“Intoccabili” di Saverio Lodato e Marco Travaglio

«Perché gli stessi pm, sulla base degli stessi pentiti, sono bravissimi a far condannare centinaia di mafiosi con la coppola, e diventano incapaci quando processano i mafiosi in colletto bianco?» Se lo domanda spesso, provocatoriamente, Caselli da quando ha lasciato Palermo. Parla di quello che lui e i suoi colleghi, ma anche insigni giuristi, descrivono spesso come il continuo «innalzamento della soglia probatoria» necessaria per condannare imputati eccellenti. Traduzione: negli ultimi anni, per condannare gli intoccabili, i giudici pretendono prove dieci volte superiori a quelle ritenute sufficienti per condannare imputati anonimi. Basta confrontare le sentenze di condanna di tanti picciotti con quelle di assoluzione (con la comoda clausoletta del comma 2 dell’articolo 530) di tanti potenti. Ci ha provato efficacemente Enrico Bellavia in un articolo per «MicroMega»:E se Andreotti non fosse Andreotti, ma un Calogero Picciotto qualunque? Se fosse stato uno dei tanti nessuno, o uno di quegli effimeri colonnelli dell’esercito dei boss che attraversano le aule di giustizia di questo paese, come sarebbe finita? Questa è la storia di uno come Calogero, un Giuseppe Maiorana, operaio emigrato a far fortuna a Milano nei primi anni Settanta. Giuseppe ha un cugino, Angelo Galatolo, che è un boss palermitano e che sarà ucciso in un conflitto a fuoco. Il 23 maggio del 1978 muore a Trezzano sul Naviglio un certo Damiano Savino. Per capirci qualcosa si cerca tra quelli che conoscono la vittima. Spunta il nome di Maiorana. In tre giureranno di aver sentito dire da uno che non verrà mai interrogato che la sua Opel gialla è stata vista andare via dal luogo dell’omicidio. È ergastolo. Nessuno dei tre ha visto in faccia Maiorana. Di più, ma lo si sarebbe saputo soltanto l’anno scorso, c’è anche un testimone oculare che però è cieco. Maiorana prova a dimostrare che nel giorno dell’omicidio era a Palermo. Non ci sono buchi nei suoi spostamenti. Non ci sono prove che mancano, registri spariti, sorprendenti omissioni. Maiorana ha dei biglietti ferroviari nominativi, e ha un medico che si gioca la carriera per affermare che nel giorno dell’omicidio procurò un aborto illegale alla moglie dell’operaio e che Maiorana era presente. Non basta. E non bastano ancora a una revisione del processo neppure tre pentiti, nuovi di zecca, che giurano che Maiorana non c’entra nulla con quel delitto. Che concordano nel dire che l’autore è proprio quel suo cugino che gli soffiò la macchina, profittando dell’assenza. Il movente? Uno schiaffo. Proprio così, con la Opel gialla Angelo Galatolo andò a vendicare uno schiaffo preso da Savino. Questa è, invece, la storia di Giovanni Vitale: un pentito che lo accusa per sentito dire per un delitto del 1994 e una condanna all’ergastolo per un omicidio che sostiene di non avere mai commesso. Il pentito è Pasquale Di Filippo, che racconta ai giudici dell’assassinio di un tale Armando Vinciguerra che fu punito per avere messo in giro la voce, falsa, che il boss di San Giuseppe Jato, Bernardo Brusca, stava per pentirsi. Di Filippo dice che di quell’omicidio gli parlò uno che lo aveva fatto, Vincenzo Buccafusca. E quest’ultimo gli avrebbe parlato anche di Vitale. Giovanni Brusca, figlio di Bernardo, da pentito, racconta soltanto di aver saputo che al delitto partecipò anche un ragazzo. È Vitale? Non è chiaro, ma è lui che finisce nell’elenco di quelli che prendono la condanna a vita. Nessuno quasi se ne accorge. Per ben altro ci si è occupati di quel processo. È il primo nel quale è stato condannato per mafia Vittorio Mangano, lo stalliere di Arcore. È quello nel quale Marcello Dell’Utri è venuto ad avvalersi della facoltà di non rispondere. Chi ci pensa a un Vitale? E se Andreotti non fosse Andreotti, ma Vitale, o Maiorana, insomma uno dei tanti Picciotto, ci si sarebbe arrovellati su un bacio? Oppure lo si sarebbe liquidato come possibile e probabile declinando la gamma dell’ospitalità sicula, così avara di convenevoli, ma gelosa dei propri riti? «Non poteva non sapere», ripetono i colpevolisti, spargendo non solo il seme del dubbio, ma evocando un principio in base al quale la gran parte dei processi di mafia a carico dei componenti della