm. E in quelle del suo vicepresidente Nicola Mancino. Ecco particolari inediti sulla sua storia politica e sui suoi fedelissimi della prima ora. Alcuni osservatori esteri parlano già, allarmati, di golpe bianco. E sottolineano la gravità di una situazione che rappresenta un unicum assoluto in Europa: il presidente del consiglio ed il ministro della giustizia iscritti nel registro degli indagati, mentre il pubblico ministero artefice dell’indagine finisce “alla sbarra” dinanzi al Consiglio superiore della magistatura, al cui vertice siede un altro esponente politico di primissimo piano tirato in ballo nell’ambito di quella stessa inchiesta (benchè non formalmente indagato). E’ il ritratto a tinte fosche di un periodo che sarà probabilmente ricordato fra i momenti più bui della storia repubblicana. Acque torbide sulle quali piove ogni giorno nuovo fango, mentre la mafia spa si conferma prima “industria” del Paese (con 90 miliardi di fatturato annuo, secondo il report annuale di Confesercenti) e la mattanza quotidiana assedia città come Napoli, con la media di un massacro al giorno per le strade del centro e della periferia. Ma chi sono i protagonisti, fra luci e ombre, del golpe silente che sta minando le basi stesse della democrazia nel Paese? Prima di tracciare un profilo inedito &#45 con notizie in esclusiva &#45 su fatti e personaggi, un brevissimo riepilogo della vicenda. Decolla a giugno scorso l’inchiesta Why not condotta dal pubblico ministero di Catanzaro Luigi De Magistris, che ipotizza connection fra politici, imprenditori e massoneria. Si chiamava infatti proprio così, Why not, la società di lavoro interinale facente capo al principale indagato, Antonio Saladino, già al vertice della Compagnia delle Opere in Calabria. A luglio cominciano a circolare notizie sull’iscrizione nel registro degli indagati del premier Romano Prodi, insieme ad esponenti locali dei Ds e della Margherita. Quarant’anni, napoletano, discendente da una famiglia di toghe da sempre in prima linea (il padre era stato, fra l’altro, giudice nel processo all’ex ministro della Sanità Francesco De Lorenzo), Luigi De Magistris aveva cominciato a scoperchiare il pentolone del malaffare negli anni scorsi conducendo l’inchiesta Poseidone, su un traffico di rifiuti da milioni di euro e, soprattutto, con le indagini sulle toghe lucane, che avevano portato alla luce le connivenze col malaffare di un intero pezzo del palazzo di giustizia a Potenza. A metà settembre il guardasigilli Clemente Mastella chiede al Csm il trasferimento d’ufficio per De Magistris: la causa starebbe in un rapporto elaborato dagli ispettori di via Arenula (capitanati dal partenopeo Arcibaldo Miller) sui rapporti all’interno della procura di Catanzaro. L’8 ottobre scorso il Consiglio superiore rinvia la decisione al 17 dicembre, ma non è finita. Il 18 ottobre si apprende che nel registro degli indagati per l’inchiesta Why not compare anche il nome dello stesso Clemente Mastella. Il ministro si dichiara «sereno», ma appena due giorni dopo il procuratore generale di Catanzaro Dolcino Favi avoca a sé l’inchiesta per incompatibilità. De Magistris, di fatto “rimosso” dall’indagine, parla di «morte dello Stato di diritto». Qualche giorno prima gli era stata recapitata una busta contenente un proiettile e minacce di morte. Ad insorgere per primi sono due esponenti di primo piano dell’Associazione nazionale magistrati: l’avocazione da parte di Dolcino Favi «non appare condivisibile &#45 vanno giù duri Gioacchino Natoli e Mario Suriani della Giunta esecutiva centrale &#45 per l’assenza di ragioni giuridiche idonee a sorreggerla, nonché oltremodo discutibile per i tempi e le modalità di adozione del provvedimento». Dopo avere spiegato perchè, nel caso di De Magistris, non sussistono i presupposti giuridici alla base dell’avocazione, Natoli e Suriano esprimono