La politica e la dignità di un Popolo

Sono stato per oltre un quindicennio, attento osservatore, della politica italiana e ancor di più di quella calabrese, potrei, anche se il paragone potrebbe sembrare irriverente scrivere un “Visti da vicino”, come fece Giulio Andreotti qualche anno addietro, ma fortunato, lui ebbe a rappresentare personaggi di altissimo spessore culturale e politico. Di ben altri personaggi avrei voluto raccontare io, ma il destino volle che nascessi in Calabria e la nostra realtà è costellata da una nutrita pattuglia di politici che volendone rappresentare lo spessore (quello politico-culturale) dovremmo ricorrere ai numeri relativi posti a sinistra dello zero. Va da se che ogni popolo, almeno per quelli, dove vige il suffragio universale, ha i politici che elegge e che perciò si merita, essendo peraltro il sottoscritto estremamente convinto della democrazia rappresentativa, eviterò di brandire l’arma semplificatrice di un popolo che in modo coercitivo esprime le proprie scelte. Evidentemente la mia riflessione però porta all’apparente vicolo cieco, se è nato prima l’uovo o la gallina; cioè se è la classe politica generata da una convinta volontà popolare, o se la volontà popolare è condizionata dalla politica, e dall’ambiente da questa creato. La risposta al quesito non è di poca importanza, è un tentativo di soluzione va, comunque, fatto. Spesso, in Calabria si riconduce tutto ad un discorso di cultura, non c’è cultura politica, non c’è cultura turistica, non c’è cultura dell’associazionismo, non c’è senso dello Stato e così via, pertanto la classe dirigente regionale è il risultato di una società culturalmente sottosviluppata, questo fino a ieri. Oggi si riconosce in modo finalmente univoco che la Calabria ha esportato menti fervide e brillanti in ogni parte del mondo, aldilà degli stessi oceani, questi cervelli non solo non pensano minimamente a ritornare, ma sono i più aspri critici della realtà politico sociale della regione. Ai voglia a creare incentivi per favorire il ritorno dei cosiddetti cervelli, sono tanti e tali gli elementi dissuasivi che nessuno è neanche sfiorato dall’idea di far ritorno, nella propria regione e neanche da turista (viste anche le condizioni dell’ambiente). Spesso mi ritorna l’immagine di un senatore della repubblica, espressione alta della volontà popolare dei Calabresi, che propone ad uno stimato ematologo calabrese, che vive e lavora nella capitale, un posto da primario nella città natia, altro che concorsi e bandi! ma dopo lo sbigottimento iniziale il noto professionista, chiede con quale criterio si sarebbe poi creato il team di supporto operativo, domanda alla quale ha ricevuto la risposta che tutti possiamo facilmente immaginare. Questo dimostra come la nostra classe politica considera l’amministrazione della “res pubblica”, come una questione puramente personale, una cosa di cui può disporre come meglio gli aggrada, ma il fatto più importante che si evidenzia è come siano differenti i calabresi di Calabria ed i calabresi del mondo. In realtà persone con la stessa cultura di base, biologicamente affini, ma con dignità completamente diverse; è qui il punto, la dignità. Il calabrese di Calabria per poter sopravvivere deve chiedere al politico, perché il sistema amministrativo burocratico non funziona, è in perenne “standby” si attiva solo su stimolo del politico e degli apparati a lui referenti, è così per il posto di lavoro, per il posto in ospedale, per l´allaccio dell’energia elettrica, del telefono, della licenza edilizia, per il servizio militare e perfino per il posto al cimitero, una vita intera con il cappello in mano. Il burocrate e gli apparati a lui connessi nel momento in cui risponde alla politica, guadagna crediti, per la sua futura carriera, crediti che non otterrebbe compiendo spontaneamente il suo dovere istituzionale. Un sistema di poteri e connivenze, che si intreccia ad altri poteri dello stato e dell´antistato, messo su ad arte, che rende di fatto ogni calabrese di Calabria suddito e non cittadino, un sistema al quale quasi tutti sono abituati e perciò anche rassegnati, un popolo che ha perso la dignità per soddisfare i bisogni primari, e che in alternativa non gli resta che vivere una vita grama e piena di difficoltà e sofferenza, senza futuro per se e per la propria prole. I calabresi dopo oltre 50 anni di democrazia, sono diventati un popolo che vive sotto ricatto e con la testa china e che tra “questo” Stato e la “ndrangheta” spesso trova più dignitoso scegliere la seconda. Tutto questo lo ha voluto la politica, una politica miope, nepotista ed affarista che vorrebbe pasteggiare da sola, fagocitando tutte le risorse che piovono dall’Unione Europea, una politica che non ha voluto creare sviluppo, lavoro e cultura, che ha mercificato l’ambiente ed il territorio, ma che, oggi, deve fare i conti con una “ndrangheta” dal colletto bianco che ora chiede la sua parte. A tutti gli altri calabresi, rassegnati e calpestati nei loro diritti più elementari, non resta altro che aspettare, invano, con il cappello in mano. Giorgio Durante Presidente Calabrialibre