No ai portaborse (per averne di più)

È in ballo, dicono quelli della Cdl, il rapporto di fiducia necessario tra il politico e il «reggipanza» Triste destino, per i portaborse calabresi. I papà, gli zii, i cugini, i fratelli e i cognati che in veste di consiglieri regionali li avevano assunti togliendoli dal precariato per metterli a carico della Regione col famoso «concorsone», non li voglion più. Meglio: ne chiedono di nuovi. Magari altri figli, nipoti e cugini. È in ballo, dicono, il rapporto di fiducia necessario tra il politico e il reggipanza. E così, udite udite, i partiti del centrodestra hanno fatto ricorso al Tar contro la leggina che loro (loro, complice la sinistra) avevano voluto e votato. E tutti quei raccomandati presi allora con la scusa che si sarebbe risparmiato? Ormai che ci sono… Un passo indietro. È l’ottobre del 2001. Mentre il governatore polista Giuseppe Chiaravalloti governa «con il benevolo sostegno divino» (parole del suo portavoce Fausto Taverniti) i partiti hanno una bella pensata. Stabiliscono che i gruppi presenti nel Consiglio possano essere composti anche da una sola persona. E che ad ogni gruppo siano dati sedi, soldi, assistenti. Idea che porterà nel giro di un anno alla frammentazione dell’assemblea (42 membri) in 19 gruppi consiliari dei quali 12 composti da una sola persona. Dodici presidenti di sé medesimi che si auto-convocano e si auto- consultano sparpagliati in una miriadi di sedi prese in affitto in giro per tutta la città per ospitare ciascuna lo staff dei mono-gruppi. Mono-gruppi, sia detto incidentalmente, aboliti a partire da questa legislatura. Il meglio, però, è la «Legge 25» là dove si occupa dei portaborse. Cioè delle persone che ogni parlamentare sceglie sulla base di un rapporto fiduciario. Rapporto che ovviamente, fondato com’è sulla libera scelta (senza concorsi né graduatorie…) del politico eletto in «quella» legislatura, non può che essere a termine. È lì il giochetto. Sospese le risse sulle cose serie, i partiti varano un ritocco (voluto dalla maggioranza di destra ma accettato anche dall’opposizione di sinistra) che prevede di assumere tutti i portaborse, 86, in pianta stabile. E perché mai? Perché, risponde una nota ufficiale dell’allora presidente Luigi Fedele rinfacciata ieri da Giuseppe Baldessarro, il cronista del Quotidiano autore dello scoop di allora e di ieri, «si punta a pervenire a un contenimento complessivo dei costi gestionali dal momento che la costituzione di questa struttura non solo non comporterà alcun costo aggiuntivo per le casse regionali, dovendo essere autofinanziata dai gruppi stessi,ma potrà comportare addirittura un risparmio». Insomma: nasce un comparto «portaborse», a disposizione dei gruppi consiliari, legislatura dopo legislatura. «Tali finalità», insisteva un documento del Consiglio, «sono state condivise da tutti i gruppi politici consiliari, che pur di realizzarle, hanno rinunciato ad una consistente quota di finanziamento». Tutto chiaro? Macché: un codicillo spiega che non è detto che gli assunti debbano per forza fare i portaborse. Intanto entrino, poi si vedrà. Già che ci sono, i deputati confezionano per loro un contratto con la paga integrata da 80 ore straordinarie e 8 missioni forfetizzate al mese. E chi vota contro? Nessuno. Manco i bertinottiani o i cossuttiani. Tanto che il Quotidiano pubblica la lettera dei militanti di un circolo: come possiamo fare certe battaglie, chiedono schifati, se «gli unici a poter aspirare ad un lavoro regolare sono gli amici e i parenti che partecipano al concorso dei portaborse? ». E così va, infatti: entrano quasi esclusivamente amici e parenti. Prendiamo dal Corriere di allora. «Raffaele Raso è figlio di Michele, assessore comunale reggino dell’Udeur. Teresa Pezzimenti sorella di Giuseppe, consigliere regionale di Sgarbi. Irene Maria Sgrò cugina del deputato regionale para-dc Pasquale. Grazia Suraci, nipote del consigliere regionale buttiglioniano Giovanni Nucera. Enza Galati sorella del sottosegretario folliniano Pino. Giovanni Fedele fratello di quel presidente forzista che oltre a lui e alle segretarie ha fatto prendere pure il cognato, Antonino Luppino. E poi c’è Salvatore Pirillo, figlio di Mario, deputato regionale della Margherita e c’è Francesca Marcianò, figlia dell’ex consigliere reggino di An…». Quanto alle sinistre, i sistemati sono «l’ex consigliere regionale diessino e responsabile della Sanità Nicola Gargano, il segretario provinciale cossuttiano Enzo Infantino, la componente del comitato centrale rifondarolo Silvana Stumpo, l’ex consigliere comunale missino di Palmi Ernesto Reggio, il segretario provinciale della Quercia cosentina Carlo Guccione». Insomma: chi è senza peccato… Si indignano pure i vescovi: «Assunzioni privatistiche» dovute a «vuoto di etica». Tre anni dopo, che succede? Che il nuovo ufficio di presidenza cerca di rifilare 24 vecchi portaborse (gli altri 62 si sono già sistemati qua e là per gli uffici, alla faccia dei vecchi proclami) ai nuovi gruppi. Che saltano su, ribelli. «I gruppi sono diversi, tanta gente è cambiata, come può un deputato nuovo prendersi un assistente che non ha mai visto prima?», chiede accorato l’udc Giovanni Nucera. Certo, quella legge «fu un errore», concorda il nazional-alleato Alberto Sarra, «ma oramai che vogliamo fare? Il rapporto di fiducia è indispensabile… È che la sinistra vorrebbe assumere un mucchio di gente e quindi…». Per questo loro due, con l’aggiunta del forzista Giuseppe Gentile e del socialista Luciano Rocco, han fatto ricorso al Tar chiedendo perfino le spese a carico del Consiglio: perché la Regione si ripigli quei 24 portaborse già sistemati («vorremo mica mandarli via!») e restituisca a ogni gruppo i soldi precedenti alla leggina così che ognuno assuma di nuovo chi gli pare. Per poi rifare il giochetto con la solita sistemazione dei precari? «Ma per carità! Ma quando mai! Ci mancherebbe!». Gian Antonio Stella07 ottobre 2005