LA DEMOCRAZIA È PARTECIPAZIONE

LA DEMOCRAZIA È PARTECIPAZIONE

tra etica della responsabilità ed etica della convinzione

di Caterina Spina

 

Visti i tempi che stiamo vivendo, la recessione dell’economia locale e globale, la crisi della politica, unita ad uno svilimento inarrestabile dei valori, ci si rende conto che non ci si può più permettere di costruire vuoti apparati di sistema per sostituire ciò che la società sta mettendo da parte, rischiando di offrire ulteriormente, in particolare nel futuro prossimo, deleghe in bianco a persone che non hanno il minimo senso del dovere o del bene per il prossimo.

Già tra pochi mesi, ma sarebbe opportuno dire già da oggi, non potrà più essere il tempo delle vuote promesse. Questo, infatti, deve essere il tempo della partecipazione.

Gli ultimi anni e le ultime esperienze amministrative, di centrodestra e di centrosinistra, hanno dimostrato e insegnato ampiamente come non sia più sufficiente il richiamo e l’uso ad alchimie politiche o l’inutile appello a illustri personalità, come sta avvenendo negli ultimi mesi, per riuscire a realizzare un progetto funzionale che ponga le basi per un rilancio reale del Paese, in generale, e del Mezzogiorno d’Italia, in particolare.

A prescindere da quanto si afferma in altre parti del Paese, e nonostante le risorse economiche investite negli ultimi 50 anni, non è difficile affermare che il Sud sia sempre stato abbandonato e destinato ad una prospettiva di lento declino. Ma questo declino non è ineluttabile e per rovesciarlo potrebbe essere necessario realizzare un movimento di idee e di volontà che si basi su un’azione politica e culturale di tutela e sviluppo dei beni comuni che contraddistinguono il Mezzogiorno d’Italia.

Nasce da questa esigenza l’indifferibile considerazione che oggi la democrazia deve essere sempre più partecipazione: una nuova realtà il cui obiettivo deve essere la realizzazione di un percorso che porti verso una nazione moderna, solidale e partecipata, e che tolga il Sud dal pantano delle clientele e delle camarille di potere per affrontare con serietà, senza giochi da illusionisti e con la consapevolezza delle difficoltà del compito, la sfida dello sviluppo sostenibile e solidale.

La cosiddetta società civile, oggi richiamata e ricercata da ogni parte per partecipare attivamente alla vita politica italiana, non deve però correre il rischio di strutturarsi come un partito, ma come una rete orizzontale di competenze, idee e proposte che aiutino quanti hanno deciso di vivere ed operare al Sud ad affrontare e superare questa crisi.

Ma, soprattutto, per cercare di rendere questa parte del Paese come un luogo in cui tutti possono affermare in futuro che vale la pena viverci: specialmente per tutti quei giovani che, sempre di più, sono costretti ad andar via.

Purtroppo, la classe politica di oggi, quando è messa a confronto con un problema sociale ben radicato e senza apparente soluzione, liquida semplicisticamente il problema con scetticismo, ideali propri o, peggio ancora, con battute ironiche.

Sembra quasi che le ultime generazioni di questa classe politica si preoccupino più di proteggere se stessi dall’imbarazzo di dover accettare un fallimento umano, nonché di pensiero e di ideali, dalla possibilità di apparire non adatti alla situazione. E lo fanno assumendo fanaticamente posizioni diverse e contraddittorie, spesso per faziosa conservazione delle proprie tesi che per mero convincimento.

Solo un paio di anni fa si era registrato l’appello dell’allora Papa Benedetto XVI, che auspicava l’avvento di una nuova generazione di cattolici in politica, disponibili a fare la propria parte per contribuire ad un autentico rinnovamento.

Il rinnovamento, però, che il Santo Padre chiedeva dovrà essere autentico e agevolato, consentito da chi ha la facoltà di indirizzarlo nei gangli della politica.

Cosa non proprio semplice da realizzare, visto anche quanto la cosiddetta casta sia riuscita a realizzare in tanti anni in difesa dei privilegi acquisiti.

Un appello all’impegno che già Papa Paolo VI, nell’enciclica Humanae Vitae, lasciò detto ai cristiani, chiedendo loro quanto fosse necessario perseguire il bene comune, con impegno e partecipazione diretta.

Per i cristiani in politica, particolarmente coloro che sentono di rispondere all’appello che fece allora Papa Ratzinger, il momento attuale è veramente importante: questo è diventato il momento delle scelte determinanti.

Ma con quale spirito e con quale cuore i cattolici italiani dovranno rispondere all’appello del Santo Padre? Con quale motivazione? Con quale etica? Con l’etica della responsabilità o con l’etica della convinzione?

Volendo entrare nel dettaglio della politica italiana, è ancora difficile decifrare chiaramente se è meglio scegliere l’etica della responsabilità come male minore, con una nazione che non permetta più la persistenza della crisi che la sta attanagliando, la convivenza con le mafie o le associazioni a delinquere, la presenza di bestemmiatori e dissacratori della famiglia, l’impunità dei troppi dilapidatori di risorse economiche, la tolleranza per i tanti affossatori della libertà o dei tanti menzogneri e faccendieri sparsi in tutto il Paese, oppure, se scegliere l’etica della convinzione, che consenta l’apertura di un serio confronto sui temi che toccano sensibilmente la sfera morale.

L’attuale bagarre politica italiana, che non è altro che il frutto di costumi degradati nell’indifferenza generale, a sua volta prodotta da una reciproca sordità, pone comunque tutti gli italiani, cattolici e laici, credenti e non, di fronte a questo difficile bivio: responsabilità o convinzione?