Il Declino di Cosenza

E’ difficile comprendere e dare un senso a quello che sta succedendo nella composizione delle liste elettorali nel centrosinistra calabrese se non si fa un passo indietro in termini geopolitici. Cosenza è stata storicamente la città che ha espresso uomini politici forti, in grado di orientare e determinare processi che si sono riverberati sull’intera regione. Senza tirarla molto per le lunghe, Mancini e Misasi, pur all’interno di una conflittualità molto aspra, hanno costituito punti di riferimento, anche a livello nazionale, da cui era difficile prescindere. Scomparso Misasi, Mancini per molti, a Roma, “era” la Calabria, come se tutto passasse per lui, anche in termini di contrappesi, è ovvio, ma con una sottolineatura di cosentinità molto accentuata. Nel Governo Prodi, poi D’Alema, poi Amato la presenza di sottosegretari cosentini era molto esigua se non nulla, come a dire “voi avete Mancini, quindi state buoni”. Mi rendo conto che detta così, in una nota di poche righe, può apparire come una semplificazione eccessiva, ma con un minimo di benevolenza mi si passi il ragionamento che, invece, ha un suo saldo fondamento.I Democratici di Sinistra avevano guardato con proiezione futura al dopoMancini, in chiave cosentina e regionale, attrezzandosi a capitalizzare ed ereditare quanto sarebbe accaduto con la scomparsa del vecchio leone, prima con una belligeranza a tutto campo, poi con un’alleanza totalmente subalterna. Non si dimentichi la vicina Rende, altra roccaforte socialista ma da sempre in rotta di collisione con Mancini, il che poneva non pochi problemi nelle politiche diessine di oltreCampagnano. Scomparsa la DemocraziaCristiana, non era facile per i Popolari e la Margherita rioccupare postazioni di rilievo in un panorama politico molto cambiato: sta accadendo nell’ultimo periodo. Nel frattempo Reggio Calabria soprattutto, ma anche Catanzaro acquisivano via via preminenza crescente, in specie per le politiche regionali (Bova alla guida regionale diessina, Minniti sempre più potente… ), e i Ds pur diventati un partito riformista stentavano a contaminarsi con altre culture politiche, non adeguando a sufficienza ceto politico e insediamento sociale. Un po’ l’aneddoto dalemiano dei figli di un dio minore, che ha fatto sì, finora, che ci si alleasse con soggetti politici eredi e discendenti della prima repubblica, cedendo loro sovente le postazioni di prima fila. Un processo lungo, troppo lungo di sdoganamento a 360 gradi, che finora ha visto la legittima conservazione e autotela di un ceto politico pciista in alcune aree, ma non l’apertura doverosa, e quindi la residualità, in altre. Nei centri urbani, per esempio, e in particolarea Cosenza, dove nel frattempo Mancini imponeva Junior alla Camera in forza di un patto federativo con i Ds e il suo successore a Palazzo dei Bruzi, ottenendo in entrambi i casi un sì incondizionato. In cambio di un piatto di lenticchie, verrebbe da dire, visto che Mancini giovane se ne è andato con lo Sdi, una volta ottenuto il via libera al Parlamento, e con Catizone è andata come sappiamo. Oggi a Cosenza c’è il deserto, dopo che i Ds, uno dopo l’altro, hanno decapitato sul nascere ogni possibile new entry nel box della dirigenza e della rappresentanza, che potesse costituire un ponte con la nuova società urbana, con la quale raramente e episodicamente fin dai tempi del Pci, aveva intessuto relazioni politiche. Qualche passaggio, giusto da “fiore all’occhiello” e poco altro. Così, la possibilità di fungere da punto di riferimento forte, a Cosenza, una volta scomparso Mancini e con la Margherita ancora non del tutto assestata, è svanita o rinviata a chissà quando. Così si spiegano le candidature di Latorre e di Calipari, così si spiega anche una probabile candidatura (civetta?) del segretario di federazione Franchino, e prima ancora i tantissimi assessori regionali cosentini nella giunta Loiero. Non aver investito nell’aggiornamento del ceto politico, aver pensato, in termini eccessivamente politichesi, che morta una forza politica, voilà le subentra l’altra, aver badato, ed è comprensibile, giusto e condivisibile, a difendere i “quadri” esistenti e, però, a nient’altro, ora ci pone nella condizione nota. Mentre il quadro politico è in movimento, con una Margherita che arruola da Fisichella (An), a Polito (dalemiano), in una competition aspra coi Ds e anche in vista d’un futuro (o futuribile?) partito democratico, al quale Rutelli e Marini vogliono arrivare ben panciuti. Così che o si farà il Partito Democratico o si farà il grande centro: aspettiamoci forti novità nel dopo elezioni. E a Cosenza è più che giusto pensare al nuovo sindaco, è sacrosanto occuparsi delle candidature, ma se una volta, come già nel passato accadde, volessimo un po’ anticipare il tutto e pensare al Partito Democratico di Cosenza? Comprendo molte obiezioni, molti se, ma, e addirittura avversioni, ma stante la crisi di ciascun partito del centrosinistra, di grado e tipo diverso, ma stante soprattutto il declino di Cosenza e l’alea della nuova democrazia cristiana, incominciare a pensare, senza eccesi di preclusione e di presunzione, a cose nuove, a cose forse più efficaci e rispondenti ai nostri tempi è opportuno e forse doveroso.di Massimo Veltri