“QUEL TRAM CHIAMATO DESIDERIO”

“QUEL TRAM CHIAMATO DESIDERIO” “In Calabria, dove la capacità d&acute&#59infiltrazione della Ndrangheta nella collettività e il suo farsi istituzione è particolarmente significativa, la situazione è critica, e la sanità è postazione privilegiata del sistema mafioso”, scrive l&acute&#59Alto Commissario Anticorruzione, Gianfranco Tatozzi nel suo dossier sulle infiltrazioni mafiose nelle pubbliche amministrazioni. Una tale affermazione è, purtroppo, realistica, e, come se non bastasse, la realtà è resa ancora più grave dalla assenza, a tutti i livelli, delle istituzioni . L’avvento della nuova Giunta Regionale (in tutte le sue successive edizioni) e la proclamata volontà della “discontinuità”, le speranze riposte nel nuovo Assessore alla Salute (uomo, anzi donna, di legge) e nei nuovi vertici della Sanità, avevano illuso tutti: si era detto uomini nuovi, capaci, integerrimi. A distanza di circa un anno le cose non sembrano essere, invece, così come si era previsto. Al contrario ecco irrisolti omicidi, assessori, consiglieri, amministratori inquisiti, avvisi di garanzia, arresti e quant’altro, sicuramente non espressione di un reale cambiamento. In ambito sanitario le connivenze tra politica e malaffare, le storiche cattive gestioni, l’improvvisazione a tutti i livelli, l’assenza di una programmazione (quella che oramai si definisce mission), gli sprechi (ovunque presenti), le nomine clientelari di dirigenti medici e amministrativi, gli incredibili ammanchi, non dissimili da quelli esistenti in precedenti gestioni, ai quali si è aggiunto un incredibile immobilismo, rendono più che mai seriamente complicata l’attività di noi operatori della Sanità pubblica e privata. In assenza di regole, di progetti, di capacità organizzativa compare solo un continuo conflittualizzare e un attribuire ad altri le proprie responsabilità. Non emergono idee chiare, soggetti capaci di determinare, compiutamente e non demagogicante, e se necessario impopolarmente, linee di indirizzo, non emerge la volontà di rimboccarsi le maniche e di iniziare percorsi attuativi. Si vive alla giornata, con il principio che meno si fa e meno si può sbagliare. E’ fuor di dubbio che alla base di una tale drammatica situazione sia, come una cappa, l’alito mefitico della politica (con la p minuscola), quella peggiore, quella che ha solo l’arroganza di fare e disfare, senza regole o progetti. Al mondo politico e sindacale spetta sì il compito di fornire line guida e di esercitare controlli, ma non di interferire sulle scelte programmatiche di crescita di una Azienda, né sugli uomini idonei a realizzarli. Occorre individuare per meriti, e non per militanza, i più capaci, e asservirli al gioco del saper fare. La politica dei partiti deve rimanere al di fuori dei nomi. Se ciò non accade, ecco che si individua sicuramente “brava gente”, ma non certa esperienza nel difficile mondo della Sanità, e per di più gravata da un vassallaggio partitico che impedisce di incidere in modo autonomo sulle scelte e sui programmi. Sono indispensabili, invece, soggetti capaci di interfacciarsi con la realtà sanitaria, che possano anche sbagliare, ma perché hanno fatto delle scelte e preso delle decisioni. La inefficienza da immobilismo può essere peggiore della inefficienza da errore. Eppure non sarebbe difficile dimostrare cosa si può e si deve fare. Non vorrei che professionalità e capacità non siano un merito. Forse lo sono di più i pseudoconsensi elettorali. I risultati sono negli occhi di tutti: oggi ammalarsi è spesso pericoloso. Si cerca di ritrovare agnelli sacrificali a cui attribuire la responsabilità degli errori di altri, ed ecco la ricerca di malpratica degli “incapaci” medici ospedalieri, l’individuazione degli “assistiti fantasmi”, dei 400.000 falsi iscritti negli elenchi di “quei farabutti” dei medici di medicina generale. Come se non bastasse, la categoria medica ha la spiccata tendenza a cadere nella trappola del vassallaggio, nel cappio del “divide ed impera”. Ed ecco che trova seguaci chi è capace di creare conflittualità fra le varie anime della categoria, all’interno degli ospedali, tra medici della medicina generale e medici ospedalieri, tra medici della medicina di continuità assistenziale e le varie categorie del precariato medico, tra medici del territorio, medici ospedalieri e medici della medicina privata. Non meno penosa la problematica delle iperprescrizioni e della conseguente richiesta dei Medici di Medicina Generale di rifiutarsi di trasformarsi in semplici trascrittori di farmaci, prescritti da altri. La norma regionale che prevede (giustamente o ingiustamente, ma è una legge, e come tale da rispettare) che nelle strutture di ricovero spetti al medico dimettente il compito di redigere “la ricetta” per la realizzazione della continuità assistenziale, ha creato, tendenziosamente, divisione nella categoria. E’ nato, così, malumore tra i pazienti (sballottati tra ospedale e studi medici), malcontento tra i medici di famiglia (che si sentono sminuiti nel loro compito), frustrazione tra i medici delle strutture pubbliche (che non riescono a comprendere quali siano le loro reali funzioni, in ambienti troppo spesso inadeguati, e dove l’unico requisito è una inutile richiesta di produttività, quasi mai necessariamente accompagnata da una richiesta di qualità). In tale contesto fare il medico è diventato impossibile. Gestire adeguatamente sanità un miracolo. Bisogna dire basta, dimenticando divisioni e conflitti, bisogna trovare, ad ogni livello, gli uomini giusti e chiedere, quindi, che la Sanità ritorni alla Sanità, in una unitarietà di intenti, affinché non si perda “quel tram chiamato desiderio” di regole e professionalità. Colleghi svegliamoci, prima che sia tardi. Vittorino Lo Giudice