in un comunicato «preoccupazione ed allarme, sotto il profilo del metodo, per il ricorso allo strumento del tutto eccezionale dell’avocazione, che non solo rischia di produrre ulteriore confusione nell’opinione pubblica, ma anche di determinare un dannoso rallentamento nella conduzione di così delicate indagini». Nonostante tutto, il 24 ottobre lo “scippo” è completato: il procuratore Favi dispone infatti la trasmissione dell’inchiesta Why not alla procura di Roma, dove il Tribunale dei ministri dovrà esaminare la posizione di Mastella e quella di Romano Prodi per verificare se i reati ipotizzati nei loro confronti siano stati commessi quando già erano rispettivamente ministro e premier. Quanto a De Magistris, la sua posizione resta al vaglio del Csm e del suo vicepresidente Nicola Mancino. Eppure proprio il nome dell’ex senatore democristiano era rimbalzato fra le carte di quelle stesse indagini per le quali il pm di Catanzaro è ora “sotto accusa” dinanzi alla disciplinare. Una circostanza che aveva sollevato la protesta dell’ex guardasigilli Roberto Castelli sulla possibile incompatibilità di Mancino a pronunciarsi in merito al caso De Magistris. «Non essendo un indagato &#45 ha riposto secco l’ex senatore della Margherita &#45 presiederò, secondo quanto previsto dall’ordinamento e nel pieno rispetto delle regole processuali, la Camera di Consiglio». No, non è indagato, Mancino, nell’inchiesta di De Magistris. E non lo era nemmeno in quella condotta nel 2002 dal pubblico ministero potentino John Woodcock sul giro di tangenti per la costruzione della nuova sede Inail ad Avellino, benchè il nome dell’attuale vicepresidente del Csm, insieme a quello dell’altro ex dc Sergio D’Antoni, avesse più volte fatto capolino in quel ponderoso faldone. A tirarlo in ballo erano stati alcuni degli indagati, durante le intercettazioni telefoniche e ambientali che avevano portato all’apertura dell’inchiesta. Lo stesso gip Geraldina Romaniello aveva infatti sottolineato, nell’ordinanza di custodia cautelare a carico di 20 persone, la necessità di stabilire se Mancino e D’Antoni fossero intervenuti per fare “pressioni” sul consiglio comunale di Avellino in vista dell’approvazione della concessione edilizia per la costruzione dell’edificio Inail. E in proposito lo stesso pm Woodcock aveva interrogato il consigliere comunale di Avellino, Guido D’Avanzo, notoriamente vicino alle posizioni politiche di Mancino. Non si era peraltro fatta attendere la reazione di quest’ultimo: «lo spreco sui quotidiani di nomi come il mio, estranei all’indagine, mi produce solo un amaro sorriso». Tutte menzogne tese ad infangare il suo buon nome, allora, quei riferimenti a Nicola Mancino che si scambiavano parlando fra loro &#45 e senza sapere di essere intercettati &#45 numerosi personaggi indagati? Il fenomeno, riscontrato nell’inchiesta Woodcock del 2002, si sarebbe poi ripetuto anche in quella, recentissima, di De Magistris. Di sicuro, a carico dell’ex presidente del Senato non risulta, in merito ad entrambe le vicende, alcun addebito penale. Ma si può davvero affermare la stessa cosa sul piano politico dove &#45 almeno fino a prova contraria &#45 è ancora lecito avanzare dubbi e perplessità? Scorriamo intanto il passato politico di Nicola Mancino, nato nel 1933 a Montefalcione, provincia di Avellino, avvocato, consigliere comunale e capogruppo del partito in Irpinia per 17 anni&#59 quindi &#45 recita la sua biografia ufficiale &#45 segretario della Dc locale, consigliere regionale e presidente della Regione. Nel frattempo diventa per la prima volta senatore (1976), poi a inizio anni novanta, dopo aver contribuito a fondare il Ppi insieme all’altro big democristiano Ciriaco De Mita (che della Margherita campana è stato segretario fino alle primarie dei giorni scorsi per la fondazione del Partito Democratico), Mancino