L Analisi di Giuseppe Pierino di M. Veltri

L&acute&#59Analisi di Giuseppe Pierinodi Massimo VeltriNon è facile misurarsi con il lungo saggio che Giuseppe Pierino ha pubblicato all&acute&#59inizio dell&acute&#59estate. Lungo, articolato, documentato, acuto e sofferto, sullo stato della politica in Calabria, meglio: sulla Calabria in generale. Attinge al suo background di chi politica non la fa da oggi, di chi la fa con passione e come servizio, e servendosi di riferimenti colti e appropriati ci fornisce un quadro desolato e desolante della situazione. Nè si può dire sia una sortita estemporanea, visto che il dibattito, spesso sotto traccia, sulle cose calabre lo ha visto impegnato da non poco tempo, e non è certo il solo a non omologarsi o rassegnarsi per come vanno le cose. Vito Teti è un altro che non ci sta, e pure lui, in estate, ci ha fornito uno spaccato amaro e approfondito delle cose di casa nostra.Non è facile, dicevo, misurarsi con Pierino, per una serie di motivi,essenzialmente: dove si vuole andare, come e con chi&#59 e per l&acute&#59asincronia evidente fra l&acute&#59impianto del saggio di Pierino e il comune sentire e agire, almeno dei più.A chi è rivolto il pensiero di Pierino? Ai politici perchè siravvedano: a quelli locali, a quelli nazionali? A chi è fuori dai giochi e avrebbe le carte in regola per rientrare o entrare? Alla società civile perchè animata non solo da volontà sostituistiche si rafforzi sul terreno della cultura politica e avvii un processo di rinnovamento e di adeguamento della politica calabrese? Ai giovani, in balìa dell&acute&#59estranietà e dello straniamento più totale? Sarebbe facile rispondere con un sì per tutti, ma ciò detto è utile riflettere sui potenziali interlocutori sul versante del cambiamento. Chi rinuncia a quello che ha, chi smuove rapporti di sudditanza incrostati fin nel DNA, chi fa interrogare su quanto sta facendo, forse è meglio: non sta facendo, per mettere in discussione lo statu quo? Ci sono rapporti di dipendenza e di subalternità che se non li si legge con la lente dei meccanismi del potere e l&acute&#59imperante indolenza più retriva non si va da nessuna parte. E chi e come li scardina questi rapporti perversi? Una volta c&acute&#59era il confronto, la discussione, la democrazia, la selezione dei gruppi dirigenti, valori etico&#45politici di spessore&#59 ora c&acute&#59è il verticismo esasperato e la rincorsa verso l&acute&#59affermazione e il successo a tutti i costi. Il pensare, lo scrivere, l&acute&#59agitare le acque, quale effetto possono sortire? Pessimismo eccessivo? Mah…In Italia, dopo il crollo dell&acute&#59URSS c&acute&#59è stato ed è ancora in corso un delirio d&acute&#59abbattimento di paramenti e di armamentari che, certo, non potevano durare, ma che rivisitati, se pure nel profondo, potevano costituire l&acute&#59ossatura di una moderna sinistra laica e di governo. Invece no, a partire dal liberismo, dal leaderismo, dal carrierismo, dal mercato, dal decisionismo, che ha spazzato tutto del come eravamo, tranne una cosa: il dirigismo e la cultura del predominio della politica politichese su tutto. Ciò malgrado la rivoluzione degli strati sociali, la complessità crescente, l&acute&#59incalzare delle emarginazioni, delle insicurezze, del dominio dei mercati. La scelta che si è fatta &#45 inerziale? &#45 è stata quella di cavalcare il cavalcabile, con l&acute&#59aggravante del retropensiero secondo il quale dietro tutto e tutti c&acute&#59era sempre e comunque il paradigma dell&acute&#59egemonia politica e culturale vecchia maniera. Come si spiega altrimenti l&acute&#59arroccamento feroce di chi proviene da una scuola terzinternazionalista e ora sposa e promuove il nuovo, d&acute&#59incanto, senza un processo, una rivisitazione, una gradualità? Non