Cupola ha ricevuto il bollo in Cassazione. Un principio in base al quale sono state pronunciate le venti condanne a carico di Totò Riina, che certo non ha firmato alcun ordine di servizio per alcuno dei cento omicidi di cui lo si è accusato. «I riscontri, i riscontri, sono mancati i riscontri», hanno urlato sui giornali i più prudenti, quelli che si sono provati in un’analisi che non fosse la solita filastrocca sulle toghe rosse pronte a porre un sigillo giustizialista sulla storia. Ma in un processo per mafia, che ruota intorno alla necessità di provare ciò che è coperto da un vincolo di segretezza, cos’è un riscontro? È un fatto, quando c’è, ma anche una serie di indizi che costituiscono una prova logica…Chi non coglie o non vuole cogliere questo aspetto preferisce contrapporre il «metodo Falcone» al «metodo Caselli»: il primo serio, rigoroso, prudente, fondato su prove granitiche e pentiti «veri», «garantista» con tutti i crismi e i riscontri, dunque foriero di grandi successi processuali; l’altro disinvolto, irruento, «emergenziale», fondato su teoremi evanescenti e pentiti «falsi», senza prove né riscontri, «giustizialista» e dunque votato al fallimento. Ma è davvero così? Se fosse così, il «casellismo » non avrebbe raccolto condanne nemmeno nei processi all’ala militare di Cosa Nostra: lì, invece, non ne ha mancata nemmeno una. E allora? È stato Caselli, insieme con un pugno di colleghi torinesi impegnati contro il terrorismo, a inventare il lavoro in pool, dal quale poi impararono Chinnici e Caponnetto trapiantando quel modello a Palermo nelle indagini di mafia con Falcone, Borsellino e gli altri. Fu Caponnetto a telefonare a Caselli per chiedergli spiegazioni sul metodo del pool di Torino: «Come fate ad affidare a più giudici istruttori una stessa inchiesta, visto che per il nostro codice il giudice istruttore è monocratico?». Caselli ricorda con emozione quella telefonata: Le primissime inchieste sulle Br, di competenza di Torino, erano state assegnate tutte a un solo giudice istruttore, che ero io: erano le inchieste che avevano al centro i sequestri Labate, Amerio e Sossi, operati dal nucleo storico delle Brigate rosse. L’idea di formare un pool ci venne in mente dopo l’assassinio del procuratore generale di Genova, Francesco Coco, ucciso insieme a due uomini che lo scortavano. La Cassazione aveva designato per questa inchiesta noi di Torino poiché, correttamente, aveva interpretato quel delitto come una rappresaglia contro Coco che si era opposto alla liberazione, richiesta dai brigatisti, di detenuti in cambio di quella di Sossi. Mi chiamò nel suo studio il capo dell’Ufficio Istruzione di Torino, Mario Carassi, che mi affidò l’inchiesta Coco dicendomi che però, da quel momento, tutte le inchieste di terrorismo sarebbero state assegnate con me anche ad altri colleghi, che inizialmente sarebbero stati Mario Griffey e Luciano Violante: «È bene che tu non sia più solo», mi disse Carassi, che è stato uno dei miei maestri: «l’estensione del terrorismo è sempre maggiore, per cui è necessario che vi siano in campo più risorse per contrastarlo. E poi, più obiettivi possibili vi sono, minore diventa il rischio per ogni singola persona». Caso mai fosse successo qualcosa a uno di noi, sarebbero restati gli altri due ad andare avanti. In quei giorni nacquero i pool. Io allora gli feci subito la stessa domanda che poi ci rivolsero Caponnetto, Falcone e Borsellino: come era possibile, dal punto di vista procedurale, realizzare un simile progetto? Come si poteva attribuire a tre magistrati, a tre giudici istruttori contemporaneamente la titolarità di una stessa inchiesta giudiziaria? La risposta il nostro consigliere istruttore l’aveva trovata lavorando sull’articolo 17 delle disposizioni di attuazione del codice Rocco. Aveva cioè deciso di intestare il processo a se stesso, cioè al dirigente dell’ufficio, delegando poi il compimento dei singoli atti congiuntamente o disgiuntamente ad altri giudici istruttori. Da quel giorno varie volte la Cassazione sarebbe stata investita del problema da ricorsi presentati da difensori di imputati e sempre la Cassazione avrebbe sottoscritto e sostenuto quell’intuizione del geniale consigliere istruttore di Torino. Questo voleva sapere Caponnetto. Questo gli