passa alla poltrona di ministro dell’Interno (dal ’92 al ’94) nei governi Amato I e Ciampi, quindi presidente del senato nella XIII legislatura. Fino ad agosto 2006, quando deve decidersi a lasciare Palazzo Madama (dopo 30 anni di permanenza in Parlamento) per assumere &#45 eletto all’unanimità subito dopo l’insediamento del premier Romano Prodi &#45 la carica di vicepresidente del Csm. La festa grande si tiene proprio nella sua roccaforte avellinese e a prendervi parte sono i suoi fedelissimi, in prima fila Ilario Spiniello, ex coordinatore della sua segreteria, il quale poche settimane più tardi &#45 a settembre 2006 &#45 balza al vertice della spa Alto Calore, che fornisce acqua potabile, cura delle acque reflue e gestione degli impianti fognari in tutta l’Irpinia e nel Sannio. Una bella soddisfazione per il devoto Spiniello che un anno dopo &#45 vale a dire a inizio ottobre scorso &#45 sull’onda del successo mette su insieme al 45enne Consiglio Bagno una nuova creatura societaria, la Illi srl (24 mila euro in dote), con uno smisurato oggetto sociale (dal commercio di bigiotteria alla costruzione di ponti e strade) in cui spicca la precisa vocazione ad intercettare provvidenze comunitarie per le aree svantaggiate del Mezzogiorno. ADDA VENI’ VISCIONE Vento in poppa e meritate soddisfazioni, dunque, per Spiniello. Intanto tutto sembra filare liscio anche per un altro storico, irriducibile manciniano doc della prima ora, l’avvocato Paolo Viscione. 65 anni, originario di Benevento ma da qualche tempo residente a Roma in via di Pietra 70, Viscione negli anni settanta era stato fra i più attivi frequentatori dell’allora avvocato&#45deputato&#45consigliere comunale Mancino nel mitico studio&#45quartier generale partenopeo di quest’ultimo, affacciato sulla centralissima via Santa Brigida. Un’escalation che sembrava inarrestabile, quella del poliedrico Viscione, e che invece nel ’96 viene bruscamente fermata da una delicata inchiesta della magistratura avellinese. In quel periodo, mentre l’Irpinia è ancora tutta un cantiere per gli appalti della ricostruzione post sisma, ad attirare le attenzioni degli inquirenti sono alcune società facenti capo allo stesso Viscione e al suo socio, il ragionier Antonio Telaro, con cariche anche nella Banca Popolare dell’Irpinia (oggi in orbita Bper, vedi pezzo a seguire) del demitiano di ferro Ernesto Valentino. Di quella banca proprio Ciriaco De Mita, così come i suoi familiari e così come lo stesso Nicola Mancino, avevano acquistato azioni. Un blitz nello studio congiunto Viscione&#45Telaro a Montesarchio, ma anche altre perquisizioni nelle numerose sedi facenti capo ad entrambi, portano alla luce agendine elettroniche, appunti ed indirizzi. Fra i nomi maggiormente ricorrenti, quelli di Nicola Mancino e di Giuseppe Gargani. Del resto, «Viscione &#45 scriveva la Voce in un’inchiesta di novembre 1996, giusto 11 anni fa &#45 ha appena evitato una scocciante proposta di soggiorno obbligato per particolare pericolosità sociale, richiesta dalla polizia e respinta dal tribunale del riesame. “Sebbene abbia subito nel gennaio ’94 denunce per truffa &#45 si legge nel dispositivo &#45 sebbene nell’80 sia stato condannato per falso in cambiali, nonostante questo ha una sola condanna, un mandato di cattura, i suoi contatti con personalità delinquenziali si riducono alla segnalazione del commissariato PS in cui si dice che Viscione era con Bove Vincenzo del clan Pagnozzi”. Ma tutto ciò è, secondo il riesame, solo “cultura del sospetto”». Sempre e solo per la cultura del sospetto Viscione finisce nuovamente nel mirino dei giudici per il crac dell’Ifir, l’Istituto per le vendite all’asta dei beni pignorati: uscirà completamente indenne anche da questa brutta vicenda, pur se «il curatore fallimentare dell’Ifir, Aldo Giarrizzo &#45 scriveva sempre la Voce a novembre ’96 &#45 