Il Centro Lanzino su Padre Fedele

E’ il momento di fare sentire nella sarabanda mediatica sul frate più famoso d’Italia, il nostro pensiero, il pensiero di chi si occupa di violenze alle donne da quasi 20 anni ormai e, quando ne parla, lo fa con il rispetto di tutti.In primo luogo delle donne che riescono a denunciare, perché sappiamo quanto costi farlo e a quale ludibrio infarcito di luoghi comuni si sottopongano.In secondo luogo degli autori dei reati per i quali, sino a quando non interviene una sentenza di condanna passata in giudicato, si impone il principio della presunzione di innocenza.E così, per affrontare questo difficile argomento, vogliamo partire proprio da un luogo comune: quello secondo cui una violenza sessuale non possa essere provocata da una donna “bassa, tozza e grassa”.A parte la volgarità nei confronti di tutte quelle donne che non siano alte,eleganti e longilinee, quella affermazione è contraddetta da tutte le analisi sul fenomeno della violenza alle donne, che viene invece perpetrata soprattutto nei confronti di donne non particolarmente attraenti e/o procaci, ma soprattutto su donne in condizione di debolezza e ricattabilità.Gli stupratori scelgono con cura le loro vittime tra le più deboli, le più modeste, le più diseredate, proprio per tenersi al riparo dalle possibili denunce. Una seconda riflessione, motivata dalla lettura delle intercettazioni telefoniche – discutibilmente riportate dalla stampa locale e nazionale – è sul tipo di cultura che emerge relativamente alla considerazione della donna, una cultura miserevole di chi non vede nelle donne che un insieme di connotazioni puramente sessuali.Emerge, inoltre, con disumana platealità un fenomeno che, come centro antiviolenza, andiamo sempre più spesso constatando: la tentazione, cioè, da parte di molti uomini di approfittare delle condizioni di bisogno delle donne immigrate. E’ nostra esperienza che trasmigrare dall’approfittamento alla violenza è cosa assai frequente.Infine un appello agli operatori dell’ informazione affinché si sottraggano alla pruriginosa voluttà di pubblicare con estrema dovizia i particolari delle presunte violenze commesse. Oltre a confermarsi l’odiosa pratica di atti processuali integralmente consegnati alla stampa è decisivo l’uso che di questi atti la stampa fa. Una corretta informazione non passa né “sbattendo il mostro in prima pagina” né titolando “ la suora si truccava”. Vorremmo che, da questa vicenda così “boccaccesca”, come è stata definita dai giornalisti, si traesse spunto per una riflessione più approfondita sulle dinamiche delle relazioni trai i generi,con meno curiosità e più rispetto da tutte le parti, soprattutto per dare ai giovani strumenti di lettura utili ad una comprensione serena della realtà nella quale vivono.Le donne del Centro contro la violenza alle donna “Roberta Lanzino” di Cosenza