spiegai. Anche a Palermo decisero di lì a poco di adottare un’interpretazione sostanzialmente simile a quella torinese. Per me è stato motivo di grande soddisfazione sapere di aver contribuito in qualche modo a intraprendere fin da allora (assieme a Palermo) una via procedurale assai efficace per contrastare la grande criminalità organizzata. Mi faceva piacere ricordare come gli effetti positivi di una scintilla torinese si fossero presto estesi anche a Palermo con grandi, indiscutibili risultati.Quando approda a Palermo, avendolo «inventato», Caselli conosce bene quel metodo. E così i magistrati della Procura, che l’hanno sperimentato per anni lavorando fianco a fianco con Falcone e Borsellino. I tempi sono diversi, ma il sistema è identico. E identici sono gli strumenti – i pentiti, i riscontri, l’associazione mafiosa, il concorso esterno – anche se ora c’è in più la legge sui collaboratori di giustizia, che Falcone e Borsellino avevano chiesto per anni e avevano ottenuto solo dopo la morte. Anche il contestatissimo concorso esterno in associazione mafiosa era, per Falcone e Borsellino, un reato sacrosanto: l’unica arma per recidere le collusioni politico-istituzionali che garantiscono lunga vita e grande potere alla mafia. Falcone e i colleghi del pool lo scrissero nero su bianco – plasmando la figura giuridica (tutt’altro che sconosciuta in passato) del concorso esterno in associazione mafiosa – nella sentenza-ordinanza del processo «maxi-ter» a Cosa Nostra, il 17 luglio 1987: Manifestazioni di connivenza e di collusione da parte di persone inserite nelle pubbliche istituzioni possono – eventualmente – realizzare condotte di fiancheggiamento del potere mafioso, tanto più pericolose quanto più subdole e striscianti, sussumibili – a titolo concorsuale – nel delitto di associazione mafiosa. Ed è proprio questa «convergenza di interessi» col potere mafioso che costituisce una delle cause maggiormente rilevanti della crescita di Cosa Nostra e della sua natura di contropotere, nonché, correlativamente, delle difficoltà incontrate nel reprimerne le manifestazioni criminali. Collusioni politico-istituzionali che potevano portare anche all’assassinio, come disse ancora Falcone a proposito dei delitti Mattarella, Dalla Chiesa, Reina e La Torre:Omicidi in cui si è realizzata una singolare convergenza di interessi mafiosi e di oscuri interessi attinenti alla gestione della cosa pubblica, fatti che non possono non presupporre tutto un retroterra di segreti e inquietanti collegamenti, che vanno ben al di là della mera contiguità e che debbono essere individuati e colpiti se si vuole davvero voltare pagina. Non per nulla, è proprio dal 1987 che si intensifica la guerra politico-mediatica al pool di Falcone e Borsellino, fino a impedir loro di lavorare a Palermo: appena lasciano intendere che le loro indagini stanno per fare un salto di qualità, investendo i piani alti delle collusioni istituzionali, il pool antimafia viene spazzato via dai corvi, dalle manovre della politica e dell’ala più retriva della magistratura, infine dal tritolo. Anche sull’uso dei pentiti, il metodo Falcone e il metodo Caselli coincidono. Basta leggere il mandato di cattura spiccato nel 1984 per i cugini Nino e Ignazio Salvo dopo le rivelazioni di Buscetta. Il pentito aveva raccontato che gli esattori erano «uomini d’onore» e che lo avevano ospitato nella loro villa di Santa Flavia. Quali riscontri trovarono i giudici del pool alle sue parole? Si fecero descrivere gli ambienti della villa, poi andarono a verificare sul posto se quella descrizione corrispondeva alla realtà. Corrispondeva. Così i Salvo finirono in carcere. Lo stesso metodo fu seguito, spesso con maggiore dovizia di riscontri, dalla Procura di Caselli per verificare le accuse dei pentiti nei vari processi, più o meno eccellenti, celebrati fra il 1993 e il 1999. E ancora, basta scorrere le ordinanze di rinvio a giudizio e le sentenze dei tre maxiprocessi, per rendersi conto che la «convergenza del molteplice» – cioè il valore probatorio delle dichiarazioni incrociate di più pentiti, riconosciuto dall’articolo 192 del codice di procedura penale – stava già alla base delle indagini del vecchio pool (che infatti venne accusato di «abuso» dei pentiti, proprio come