stabilì che Viscione aveva sottratto dalle casse dell’istituto oltre 1 miliardo e 200 milioni grazie ad un vorticoso giro di assegni e titoli, quasi sempre presentati all’incasso presso la Cassa Rurale di Ceppaloni», la banca del paese natale di Clemente Mastella, che di lì a poco finì in liquidazione coatta. Ce n’era abbastanza perchè Viscione, perseguitato dagli strali della magistratura, decidesse di cancellare con un colpo di spugna tutte le sue società. Non solo quelle che erano finite all’attenzione degli inquirenti, ma anche le più recenti Tecnologia e servizi srl, messa su ad Atripalda nel 2003, Viscione e Partners, con sede a Posillipo in via Stazio, fino alla coop edilizia Montevergine, della quale era amministratore delegato. Tutte sigle che risultano oggi cancellate, qualcuna addirittura a settembre 2007. Sarà che il vulcanico ex avvocato ed ex assicuratore&#45imprenditore si è dato ora anima e corpo all’arte. Nella capitale, allo stesso indirizzo di via Pietra 70, ha sede infatti l’ultima sua creazione in ordine di tempo: la Arteinvest, vale a dire televendite rateali di artisti contemporanei, in onda il sabato sera sul canale privato della capitale Roma one. «Una volta acquistati i quadri &#45 veniva dettagliato sul sito Napoli on the road &#45 se in 18 mesi non cresce il loro valore nelle quotazioni, Arteinvest consente di restituirli e di recuperare interamente la cifra sborsata. Chi compra dunque riceve una fideiussione pari al costo dell’opera che potrà far valere qualora l’investimento non abbia prodotto guadagno. E non finisce qui. Ogni opera può essere acquistata ratealmente ed il prezzo è comprensivo di un’assicurazione contro l’incendio». Potevano mancare assicurazioni e fidejussioni? Certo che no, perchè «l’idea, manco a dirlo, porta la firma di un napoletano, Paolo Viscione, avvocato di professione, gallerista virtuale per passione». Ed è subito boom: «in meno di due anni d’attività &#45 viene aggiunto &#45 l’Arteinvest è diventata così una società per azioni con un capitale versato di 2 milioni e mezzo di euro e tre sedi fra Napoli, Avellino e Roma». La corazzata Arteinvest ha aperto nel frattempo altri uffici ad Altamura (Bari), a Cagliari e nella stessa capitale, in via Francesco Saverio Nitti. Ma, soprattutto, sebbene non veda nel suo organigramma direttamente in pista il nome di patron Viscione, vanta un presidente del consiglio sindacale che più di fiducia non si può: è lui, l’ottantacinquenne ragionier Antonio Telaro. E il cerchio si chiude. Ma torniamo a Nicola Mancino che nel frattempo, soprattutto dopo la fulminea ascesa a Palazzo dei Marescialli, di ex fedelissimi come Paolo Viscione avrà perso anche il ricordo, preso com’è dal doversi pronunciare ogni giorno sulle più stringenti questioni di giustizia del Paese. A disturbare la sua olimpica quiete arrivano piuttosto inchieste giornalistiche come quella dell’Espresso, che solo poche settimane fa aveva portato alla luce la storia dell’appartamento da 10 stanze in zona piazza Navona acquistato da Mancino per appena 800 mila euro: «Un buon affare &#45 commenta il settimanale &#45 per sette vani catastali e 203 metri quadri di superficie». Fin dal 1977 Mancino, evidentemente, cercava casa. Risale infatti a quell’anno il suo ingresso nella cooperativa edilizia con sede in via Campo Marzio, sempre a Roma. Suo socio nella coop, messa in liquidazione nel ’98, era fra l’altro il numero uno della Camera di Commercio di Potenza Pasquale Lamorte. LA CROCE di BORSELLINO Questioni edilizie a parte, forse oggi la vicenda più spinosa con cui sul piano politico l’anziano politico irpino deve confrontarsi è l’aspro botta e risposta con Salvatore Borsellino. Il fratello del magistrato simbolo e martire della lotta alla mafia aveva infatti lanciato un pesante j’accuse nel luglio scorso, alla vigilia del quindicesimo