La Città che vorremmo

Qualche giorno fa il partito della Rifondazione Comunista ha tenuto un´affollata riunione aperta, nel salone municipale, per parlare di programmi per Cosenza, in vista delle prossime elezioni amministrative. Aldilà dei temi proposti e dibattuti, l´iniziativa ha avuto il merito di rimettere al centro della discussione la politica e la democrazia partecipata. Finora ci si è occupati di veleni, veti, imposizioni, scomuniche, affiorano i primi accordi, e contraccordi, di vertice, ma della città nessuno si occupa. Mentre la città vive uno dei punti più bassi della sua storia ed è percepita a livello di media nazionali come una specie di villaggetto medioevale, senza regole, in preda ai comitati d´affari, all´esplosione cementizia, ai servizi inefficienti, al disagio sociale crescente, a boccaccesche, a dir poco, vicende conventizie, ad amorazzi finiti male fra i vips cosentini. Ma Cosenza non è questa, non è solo questa: c´è una Cosenza seria, onesta, operosa, desiderosa d´;esprimere la propria dignità calpestata, ma in attesa e alla ricerca di chi può condurla sulla via della risalita. La prima domanda, quindi, è: può essere lo stesso identico ceto politico che finora ha condotto le danze, con molti e figurati cotillons, a Palazzo dei Bruzi a essere credibile per succedere a… sè stesso? Non si tratta qui di promuovere repulisti o improbabili rigenerazioni, ma di riflettere, tanto sui nomi che sugli strumenti di selezione dei nomi, sulla non proponibilità di chi ha tutte le responsabilità del degrado in cui versiamo. Non proponibilità che deriva dalla scarsa attrattività e soprattutto credibilità e autorevolezza. E invece c´;è chi pensa e crede che tutto possa, debba, continuare more solito, chè il popolo tutto accetta e sopporta e perchè non si conoscono altre vie per proporsi come politici e amministratori. Invece altre vie ci sono, e sono ora più che mai necessarie.Vediamo prima in termini di sostanza, poi di forma. A Cosenza occorre prioritariamente affermare profili alti di dignità e legalità. Questo può avvenire soltanto con l´;affermazione della politica in grado di governare i processi, non esserne succubo, e a volte complice. C´;è un personale politico e amministrativo pronto a svolgere questo ruolo e ad assumerlo come modello che informa di sè ogni atto di governo della città? C´;è, c´;è sia nei partiti che nelle professioni che nella produzione. E´ in grado questo nuovo ceto di emergere e di ergersi da protagonista per la guida della città? Così come stanno le cose certamente no, in quanto le oligarchie in sella non intendono arretrare d´un passo rispetto a concorrenti “esterni” e perchè l´apertura non appartiene alla loro cultura politica. Come si fa, allora? In due possibili modi: o trovando una sponda, che dev´;essere però più motivata e reattiva di quanto non sia ora, nei soggetti politici che più esprimono reale sofferenza dallo stato di cose attuali, stimolandoli e contribuendo a far sì che escano dalle nicchie esclusivamente testimoniali in cui si sono avvoltolati, oppure lavorare fra e con la gente di buona volontà che è nei partiti, da parte del popolo dei non partiticizzati, per superare la simbologia e il contenuto degli attuali partiti e puntare verso il Partito Democratico. Io, altre vie in positivo non ne vedo: se no rimane il mugugno e la denuncia, e nè l´uno nè l´altro valgono molto.Ma, per tornare alla sostanza, ai problemi, cioè, di cui dovrebbe occuparsi l´amministrazione della città che vorremmo, è necessario affermare prima la più rigorosa corrispondenza fra cose da fare, programma cioè, e chi le cose si impegna a farle. Si può affermare tutto e il contrario di tutto, scrivere il programma più bello e condiviso di questo mondo, ma esperienza docet che alla fine dei conti prevalgono la volontà e la capacità di esecuzione, di realizzazione, di chi è sul seggio di comando. Perciò, programma e candidati devono muoversi di pari passo.Cosenza deve definire il suo profilo di città capoluogo e guida all´interno d´un´area urbana vasta, dinamica e policentrica, che guarda alla sibaritide, al terreno e alla Sila, compresa, nel suo perimetro più interno, fra il centro storico e l´università. Deve espandersi, deve caratterizzare funzioni, deve promuovere sinergie? Con l´università che relazione ci dev´essere? E con Rende e Castrolibero e la zona a sud? C´è il Savuto e l´altipiano silano: rimangono realta a sè stanti? E Paola, e la ricca zona jonica? L´acqua, i trasporti, la scuola, il problema della casa, dei rifiuti, la sanità,un sistema del commercio funzionante e non penalizzato, non stanno in testa a qualsivoglia azione di governo di una città? Le politiche culturali devono puntare innanzitutto sulla rimozione d´una pesante duplice eredità, colpevolmente finora coltivata dai governanti: la subalternità del cittadino-vassallo e la dipendenza dalla politica. Fino a quando non si otterrà la dignità del cittadino, di tutti i cittadini, espressione di diritti oltre che di doveri non cambierà molto. Fino a che non si rimotiveranno i caratteri identitari che formano il cemento e l´orgoglio di una comunità, le cose resteranno sempre uguali a sè stesse. Abbracciare e utilizzare tutte le forme della modernità è fuori discussione, purchè non vada a discapito del disorientamento e della perdita di sè. Poi vengono la città d´arte, gli adeguamenti, non le torsioni, della toponomastica, e tutto il resto. E in questo processo il risveglio della borghesia cosentina ha una specifica centralitàC´è chi vuole continuare abbarbicato sulle poltrone come se i tempi non fossero mutati, c´è chi si contenta di accordicchi di basso profilo: entrambi non rappresentano la città e saranno i cittadini a farglielo comprendere. Massimo Veltri