SE ASCOLTIAMO I NOSTRI BAMBINI LA SOCIETÀ AVRÀ UN FUTURO MIGLIORE

SE ASCOLTIAMO I NOSTRI BAMBINI

LA SOCIETÀ AVRÀ UN FUTURO MIGLIORE

di Caterina Spina

 

 

Lo scorso 20 novembre si è celebrata in tutto il mondo la Giornata Mondiale dell’Infanzia, in onore del giorno in cui, nel 1989, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite approvò la Convenzione Internazionale dei Diritti dell’Infanzia. Atto fondamentale di promozione e tutela civile, che l’Italia sottoscrisse il 27 maggio 1991. Nel preambolo della Convenzione veniva dichiarato che l’infanzia ha diritto ad un aiuto e ad un’assistenza particolare e che il fanciullo, ai fini dello sviluppo armonioso e completo della sua personalità, deve crescere nell’ambiente familiare in un clima di felicità, amore e comprensione. Lo stesso Giovenale, già ai suoi tempi, scriveva “maxima debetur puero reverentia”, ovvero “al fanciullo si deve il massimo rispetto”. C’è da rilevare però che, nonostante tutte queste dichiarazioni di principi, è stato difficile far decollare un’autentica ed effettiva tutela dei diritti dell’infanzia. D’altro canto, il termine latino infans indica letteralmente “colui che non parla” o, tradotto meglio, “colui che non può, non deve parlare” e che, quantunque parli, non viene ascoltato. Purtroppo, a distanza di migliaia di anni, tutto ciò accade ancora adesso, e non solo nell’ambito familiare che, al contrario, non è sempre un’isola felice, ma un luogo che può diventare un ambiente ostile e pericoloso per l’integrità psicofisica dei minori. In particolare, nel momento patologico della vita della famiglia, ovvero quando sopravviene la crisi della coppia coniugale, cui segue l’insorgere di un conflitto genitoriale. Secondo le ultime statistiche ogni anno oltre 80.000 minori, da vittime inconsapevoli, entrano nel tunnel della conflittualità genitoriale. È essenziale che le coppie in crisi escano da un fuorviante sistema di antagonismo globalizzato in cui i figli vengono percepiti come meri oggetti, solo per acquisire maggior potere nel conflitto in atto. Alcuni coniugi, per la grave conflittualità della loro crisi, iniziano perfino a contendersi i figli come se fossero oggetti da espropriare o da usare come armi di belligeranza occulta nell’ambito delle separazioni consensuali. Molti avvocati matrimonialisti, nella loro esperienza quotidiana, riscontrano spesso come il cliente, soprattutto all’inizio dell’iter di una controversia coniugale, cerchi di attribuire al proprio legale il ruolo di giustiziere, come se fosse una sorta di Robin Hood che toglie i figli all’uno per consegnarli all’altro. I bambini diventano così come un bottino di guerra da conquistare. In tal caso, l’avvocato, che ha il dovere di non fomentare i conflitti, ma, nel superiore interesse del minore, di indirizzare la propria attività al fine di condurre i contrasti a nuovi equilibri, deve cercare di far comprendere ai coniugi, con professionale incisività e grandi doti persuasive, che di fronte ad un figlio si rimane per sempre genitori, anche se con determinati ruoli e responsabilità da soggetti non più in comunione. Il minore deve essere considerato come un soggetto autonomo di diritti e titolare di tutte le attenzioni per la sana crescita della sua personalità in itinere. Il bambino, deve essere tutelato concretamente in ogni ambito della sua vita quotidiana ed ha il diritto di essere rispettato nella sua peculiarità personale. Una celebre psicologa statunitense, Dionna Thompson, sosteneva che la guerra che si fanno i genitori in sede di separazione non è altro che una guerra contro i bambini e dichiarava testualmente: «il punto non è semplicemente il diritto dei padri o il diritto delle madri, ma il diritto dei figli di avere due genitori che si occupino attivamente della loro vita. Una società bigenitoriale è una società sicuramente più sana di una in cui i figli crescono avendo relazioni monoparentali». In ogni caso, c’è da rilevare che nell’ambito del contesto sociale in cui si vive, così come in quello del nucleo familiare, è rilevante ed essenziale dare voce ai bisogni e ai diritti dei bambini, secondo l’etica della comunità solidale, un’etica improntata a quanto sostenuto nel preambolo della Dichiarazione dei Diritti del Fanciullo. L’umanità ha il dovere di dare al fanciullo il meglio di se stessa, un’etica scevra da intenti individualistici, i cui disvalori sono principalmente la non comunicazione, la non partecipazione e la non solidarietà. Situazioni che portano allo sbando non solo la famiglia, ma tutta la società, danneggiando soprattutto la categoria più fragile, quella dei minori, che purtroppo diventano spesso vittime di violenza ed abusi. Proviamo, ad esempio, a porre l’accento su tre articoli della Convenzione del 1989: l’art. 24, che sostiene: “Gli Stati parti riconoscono il diritto del minore di godere del miglior stato di salute possibile e di beneficiare di servizi medici e di riabilitazione. Essi si sforzano di garantire che nessun minore sia privato del diritto di avere accesso a tali servizi”; l’art. 27, che afferma: “Gli stati parti riconoscono il diritto di ogni fanciullo ad un livello di vita sufficiente per consentire lo sviluppo fisico, mentale, spirituale, morale e sociale”; l’art. 28, che dichiara: “Gli Stati parti riconoscono il diritto del fanciullo all’educazione”. Leggendo questi articoli si constata quanto siamo ancora lontani dal garantire tali diritti a tutti i bambini. Molto deve essere fatto ancora e non ci si può ridurre ad una mera ricorrenza annuale o ad una semplice presa d’atto di determinate dichiarazioni di intenti. Ogni giorno la cronaca si imbatte con le problematiche di genitori disperati, perché viene disatteso il diritto allo studio dei loro bambini portatori di handicap grave, per insufficienza di ore di sostegno e/o per l’assenza di assistenti o educatori che si prendano cura degli studenti e favoriscano una reale loro integrazione scolastica. È indispensabile bandire ogni prassi adulto-centrica e favorire una concreta cultura dell’attenzione e del rispetto della persona del bambino nella sua peculiare ed irripetibile individualità, tenendo sempre presente che ogni fanciullo è una personalità in formazione rispetto a cui qualsivoglia impegno educativo e affettivo è doveroso nell’intero percorso del suo sviluppo fisico, psicologico ed intellettivo. Un concetto che converge perfettamente con quanto sostenuto dal Presidente Giorgio Napolitano ad un convegno sui minori: «Una società che resta indifferente o, peggio, chiuda gli occhi di fronte a fenomeni di violenza, sfruttamento o di profondo disagio dell’universo minorile è una società priva di futuro». Ecco perché, bisogna ascoltare seriamente i bisogni dei minori, ponendo in essere un’autentica cultura dell’attenzione e del rispetto verso le loro necessità: solo allora la nostra società avrà un futuro migliore.