La grande caccia all´Azionismo

La grande caccia all´Azionismo di G. BoccaL´ANTICOMUNISMO senza comunisti è superato in livore eossessione solo dall´antiazionismo senza azionisti,ultimo un intervento di Giuliano Ferrara su “l´Unità”,una sorta di esorcismo contro il demonio che continuaad aggirarsi per l´Italia. Sono passaticinquantaquattro anni dalla caduta del governo Parriche segnò la fine della brevissima avventura politicadel Partito d´Azione, ma l´;azionismo resta un partitocentrale della politica italiana: un partito virtuale,in gran parte immaginario, l´opposto di tutti i vizi ele debolezze secolari della nazione, di una virtuositàgiacobina, estranea alla cultura clericale del paese,di fronte a cui anche i suoi vecchi militanti sisentono impari: ma davvero eravamo un partito divipere, come diceva Giannini il fondatore dell´UomoQualunque, del professor Codignola? Un partito diincorreggibili sovversivi, come dicevano di RiccardoLombardi e di Emilio Lussu, i liberali? O, piùsemplicemente, gli eredi delle minoranze laiche,illuministe, repubblicane, riformiste fatteregolarmente a pezzi dalle restaurazioni borboniche opapaline, una minoranza scomoda in un paese diviso fraguelfi e ghibellini?L´avventura politica del Partito d´Azione fu breve,resa possibile forse solo dall´anomalia dellaResistenza, un periodo corto e così eccezionale dapermettere la guida delle élites sulle masse,dell´utopia sulla realpolitik, della progettazioneriformista sulla conservazione del vecchio stato. Lagrande maggioranza dei partigiani di ´Giustizia eLibertà´sapeva poco o niente dei fratelli Rosselli edi Gobetti, delle due anime del partito, diviso fra ilmoderatismo di La Malfa e il giacobinismo di Lussu magli andava bene la voglia di modernizzare il paese, ditoglierlo dalle dipendenze clericali, cattoliche ocomuniste che fossero; gli andava molto bene e questoera il cemento che li univa, la affermazione di unapolitica etica, sottratta ai peggiori commercielettorali, ad una accettazione acritica dellademocrazia; per una democrazia forte capace didifendersi, di cui Leo Valiani era il più decisosostenitore. Che si trattasse di una avventura brevelo si era già capito nella primavera del ´᜹ quandogli italiani tornarono a fare la fila per iscriversiai vecchi partiti socialista o cattolico, dandoglimilioni di voti alle prime elezioni e trascurandoquesto partito nuovo dal nome strano “di azione”,infelice nome che poteva ricordare l´attivismo,l´interventismo fascisti. La diaspora degli azionistifu rapida dopo il congresso del febbraio ´᜺ che nesegnò il dissolvimento: alcuni tentarono disopravvivere in nuove formazioni politiche effimere,altri passarono nel Partito socialista o repubblicanoma restandovi sempre in certo modo come corpiestranei. Il loro merito, la ragione per cuil´azionismo senza azionisti è ancora così odiato etemuto è che rimasero nella memoria e spesso nellafantasia come i portatori di una eresia, di ciò che ilpaese rassegnato a volte sembrava desiderare ma chepoi, come spaventato, rifiutava: la politica nondisgiunta dall´etica, l´indipendenza da ogni potereclericale, la cura della società. Che restadell´azionismo? Quanto basta per essere odiato.Resta lo stupore, la incredulità di fronte a certispettacoli della restaurazione: tutti quei ministri enotabili della repubblica “nata dalla Resistenza”, maneppure il suo presidente se ne ricorda, che vanno inpiazza San Pietro ad ascoltare genuflessi gliultimatum di un pontefice che fa il suo mestiere diintegralista; e questa politica che per il terrore cheha dell´etica, predica ogni giorno a destra come asinistra l´assoluzione generale, Tristano Codignolaera una vipera per il qualunquista Giannini, Lombardie Foa dei giacobini, l´intero partito una minoranzache tentava una fuga in avanti. Però meglio sconfittiche vincitori se i vincitori hanno prodotto ipersonaggi contemporanei che non hanno ritegno a daredi sé pubblico e disgustoso spettacolo: ex ministriche pagavano con le tangenti in un anno un conto inalbergo di mezzo miliardo, che facevano sparire imiliardi dei “conti protezione” e ora chiedono che glisi restituisca la dignità e l´onore. Ma dignità eonore ognuno se li guadagna da sé, non li aspetta daun´amnistia.C´è evidentemente in questo paese un azionismo chedura, che spaventa, che è ancora di stimolo, diesempio a cinquantaquattro anni dalla sua morte, cheforse resisterà anche al neo liberismo e allaglobalità, qualcosa come fu il costume repubblicanonella Roma imperiale, lo spirito conciliare nellaChiesa di Andreotti e di Marcinkus. Allargare ladefinizione di azionista a tutto ciò che di pulito edi coraggioso sopravvive nella repubblica è unaretorica, cui gli azionisti si sarebbero opposti perprimi. Ma anche se l´azionismo fosse solo un mito, unabella leggenda da cavalieri della tavola rotonda, sefosse solo una aspirazione, una affinità elettivaconserviamolo ringraziando i suoi molti nemici che conil loro odio sempiterno lo onorano, e lo perpetuano.(La Repubblica, 18 novembre 1999)