il nuovo pool). Gli imputati dei tre maxiprocessi furono condannati su elementi almeno altrettanto (se non meno) consistenti di quelli che hanno portato a certe assoluzioni nell’èra Caselli. Il che si spiega, appunto, con quel progressivo «innalzamento della soglia probatoria» che chi vuole giudicare in buona fede non può non notare, confrontando le sentenze degli anni Ottanta con quelle degli anni Novanta. Come ha scritto Antonio Ingroia: Con il massimo rispetto delle sentenze, siano esse di condanna o di assoluzione, va ricordato che non pochi studiosi, storici e giuristi, hanno da tempo evidenziato che è un dato ricorrente nella storia della magistratura che le oscillazioni degli orientamenti, soprattutto in tema di valutazione della prova, e specialmente nei processi di mafia, non sono mai state del tutto immuni dal mutamento degli orientamenti politico-culturali dominanti in un dato momento storico. La stagione delle assoluzioni per insufficienza di prove degli anni 60ᇚ si inseriva nel clima di lassismo nei confronti della mafia prevalente in quegli anni. La stagione dei maxiprocessi fu anche il frutto della reazione statale alla sequela degli omicidi eccellenti a cavallo fra la fine degli anni 70 e i primi anni 80. Subentrò una nuova fase di stanca e di «stallo» sul fronte giudiziario, quel «calo di tensione» a più riprese denunciato da Falcone e Borsellino. Oggi si ha spesso la sensazione di assistere ad uno spettacolo già visto. E allora la domanda da porsi è questa: non è quantomai singolare che gli orientamenti politico-culturali prevalenti e, conseguentemente, gli indirizzi giurisprudenziali mutino a seconda che la stagione, nella quale essi maturano, sia quella in cui si processano imputati appartenenti alla mafia militare o soggetti appartenenti al ceto dirigente del paese? Quale giustizia è quella che sottopone cittadini appartenenti a classi sociali diverse a differenti criteri di valutazione della prova?Un solo esempio, fra i mille possibili. Nell’ordinanza-sentenza di rinvio a giudizio del «maxi-uno», Falcone e Borsellino scrivono: Le rivelazioni di Buscetta e di Contorno si integrano e completano a vicenda, provenendo da personaggi che hanno vissuto esperienze di mafia da diversi punti di osservazione. Avendo due soli pentiti a disposizione, bastava l’incrocio fra le dichiarazioni dell’uno e dell’altro per riscontrarle entrambe. E tanto bastò ai giudici per condannare centinaia di mafiosi a pene molto pesanti, anche all’ergastolo. Anche quando i pentiti raccontavano notizie di seconda mano (de relato). Sono ancora Falcone e Borsellino a scrivere, nel ricorso contro la scarcerazione di un presunto mafioso chiamato in causa da Totuccio Contorno:Se un uomo d’onore apprende da un altro consociato che un terzo è un uomo d’onore, quella è la verità. Non importa conoscere fisicamente l’uomo d’onore. Il giudice diede loro ragione e il presunto mafioso fu riarrestato qualche tempo dopo, in compagnia di un latitante. Il pool commentò:L’episodio costituisce la più chiara dimostrazione del grado di attendibilità di Contorno e dovrebbe indurre a rifuggire da quell’aprioristico atteggiamento di generalizzata svalutazione delle chiamate in correità da parte dei pentiti in mancanza di altri riscontri. Parole che, a ripeterle oggi, un magistrato rischia il procedimento disciplinare, con l’accusa di «giustizialismo» assicurata. I conti tornanoPrima di addentrarci nei grandi processi dell’èra Caselli, facciamo un po’ di conti per stilare un bilancio attendibile di quella stagione. In quei sei anni e mezzo, dal gennaio 1993 all’estate 1999, la Procura di Palermo ha sequestrato beni mafiosi per un valore di oltre diecimila miliardi di lire. Ha sventato decine di attentati e omicidi; sequestrato un numero impressionante di arsenali con armi da guerra di ogni tipo, missili compresi; indagato 89.655 persone, di cui 8.826 per fatti di mafia (un decimo del totale, con buona pace di chi sostiene che furono trascurati gli altri delitti). I rinviati a giudizio sono stati in tutto 23.850, di cui 3.238 per mafia. Impossibile stilare una statistica esaustiva delle sentenze nei vari gradi di giudizio: soltanto gli ergastoli, nei processi avviati in quella stagione, sono stati 647. A questi vanno aggiunte