Sarà la cultura a risolvere la crisi economica e sociale del nostro Paese

di Caterina Spina

In questo difficile momento di crisi economica tutti devono far sì che la cultura non sia considerata un peso per la società, bensì un’opportunità in più su cui far leva.

La storia ci insegna che gli investimenti nella cultura sono il vero volano di sviluppo e crescita di un territorio e che, anzi, sono questi che ne rafforzano l’identità.

Specialmente se si intrecciano nuove reti con le altre realtà regionali, nazionali ed internazionali: cultura e turismo, cultura ed economia, cultura e giovani, cultura e trasparenza, cultura ed eccellenza. Ed è in questo quadro di riferimento, caratterizzato dall’incertezza per il futuro, che la cultura gioca un ruolo determinate.

Sono proprio questi periodi storici che mettono in risalto la funzione della cultura come unico elemento in grado di garantire un grado sufficiente di coesione sociale, di appartenenza e di identità. Ed è in questo contesto che emerge quanto la cultura sia produttrice di valore economico e di conoscenza.

Basta, infatti, leggere o informarsi presso le principali fonti di analisi per verificare come tutti i dati indichino i settori economici legati alle cosiddette industrie creative come quelli che hanno performance positive rispetto ai settori economici più tradizionali.

L’ideale sarebbe poter dare il via ad un distretto culturale avanzato, che diventi un’opportunità di sviluppo per il nostro Paese, in generale, e per il Mezzogiorno d’Italia, in particolare.

Questa nuova prospettiva, da portare avanti in sinergia con le agenzie culturali e le strutture economiche di tutto il territorio nazionale, oltre al contributo fattivo delle istituzioni superiori, consentirà di prospettare nuovi modelli di sviluppo.

Tutto ciò, però, richiede un protagonismo anche degli Enti locali, dei rappresentanti politici e di quelli istituzionali: non solo di coraggiosi imprenditori privati o di qualche buon mecenate.

È necessario, quindi, istituire un coordinamento politico e organizzativo dei ruoli che ottenga il contributo di tutti, ma anche un chiaro impegno economico che rappresenti il vero investimento di questo ambizioso programma.

L’obbligo morale di ognuno dovrà essere quello di non pensare al solito modello centralista, ma ad un sistema distribuito di funzioni e responsabilità in cui impegnarsi per far riscoprire le vocazioni del proprio territorio e per svilupparle in modo comune, senza fare l’errore di voler sempre accentrare tutto.

È il Sud in particolare che deve esser capace di costruire un distretto culturale avanzato, dotato di molte attività, che rappresenti un vantaggio competitivo enorme rispetto ad altri territori che hanno le stesse caratteristiche o elementi distintivi.

L’Italia, in generale, ha uno stock straordinario di tradizioni e potenzialità culturali che attendono solo di essere agganciate alla contemporaneità.

Perché ciò avvenga, bisogna enfatizzare le relazioni personali e istituzionali, collaborando alla pari, creando un nuovo rapporto tra pubblico e privato, ragionando insieme sui progetti, oltre ad essere molto flessibili, a pensare in grande e a crederci.

Bisogna operare secondo una logica di rete, che utilizzi al meglio le risorse disponibili, materiali ed immateriali, e che consegua delle economie di scala e di fruizione.

Inoltre, bisogna essere consapevoli come la cultura sia un volano di sviluppo a tutti i livelli: dalla formazione alla ricerca, dal senso civico alla solidarietà sociale, dall’economia alla tutela dell’ambiente.

Tutto questo, però, non è sufficiente a garantire lo stato attuale delle cose. Il contesto di riferimento in cui si vive ed opera quotidianamente deve obbligare gli eventuali investitori a fare i conti con una dinamica culturale e sociale globale.

Questo risultato si può ottenere, ma solo superando una certa propensione all’autoreferenzialità del sistema culturale e creando le basi per sostenere una produzione intellettuale, fatta di idee, professionalità, competenze e fattori strutturali, che sia in grado di confrontarsi con gli altri territori nazionali ed esteri.

La sfida deve essere rappresentata dal consolidamento e dalla creazione di un tessuto di imprese culturali che assicurino nel tempo una produzione intellettuale capace di competere con quella realizzata fuori dai propri confini, e che siano in grado di mettere in atto delle strategie efficaci per assicurarsi le risorse necessarie anche nell’ambito privato, riducendo nel tempo il fabbisogno delle risorse pubbliche.

Ma la prova più grande da superare dovrà essere quella di far diventare l’Italia un luogo in cui la creazione di valore, attraverso la cultura, sia visibile e palpabile. Proprio come lo era in passato.

L’importante è che la cultura non sia la cenerentola degli investimenti pubblici, anche se qualcuno, purtroppo, da altre parti, pensa e pratica in questa direzione.

Non bisogna mai dimenticare che la cultura rappresenta il dato essenziale che caratterizza una comunità.

Il nostro Paese, grazie alle sue peculiarità e alle sue produzioni culturali, dovrà ritornare a essere una terra comune in cui la creatività, l’innovazione e l’eccellenza rappresentano il modello di sviluppo reale e in cui la cultura sia il marchio distintivo della nostra società, capace di comunicare i suoi valori positivi ma anche di creare valore sociale ed economico per tutti.