L´Università oggi e le sfide del futuro

L´Università oggi e le sfide del futurodi Massimo VELTRISulla stampa nazionale è ripreso il dibattito sullo stato di salute dell´università italiana, sul suo rilancio, sulle sue prospettive, sulle sue magagne, prendendo spunto dalle misure penalizzanti previste nella legge finanziaria. Pirani, Settis, Stella, per non dir di altri, scrivono cose acute e interessanti, in specie il secondo, e noi in Calabria abbiamo avuto la fortuna d´;ascoltare in presa diretta il ministro Mussi, durante la cerimonia d´inaugurazione dell´A.A. di Unical. Un evento che è riuscito efficacemente a coniugare la ritualità con la pregnanza del dibattito senza rete. Cosa dire, infatti, dell´intervento lucido e appassionato dello studente D´Acri, della prolusione del rettore, della lezione di Perrelli, se non che ci troviamo di fronte a un impegno civile e culturale d´alto profilo? E Fabio Mussi ha mietuto applausi, non promettendo rose e miele… tutt´altro. La stampa locale ha dato amplissimo risalto all´evento, che lo meritavo tutto, forse anche perchè finalmente ha potuto interessarsi e render conto d´;un qualcosa di finalmente e realmente positivo, durante e dopo, i vari fattacci che specialmente nell´ultimo periodo ci avevano afflitto.Bene, dunque: investire in conoscenza, crescere nella ricerca, formare personalità critiche e libere, affrancarsi dal giogo del diktat malavitoso e dalla vischiosità della politica politicante. Sì, le risorse finanziarie non sono adeguate, sì, ci sono zone d´ombra e particolarismi pure in università, certo, il sistema di gestione e di reclutamento del personale va rivisto, ma come tutti dicono, un paese che non crede e non investe nei saperi è un paese in declino. E noi, la Calabria soprattutto, semplicemente non possiamo perdere questo treno, che taluni dicono enfaticamente, forse, l´ultimo.Vediamo, interveniamo, correggiamo, ma non buttiamo l´acqua sporca con il bambino, non marginalizziamola, l´università. Siamo, ad Arcavacata, un´isola, nella Calabria? Il nostro lavoro, le nostre relazioni, le nostre ricerche, il nostro insegnare, i nostri collegamenti, veramente sono utilizzati al meglio dal sistema politico e amministrativo che ci circonda? E noi, docenti e operatori tutti dell´università, veramente abbiamo fatto di tutto, facciamo del nostro meglio per non rinchiuderci a volte in un´autoreferenzialità aristocratica o di difesa d´;interessucci personalistici? Per davvero siamo estranei o esterni a una cultura circostante, o invece bandiamo concorsi ad personam o premiamo chi non è il migliore, apriamo corsi di laurea o corsi assolutamente ininfluenti, valutiamo la didattica oculatamente, interveniamo per correggere, la ricerca è di impatto alto? Potrei continuare, ma la sede non è tale da consentire di scivolare nel tecnicismo universitario: l´importare è stimolare un dibattito sulla nostra università, per far si che l´importante, il serio, il bello che finora s´è realizzato non finiscano per diventare una sorta di specchio in cui gloriarsi, e perciò avvitarsi. Le storture non omettiamole, non facciamo finta che non ci siano, facendo gli struzzi.I risultati ottenuti dal rettorato in corso sono sotto gli occhi di chi vuol vedere e non possono definirsi in altro modo se non in uno: positivi. C´è una dinamica interna, comunque, e una di contesto territoriale esterno che sono però in movimento e devono vedere un resettaggio attento e oculato della conduzione dell´ateneo nei prossimi anni. Una conduzione che non può essere notarile nè reticente rispetto ad atti e fatti che pure fanno parte del quotidiano. Un´attenzione speciale all´erogazione dei servizi didattici, per esempio; un occhio speciale sulla ricerca e sulla sua incentivazione connessa a misure premiali; il conto terzi: com´è gestito e amministrato; una migliore e più allargata vita partecipata nel campus per quanto riguarda gli studenti; un decentramento reale di funzioni e responsabilità; un dialogo fecondo fra docenti e componenti varie, all´insegna del decoro e del rispetto anche personale che sembrano in qualche misura venuti meno; un placet rispetto a pratiche concorsuali, sia di chiamate che, prim´ancora, di bandi, che a volte non brillano nè per trasparenza nè per necessità; una depoliticizzazione dell´ateneo, che non vuol dire fuori la politica, ma fuori l´intreccio in ultimo troppo ravvicinato con i partiti. Non m´è mai piaciuto, forse perchè penso che non serva, unirmi sperticatamente alle lodi quali che siano i contesti, perciò con grande anticipo rispetto alle scadenze dei rinnovi di presidi e di rettore ritengo sia bene incominciare a interrogarsi per tempo, liberamente e responsabilmente non tanto sui futuri destini personali, ma sulle linee strategiche che occorre introdurre da qui a breve nell´università, per migliorare e meglio rispondere alle sfide del futuro. Università in cui s´insegna e basta o in cui si fa pure ricerca? Università “generalistica” o mirata verso taluni settori? Governata in termini partecipati o accentrati? Proiettata verso i bisogni e le domande reali o …? Ho votato convintamente il rettore per entrambi i suoi mandati, anche controcorrente rispetto all´impostazione largamente prevalente nella mia facoltà; gli ho manifestato di persona e poi pubblicamente il mio dissenso rispetto alla modifica di statuto da lui voluta circa il terzo mandato, argomentando chiaramente la mia posizione. Ora si avvicinano i tempi delle scelte: è giusto, è bene che ci si vada a viso aperto, con la discussione e il confronto, che sono gli unici strumenti che la democrazia ci offre per scegliere consapevolmente e liberamente percorsi e impostazioni di largo respiro, non già, ripeto, collocazioni personali.