si sente odore di avanguardie che devono, in ogni caso e sempre quelle, guidare il popolo?La degenerazione calabrese, che certo ha sue specificità, è figlia di queste metastasi, che hanno trovato fertilissimo terreno di coltura, grazie anche al servilismo verso il centro, all&acute&#59opportunismo, alla gracilità del tessuto complessivo. C&acute&#59è chi ha commentato lo scritto di Pierino attribuendo responsabilità di non poco conto all&acute&#59intellighentsia e all&acute&#59università, dalle quali c&acute&#59erano da attendersi ben altri contributi e azioni. E&acute&#59 vero, un inquinamento complessivo ha finito per interessare massicciamente soggetti e parte delle istituzioni accademiche, con silenzi, ammiccamenti, omologazioni, ricerca di riconoscimenti e gratificazioni, rinunciando a esercitare quel ruolo di criticità e di indicazione di prospettive nuove che sono il sale dell&acute&#59agire intellettuale libero e onesto. Non sono, costoro, nè da assolvere nè da comprendere. Parimenti, come si fa a non rendersi conto, però, che la politica è per sua stessa natura e definizione quella cosa che deve occuparsi del complesso e della generalità degli interessi collettivi, e quindi, come tale, tutto informa e pervade, lungo i diversi rami dell&acute&#59articolazione sociale, del proprio agire, della propria cultura. Il tutto aggravato dalla mancanza di una elaborazione dottrinaria &#45 un tempo si chiamava così &#45 dei nuovi corsi sociali e culturali, oltre che economico&#45finanziari.Pierino data la (nuova) crisi calabrese dalla nascita dell&acute&#59ultima giunta di centrosinistra: dalla scelta e dai modi. Quanta responsabilità ha Roma, su questo, e quanta i calabresi? Sono fra quelli che non attribuiscono particolare evidenza e incisività a Loiero, sulla (nuova) crisi calabrese, chè altrimenti che dobbiamo dire della precedente giunta di centrosinistra, e del pasticciaccio che s&acute&#59originò con la candidatura Veraldi? E con l&acute&#59imperio dei soliti, e l&acute&#59asfissia di gruppi dirigenti che Breznev e il Politburo d&acute&#59antica memoria al cospetto impallidirebbero? E che vogliamo dire di ProgettoCalabrie, delle furbizie, le ambiguità eccetera che fecero naufragare sul nascere un tentativo in fieri nobile di partecipazione e di rinnovamento? No, caro Pierino, guarda che cosa accade in Campania e nelle Puglie, dove non stanno mica tanto meglio che da noi, e dove c&acute&#59è un corpo intermedio, una vivacità economica e culturale, come altri hanno chiosato, certamente superiore alla nostra. Mica, è chiaro, ci si può consolare confrontandoci con le negatività altrui, ma la sottolineatura va colta per il fine che si propone, e cioè: la radice è di sistema e là occorre mettere mano.Ma restiamo alle cose calabre e veniamo dunque al fatidico che fare? Vito Teti propone d&acute&#59investire nella formazione, nella legalità. Giusto, sacrosanto, ma: i tempi? E siamo sicuri che nel frattempo la Calabria non si sfarini? Chi ci dice che a fronte della incapacità e della delegittimazione di questo ceto poltico, non sia la politica stessa a sprofondare, con la conseguente affermazione in prima persona della malavita e/o di poteri antidemocratici? Sono giornalmente in contatto, non epidermico, con decine e decine di ragazzi, vogliosi di apprendere, di crescere, di emanciparsi. Chiedono serietà, impegno, rigore, riconoscimento di meriti: chi glieli dà? Molti mostrano da subito la voglia impellente d&acute&#59andarsene. Che gli diciamo, cosa facciamo? Basta che ciascuno faccia al meglio il proprio dovere, svolga, come di dovere, il ruolo che occupa nella società? E il contesto, il quadro generale?Ho apprezzato la tua passione, il tuo senso civico, la tua voglia di impegnarti. Apprezzo e condivido, ma cosa facciamo?