Politica calibro 9 dall´Espresso

Politica calibro 9di Peter Gomez e Marco LilloLa chiave del delitto Fortugno è nei flussi elettorali. Perché le cosche hanno scommesso sulla sinistra. Ma ora temono di perdere i grandi affari L´;investigatore ha gli occhiali e l´;aria da intellettuale. Se non fosse per la pistola che spunta sotto la giacca potresti prenderlo per un mago dei sondaggi come Renato Mannheimer o Nando Pagnoncelli. Dopo anni passati sulla strada a combattere la ´;ndrangheta ora studia i flussi di voti alle ultime regionali, paese per paese, preferenza per preferenza. “Per capire l´;omicidio di Francesco Fortugno bisogna partire dalle elezioni e da quello che è successo prima e dopo”, dice dando un´;occhiata all´;elenco degli ultimi attentati a politici, sindacalisti e amministratori pubblici. Quarantotto episodi di violenza e minacce dall´;inizio dell´;anno. Auto bruciate, colpi di pistola contro studi professionali, segreterie politiche e sedi di partito, buste con proiettili inviate un po´; a chiuque nella provincia di Reggio. Nel giro di dieci mesi sono finiti nel mirino 12 sindaci (tre di destra, tre di sinistra, due di centro e quattro eletti in liste civiche), un senatore del Nuovo Psi, sei consiglieri comunali, quattro sindacalisti Cgil e Uil, tre importati amministratori pubblici, tra cui il direttore generale degli ospedali di Reggio Calabria. Un´;escalation di violenza bipartisan così come è bipartisan la mafia qui in Calabria, specie dopo le amministrative del 4 aprile 2005 che hanno visto politici e preferenze migrare in massa dal centro-destra al centro-sinistra. Pur di essere sicuri di vincere non si è andati troppo per il sottile: Margherita e Udeur, in particolare, hanno aperto le porte a tutti. Alcuni candidati non hanno saputo o voluto dir di no ai voti delle cosche. Si è parlato tanto, sono state fatte promesse, ma poi, al momento del dunque, quando il neo-governatore Agazio Loriero ha presentato la sua squadra, gli uomini più chiacchierati, o semplicemente votati nelle zone ad alta densità mafiosa come la provincia di Reggio, sono rimasti fuori dalle stanze dei bottoni. L´;assessorato alla Sanità, per esempio, è andato a Doris Lo Moro, un ex magistrato di Lamezia, che nei posti chiave (le Asl e gli ospedali) ha nomitato avvocati dello Stato, vice-prefetti, ex commissari di Forza Italia e professionisti in quota Ds. Ai clan è così rimasta l´;acquolina in bocca per quel piatto da oltre 2 miliardi e mezzo di euro che da solo rappresenta il 73 per cento della spesa regionale. E per gli affari e la politica, lo dimostra la storia, in Calabria si spara e si muore. Lo sa la buonanima di Pietro Araniti, ex assessore regionale repubblicano, fratello del boss Santo, e candidato con Forza Italia nel 2001. Araniti è stato ammazzato nel luglio 2004 mentre stava costruendo una beauty farm con trattamenti medici che poteva dar fastidio a qualcuno. Due mesi prima era sparito nel nulla il padre dell´;assessore provinciale all´;Ambiente, l´;azzurro Pietro Nicolò, e per gli inquirenti quella potrebbe essere lupara bianca. È in questo clima che si è giunti alle elezioni. Loiero della Margherita batte il rivale Sergio Abramo, con 20 punti di scarto quando, tre mesi prima, i sondaggi gli davano un vantaggio di soli cinque punti. Il perché del trionfo ora sta tutto scritto nelle tabelline in mano all´;investigatore con gli occhiali. Due fenomeni balzano agli occhi: la transumanza a sinistra di una serie di assessori e consiglieri del governo uscente, alcuni dei quali chiacchierati per la malagestione dei soldi pubblici e per i rapporti con le cosche; e l´;exploit nella provincia di Reggio, e in particolare nella Locride, zona di ´;ndrangheta pura e dura, dei partiti moderati come la Margherita e l´;Udeur. Francesco Fortugno è stato un protagonista di questo successo. Il medico di Locri durante la campagna elettorale dice a tutti che sarà assessore alla Sanità. Ma una volta eletto non ottiene niente. E non ottengono niente gli altri tre candidati