anniversario dalla strage di via D’Amelio. Il 1 luglio del ’92, 18 giorni prima di essere ucciso, Paolo Borsellino fece visita all’allora ministro degli Interni Nicola Mancino. La circostanza, ricordata dal fratello del giudice assassinato, è stata subito smentita dall’ex ministro. «Chiedo al senatore Nicola Mancino &#45 aveva detto Salvatore Borsellino &#45 del quale ricordo negli anni immediatamente successivi al 1992 una lacrima spremuta a forza durante una commemorazione di Paolo a Palermo, di sforzare la memoria per raccontarci di che cosa si parlò nell’incontro con Paolo nei giorni immediatamente precedenti alla sua morte. O spiegarci perchè, dopo avere telefonato a mio fratello per incontrarlo mentre stava interrogando Gaspare Mutolo, a sole 48 ore dalla strage, gli fece invece incontrare il capo della Polizia Parisi e il dottor Contrada». «Da quell’incontro &#45 aggiunge Salvatore Borsellino &#45 Paolo uscì sconvolto, tanto, come raccontò lo stesso Mutolo, da tenere in mano due sigarette accese contemporaneamente». Ma proprio «in quel colloquio &#45 è la conclusione &#45 si trova sicuramente la chiave dalla sua morte e della strage di via D’Amelio». La replica di Mancino, direttamente chiamato in causa, non si fa attendere: «rispetto alle domande che oggi per la prima volta mi rivolge il fratello del compianto dottor Borsellino, non posso che confermare ciò che già in due occasioni ho testimoniato davanti alla magistratura, e cioè che il giorno del mio insediamento al Viminale come ministro dell’Interno, il 1 luglio 1992, ho salutato e sono stato complimentato da numerosissime autorità e persone, molte da me conosciute, molte incontrate per la prima volta in quella occasione. Non posso escludere che tra questi vi fosse anche il dottor Paolo Borsellino, che comunque non aveva chiesto a me un incontro formale, nè lo aveva ottenuto. E’ vero invece &#45 conclude &#45 che il dottor Borsellino si incontrò con il Prefetto Parisi, allora capo della Polizia». «Se è vero che le dichiarazioni di un pentito come Gaspare Mutolo &#45 è la dura controreplica di Salvatore Borsellino &#45 non possono assumere da sole valore probatorio se non suffragate da solidi riscontri, è anche vero che di riscontro ne esiste almeno uno, e incontrovertibile, dato che è siglato dallo stesso Paolo Borsellino. In merito alla persistenza delle lacune di memoria del senatore Mancino sull’incontro con Paolo Borsellino del 1 luglio 1992 evidenti dalla sua risposta alle mie dichiarazioni e preoccupanti per chi è stato chiamato alla vicepresidenza del Csm, ritengo mio dovere fargli notare che nella sua seconda agenda, quella grigia in possesso dei suoi familiari, che, essendo stata lasciata a casa da Paolo il 19 luglio, non ha potuto essere sottratta come quella rossa, mio fratello ha annotato: “1 luglio ore 19.30: Mancino”». «Mutolo &#45 incalza Salvatore Borsellino &#45 riferisce la frase di Paolo durante l’interrogatorio: “devo smettere perché mi ha chiamato il ministro, manco mezzora e torno…”». Ancora: «Devo ricordare al senatore Mancino che è proprio grazie alle dichiarazioni di Gaspare Mutolo che il dottor Bruno Contrada, funzionario del Sisde, ha potuto essere condannato in via definitiva dalla Corte di Cassazione. Inoltre &#45 precisa Salvatore Borsellino &#45 lo stesso Vittorio Aliquò (all’epoca procuratore aggiunto, ndr) ha dichiarato di aver accompagnato Paolo fino alla soglia dell’ufficio di Mancino, ed è impossibile credere che lo stesso non possa ricordare di avere incontrato non un qualsiasi magistrato tra i tanti che quel giorno “venivano a complimentarsi per la mia nomina”, ma un giudice ad estremo rischio di vita che in quei giorni era al centro dell’attenzione di tutti gli italiani». Primo ministro del governo italiano, in quel tragico luglio 1992, era l’attuale titolare degli Interni, Giuliano Amato.