la Catizone bocciata dai Ds

Che la storia di Adamo ed Eva finisse con una mozione di sfiducia pareva impossibile perfino in Italia. Ma a Cosenza così sta andando: le sinistre trainate dal segretario regionale diessino Nicola Adamo, vicegovernatore della Calabria, hanno presentato un documento per buttar giù il sindaco ulivista Eva Catizone. Una rissa in famiglia, come capita spesso nel litigioso mondo dell’Unione. Con una variante extrapolitica: lui e lei hanno un figlio insieme. Ricordate? Era l’estate dell’anno scorso. Il primo cittadino della città calabrese, una bionda docente di letteratura francese invaghita di poeti cinquecenteschi quali Marot, Dolet o Du Belley, scelta personalmente come successore dal vecchio Giacomo Mancini ed eletta al ballottaggio coi voti dell’Ulivo nonostante la fronda della Margherita, scelse di non dare spazio ai pettegolezzi che divampavano in città. E comunicò al mondo la novella come facevano le regine di una volta: «Aspetto un figlio». Ma come: lei? Non era separata dal marito? Chi è il padre? Cosenza, la regione e l’Italia intera si divisero. Da una parte quanti trovavano in qualche modo disdicevole che il sindaco di una grande città desse scandalo e turbasse i cittadini con una maternità «di contrabbando», come si sarebbe detto un tempo, che avrebbe fatalmente inciso sul suo lavoro. Dall’altra quanti la difendevano riconoscendole non solo il diritto di vivere la sua vita come le pareva ma anche il coraggio di una scelta difficile, che richiedeva una forte personalità. In linea, se vogliamo, proprio con lo spirito che aveva sempre marcato l’esistenza del vecchio Mancini. Il quale era così restio agli schemini rigidi e bigotti che prima di morire, al Cinema Italia, aveva posato la spada del comando sulla spalla della sua collaboratrice dicendo quella frase che sarebbe campeggiata su tutti i manifesti: «Ohi Cò! Si vu ca a Città adda continuà a cangià, Catizone e vutà». Cosentini, se volete che la città continui a cambiare, la Catizone dovete votare. Ma chi era, il misterioso padre? Lei non disse nulla: uscisse allo scoperto lui, se voleva. E lui uscì, con un’intervista alla Gazzetta del Sud . Era Nicola Adamo, il segretario regionale dei Democratici di sinistra. Per cominciare, si cosparse il capo di cenere verso la moglie e i due figli: «Chiedo scusa agli amici cui ho mentito. E chiedo perdono a Enza, a Rita e a Ciccio. Li ho ingannati e fatti soffrire. Avverto tremendamente il peso di non aver detto loro quel che stavo vivendo». Poi spiegò che era stato un rapporto di «passione» ma che lui quel figlio non lo voleva: «Non me la sentivo, alla mia età, di vivere un´;altra paternità. Ho parlato lungamente con lei dei miei sensi di colpa, dei miei rimorsi nei confronti di Rita e Ciccio ai quali ho dato poco, troppo poco». Di più: «le ho fatto presente che sarei stato un irresponsabile se avessi dovuto decidere consapevolmente una nuova paternità». Fermo restando, spiegò, che aveva lasciato decidere a lei: «Ho ritenuto giusto che fosse la madre a esercitare sino in fondo il potere, naturale o divino, della nascita. Le ho chiesto di valutare le mie ragioni, le ragioni di un uomo in difficoltà davanti all´;arrivo di un nuovo figlio». E chiuse: «Adesso mi sento più sereno, più sollevato, con la coscienza a posto». Pareva, allora, che questa loro storia dovesse dimostrare come era cambiato il Mezzogiorno. Come anche lì, in una terra dove queste vicende erano state vissute sempre nel buio, dietro tende che vibravano appena e balconi che si serravano, fosse cambiato tutto. E pareva un curioso destino che a traghettare il Sud gelosissimo e focosissimo verso una vita di relazioni più libera e scandinava fossero proprio un Adamo e una Eva. Non è andata così. Ed è inutile indugiare a chiedersi se tutto sia andato storto per colpa di lui o di lei. E’ una storia di persone, di sentimenti, di dolori. Va rispettata e basta. Affari loro, anche se loro l’avevano messa in piazza. Certo è che, col passare dei mesi, lui deve avere scelto di non riconoscerlo, all’anagrafe, quel figlio che aveva riconosciuto suo nell’intervista. E che quel bambino, come lei racconta tra la rabbia e l’amarezza, risulta «figlio di padre ignoto». E certo è che, finita in acido la passione, è via via andato in acido anche il rapporto politico. Come se fosse troppo pesante, per entrambi, non solo restare buoni amici ma anche buoni compagni. Ed ecco che lui non invitava lei al convegno di Lametia Terme sulla criminalità e poi la tagliava fuori in altre occasioni istituzionali e poi ancora la ignorava perfino nei programmi della Festa dell’Unità di Cosenza. Lei! Lei che faceva il sindaco, dopo aver lasciato il Pse manciniano oggi in mano a Giacomo Mancini junior, per conto della Quercia! E via via, mentre il consiglio comunale veniva stravolto dalle transumanze da un partito all’altro, la città intera era percorsa da mille pettegolezzi. Primo fra tutti, così diffuso da essere raccolto con una risata amara dalla stessa Catizone, quello secondo cui la moglie di Adamo, Enza Bruno Bossio, avrebbe dato al marito un ultimatum: per farsi perdonare doveva far dimettere quel sindaco che l’aveva esposta alle risatine, alle crudeltà, ai gossip dell’intera Calabria. Una sciocchezza, certo. Sepolta sotto mille dichiarazioni di politica, politica, politica. Ma passata per mesi di bocca in bocca fino a gonfiarsi al punto di assumere spessore. E via via che si guastavano i rapporti umani, si guastavano quelli politici. Al punto di far emergere sospetti intestini, dentro la sinistra stessa, su vari appalti regionali e nazionali e locali intorno alle nuove tecnologie. Appalti che sarebbero finiti spesso a società che ruotano intorno alla «CM sistemi spa», di cui la moglie di Adamo era presidente e amministratore delegato. Col prevedibile ricasco di nuove polemiche e nuovi veleni. Finché, appunto, non è arrivata la resa dei conti. La scelta dei Ds e di altri pezzi della sinistra di non votare il bilancio, passato solo grazie alla decisione di Forza Italia di non far mancare il numero legale. Una rottura radicale. Finita, mentre l’Eva assediata cercava un po’ di respiro avvicinandosi a Romano Prodi, con la raccolta delle firme necessarie alla mozione di sfiducia. Mozione accolta da lei con altrettanta durezza: «Ho fatto solo il mio dovere. La città deve sapere se è vero che sono state fatte promesse, distribuiti incarichi e promozioni per farmi cadere». Bruttissima storia. E potete scommettere che non è ancora finita. di GIAN ANTONIO STELLA