svariate centinaia di condanne a pene inferiori, da 30 anni di reclusione in giù. A volte più condanne hanno colpito la stessa persona, quindi il numero dei condannati è inferiore a quello delle condanne. Ma è comunque altissimo: il più alto mai registrato nella storia di Palermo. Così come quello dei mafiosi, latitanti e non, catturati dalle forze dell’ordine coordinate dalla Procura, soprattutto dal pm Alfonso Sabella. La lista comprende il gotha di Cosa Nostra (con l’eccezione dei soli Bernardo Provenzano e Matteo Messina Denaro) e include tutti gli autori delle stragi del 1992 e ’93, poi processati a Caltanissetta e Firenze. A cominciare da Santino Di Matteo, che nella notte fra il 23 e il 24 ottobre 1993 inizia a collaborare davanti a Caselli, in una stanza della Dia a Roma, e in un lunghissimo interrogatorio squarcia per la prima volta il velo sulla strage di Capaci, alla quale ha personalmente partecipato (prima ne aveva parlato soltanto, de relato, Pino Marchese), facendo decollare l’inchiesta di Caltanissetta. Pagherà un prezzo altissimo: il sequestro e l’assassinio del figlio Giuseppe, strangolato e sciolto nell’acido. L’elenco delle catture eccellenti fa impressione, e ancor di più ne fa l’oblio interessato che le ha fatte dimenticare: Totò Riina, Leoluca Bagarella, Giovanni ed Enzo Brusca, Pietro Aglieri, Vito Vitale, Mariano Tullio Troia, Carlo Greco, Nino Gioè, Gioacchino La Barbera, Balduccio Di Maggio, Santino Di Matteo, Salvatore Biondino, Vincenzo Sinacori, Filippo e Giuseppe Graviano, Raffaele Ganci con i figli Domenico e Calogero, Giuseppe e Gregorio Agrigento, Francesco Paolo Anzelmo, Mico Farinella, Giuseppe La Mattina, Natale Gambino, Antonino Mangano, Salvatore Grigoli, Pietro Romeo, Gaspare Spatuzza, Francesco Giuliano, Cosimo Lo Nigro, Fifetto Cannella, Pino Guastella, Nicola Di Trapani, Salvatore Cucuzza, Giovanni Buscemi e tanti altri. Scorrendo quei nomi, un tempo terrore della Sicilia, ben si comprende perché si parlò per qualche anno di «fine del mito dell’inafferrabilità e dell’immunità di Cosa Nostra». Perché alla Procura si ebbe la breve, ma netta sensazione di poter vincere la guerra. E perché tanti mafiosi scelsero di collaborare con lo Stato. Lo Stato, in quel momento, appariva più forte di Cosa Nostra. Poi le acque del Mar Rosso violentemente si richiusero. E cominciò il triste, inesorabile, eterno riflusso. Lo ha fotografato splendidamente lo storico Salvatore Lupo intervenendo nel 2002 a un convegno di Magistratura democratica: Non possiamo dire che i risultati nel contrasto alla mafia sono stati ottenuti dallo Stato. Lo Stato in quanto tale non esiste, e tanto meno esiste nell’Italia degli ultimi vent’anni. È errato presupporre una volontà unitaria delle istituzioni e una capacità dello Stato di far pesare la propria realtà. I risultati non sono frutto dello Stato, che, anzi, ha ampiamente ostacolato il lavoro svolto da altri. Sono frutto, quei risultati, di un gruppo composto di rappresentanti dell’opinione pubblica, di uomini delle istituzioni e di uomini della politica, probabilmente minoritario in tutti e tre i settori. Questo gruppo ha esercitato un peso contro Cosa Nostra, che si è trovata isolata nelle sue relazioni interne e quel peso, per minimo che fosse, è stato sufficiente per ottenere quella che io penso sia stata una grande vittoria. Quando il ministro Lunardi dice le cose che dice, o quando l’on. Berlusconi spara contro i magistrati e dice le cose che dice, purtroppo non lo fanno per pendenze passate (che nessuno riuscirà, credo, a dimostrare e da cui Berlusconi uscirà santificato); lo fanno per il futuro, perché c’è bisogno di mafia o di altre cose analoghe alla mafia. Poi si vedrà cosa è disponibile sul mercato: altrimenti non si capisce perché, fin dalla sua prima campagna elettorale, Forza Italia sia partita con un attacco, che allora nell’opinione pubblica nessuno accettava, alla legge sui pentiti e perché è andata all’assalto della magistratura quando la magistratura era sulla cresta dell’onda. Non si capì perché! Se fosse solo un problema di consenso, un uomo politico non avrebbe fatto quell’operazione. Ha fatto l’operazione per il futuro, perché occorre che domani questa gente, che siete voi magistrati, non ci siate più (…).