Manifesti Elettorali considerazioni semiserie

È un’attrazione calamitosa quella di commentare i manifesti elettorali e i faccioni che lanciano i loro proclami. Mi cimento, mossa da intenzioni semiserie – ma più serie che semi – e  mi fermo qui con gli aggettivi per non dare fondo alla mia peraltro modesta conoscenza del vocabolario. Posto che è campale rispondere alla madre di tutte le domande “Ccinni vu’ bene ara Calabria?” rispondo a cuore fermo, “Sì, alla Calabria certamente. Tutta. Ai calabresi tutti un po’ meno, anzi molto meno, anzi a molti per niente, tanto da essere tentata, in un delirante sogno di onnipotenza, di ristabilire ipso facto l’ostracismo ellenico e di mettere moltissimi di loro su una zattera di Medusa e abbandonarli in mare. E non solo molti dei miei corregionali, ma anche tantissimi connazionali, e poi “Agli dei l’ardua sentenza!”. Iniziata così amabilmente la disamina, corre l’obbligo di cominciare l’esegesi da una espressione da Oscar, se esistessero premi per queste competizioni; ebbene “the winner is” senza dubbio “Uno per noi”. Espressione azzeccatissima, veritiera e sincera come non mai, icastica e programmatica al tempo stesso, che necessita solo di una piccola specifica (vorrei dire traduzione) riguardante il complemento oggetto. Uno per noi, va bene. ma “noi” chi? Di pari notevolezza, non a livello semantico ma nel significato prossemico, il manifesto del novello Obama nostrano che oltre a declinare il “we can” in stile rampante e post yuppista, si fa spesso ritrarre a braccia conserte. Ma non glielo hanno spiegato che secondo la teoria dei gesti, le braccia serrate sono il segno più eloquente della chiusura verso l’interlocutore? E se uno si chiude con le parole, cosa farà con i fatti? Il riccio? Pardon, il riggio? Sintesi di opposti filosofici, in prima battuta, opera invece chi fa intravedere una “terra promessa” col metodo “politicamente corretto”. In seconda battuta, anche qui troviamo una grande dose di verità, perché la nostra regione per qualcuno che si è accomodato su un bel poltronone con regolare concorso(ne) – politicamente corretto? – può rappresentare ancora, davvero, una “terra promessa”. Ondivago tra la bonaria minaccia e l’altruismo sacrificale, il messaggio di chi promette di volersi fare in quattro. Confesso che la tentazione di rispondere; grazie ne basta uno, è molto forte, anche perché penso: se tutti i numeri fossero moltiplicati per 4, dove arriveremmo? Mi fa rabbrividire solo l’ipotesi… Scomoda addirittura Svetonio chi afferma che “il dado è tratto”; (chissà poi per cuocere in quale brodo) ma ammettiamo pure che questo benedetto dado sia tratto, e dunque i giochi sono fatti. Come si può continuare affermando “decidi” e poi con un imperativo degno del divo Giulio – non mi chiedete quale, tanto son tutti gli stessi – si ordina perentoriamente “tu vota”? Ma insomma, siamo uomini o caporali? E direi che questo è già abbastanza per voler andare oltre. A chi volesse proprio una conclusione, poi, per par condicio ne offro più di una. La più bonaria e sotto sotto anche un po’ speranzosa, la prendo in prestito da Goldoni, Luca non Carlo, ma anche lui navigato abbastanza: “Ah, se gli uomini fossero le loro parole!”. Quella rassegnata la mutuo da Mina: “Parole, parole, parole” L’indignata, non può che essere sua, del grande Totò, ancora una volta: “Ma mi faccia il piacere….!” Ma devo stare attenta all’intonazione della voce, altrimenti qualcuno può capire tutt’altro.  Buon voto a tutti!
Adele Filice