della Margherita che pure nella provincia di Reggio hanno raccolto da soli quasi gli stessi consensi di Forza Italia. Al danno si aggiunge così la beffa. Il meccanismo elettorale lascia fuori dal consiglio regionale due politici come Domenico Crea (ex centro-destra) e Demetrio Battaglia (segretario della Confartigianato locale) che hanno raccolto una valanga di preferenze (oltre 15mila). “La delusione è stata forte, inutile negarlo”, racconta Crea, che ora dovrebbe subentrare a Fortugno come primo dei non eletti, “quell´;assessorato spettava a noi di Reggio Calabria. Spettava a Francesco. So che c´;è chi adombra che il movente dell´;omicidio potrebbe essere il mio subentro al posto di Fortugno. È una cattiveria stupida. Francesco era mio amico, io non sono stato certo votato dalle cosche e poi sarei comunque entrato in consiglio regionale tra sei mesi quando, come tutti sanno, Demetrio Naccari (consigliere regionale della Margherita) si candiderà al Parlamento lasciando vuoto il suo posto”. Crea è il rappresentante più importante di una famiglia dai mille rami, originaria di Melito Porto Salvo, un paese che guarda lo Ionio a 30 chilometri da Reggio. Per un attimo, nel 1999, gli investigatori pensarono che fosse lui il Domenico Crea che in un colloquio, intercettato da una microspia, definiva il sindaco “un gran cornuto” mentre il medico capobastone Giuseppe Pansera gli annunciava di volerlo gambizzare perché non gli aveva dato una licenza edilizia. Poi l´;equivoco si è chiarito. Il Crea in questione era solo il cugino omonimo di Domenico il politico, il quale ha sì problemi con la giustizia, ma di altro tipo. Nel 2003, quando era ancora un assessore regionale del centro-destra, la Procura ha chiesto il suo arresto per una storia di finanziamenti pubblici a imprenditori amici. Il gip ha negato le manette e ridimensionato le accuse. Resta però il fatto che il primo dei non eletti della Margherita è stato intercettato mentre brigava per fare avere alla clinica intestata alla moglie un contributo regionale, poi ottenuto. E che, quando il pm gli ha chiesto da dove provenissero un miliardo e 200 milioni versati in contanti, lui ha risposto: “Sono dei miei genitori che li tenevano dentro il materasso”. Anche il secondo dei non eletti, Demetro Battaglia, ha un curriculum tutto da raccontare. Suo padre ha ricevuto la misura di prevenzione per mafia mentre lui stesso figurava nel decreto di scioglimento del Comune di Reggio per le infiltrazioni della criminalità organizzata nel lontano 1992. Il colonnello Angelo Pellegrini, capo della Dia di Reggio, in un´;aula di Tribunale ha ricordato: “Nel 1989 Giorgio De Stefano ha sostenuto l´;elezione dell´;avvocato Demetrio Battaglia”. Sono passati 16 anni, Giorgio De Stefano, mente dell´;omonimo clan, è stato arrestato, mentre Battaglia guida la Confartigianato. Battaglia è comunque un incensurato come incensurato è il neo assessore ai Trasporti, Pasquale Tripodi (Udeur), che nella piana di Gioia Tauro ha fatto il pieno di voti. Fino al 9 luglio scorso Tripodi si faceva vedere spessissimo assieme a un geometra di Montebello Ionico, Fortunato Laface, che pur non essendo stipendiato dalla Regione, tutti consideravano un suo collaboratore. Poi Laface è stato arrestato. Lo hanno fermato in macchina con una 7,65 con matricola abrasa, silenziatore e munizioni, più un´;altra pistola calibro 6 e 35 con munizioni. Sotto il sedile nascondeva una calzamaglia nera. A casa gli hanno trovato un fucile a canne mozze, un revolver, una bomba a mano e altri gingilli simili. A Montebello Ionico l´;Udeur ha preso 810 voti, 510 erano di Tripodi. Certo Battaglia non sapeva cosa facesse in privato Laface, ma è altrettanto certo che i partiti, al momento di stilare le liste elettorali, non sono andati troppo per il sottile. Così proprio nelle fila dell´;Udeur sono stati candidati (ma non eletti) anche il fratello del boss di San Luca e il genero di un capobastone arrestato da poco per mafia.Non ci si deve troppo stupire se gli uomini della ´;ndrangheta si creano delle aspettative che, una volta deluse, portano ai proiettili. In Calabria non contano solo le promesse, contano i segnali. E di segnali contraddittori nel corso della campagna elettorale ne sono stati dati tanti. In qualche caso anche da parte dei Ds, un partito in prima fila nella lotta allo strapotere delle cosche. La Quercia ha candidato il sindaco di Melito Porto Salvo, Giuseppe Iaria, un Comune sciolto per mafia nel 1991. Anche allora Iaria (che non è mai stato indagato) era il primo cittadino di questo paese dominato dalla ´;ndrina della famiglia Iamonte. Alle ultime regionali a Melito il solo Iaria ha raccolto 1.584 preferenze, più dell´;intero centro-destra. Accanto a lui, alla presentazione della sua campagna, c´;era anche Marco Minniti, ex sottosegretario alla presidenza del consiglio durante il governo D´;Alema. Insomma è necessario alzare di nuovo la guardia. Molto può fare la commissione regionale antimafia che conosce bene la grigia realtà del territorio calabrese in cui niente è bianco e niente è nero. Ma si assiste anche qui a delle scelte politicamente discutibili. Tra i membri dell´;antimafia, per esempio, è stato selezionato il consigliere regionale dello Sdi, Cosimo Cherubino, già arrestato e processato per mafia. Cherubino, è bene dirlo subito, è poi risultato completamente estraneo alle accuse, tanto che ha ricevuto un risarcimento per ingiusta detenzione. Stando agli atti, però, i suoi (leciti) rapporti con gli uomini della malavita sembrano accertati. Tra il 1995 e il 1999 è stato prima fermato in auto e poi più volte segnalato in compagnia di pregiudicati, uno dei quali in passato, secondo i rapporti degli investigatori, si sarebbe anche dato da fare per la sua campagna elettorale. In altre intercettazioni uomini della ´;ndrangheta sostengono di aver incontrato Cherubino assieme al boss della cosca vincente di Siderno, Antonio Comisso, che si sarebbe mosso per portargli voti. E qui si arriva al cuore del problema. In Calabria le cosche escono allo scoperto a ogni tornata elettorale. E spesso i politici, alla disperata caccia di preferenze, non si rendono bene conto con chi hanno a che fare. Anche Agazio Loiero si è trovato in una situazione simile. Nel 1994 è stato processato (e assolto su richiesta del pm) per concorso esterno in assciazione mafiosa. La sua colpa? Una non sufficiente selezione dei propri grandi elettori. Durante le politche del ´ᝨ, quando ancora era un militante dc fedelissimo del ministro dell´;Interno Enzo Scotti, incontra a casa del sindaco di Catanzaro un imprenditore, Salvatore Filppone, che poi si rivelerà legato all´;ndrangheta. Ha raccontato Loiero: “Il sindaco me lo descrisse come persona di Siderno in grado di disporre di un buon numero di voti nella provincia di Reggio Calabria. Per istinto rifiutai l´;appoggio, ma Filippone prima di lasciarmi mi chiese se potevo fissare un appuntamento a un suo amico, un commissario di polizia che si era distinto nella lotta alla mafia”. A quel punto Loiero si sente garantito. Rivede Filippone assieme al poliziotto, e lo reincontra durante la campagna elettorale. Ma il pasticcio è bello che fatto. Pure la ´;ndrangheta si sente garantita. Tanto che, secondo il pentito Annunziato Raso, i boss della cosca Molé di Gioia Tauro fanno campagna per lui: “Mommo Molé ci ha portato dei tagliandini con la fotografia di Loiero. Mommo mi disse che glieli aveva dati Filippone. Io li ho distribuiti nel Bosco di Rosarno anche se ero latitante. Mi ha dato anche lo stampino col nome per chi non sapeva scrivere. Se non ricordo male, grazie al mio intervento ha preso 50 voti. Molé mi ha detto che gli serviva per il processo, se andava male all´;appello, per la Cassazione. Diceva che un politico fa quello che vuole, cioè trova le strade buone, per i processi”. Al momento buono, dunque, la mafia rivendica il credito. Anche se non c´;è stato nessun impegno preciso. E quando si dice di no alle cosche, ecco che cantano le pistole. ha collaborato Giuseppe Lo Bianco