Tutte in piazza

Da Bruxelles a Roma, da Londra a Palermo. Le donne italiane manifestano a difesa della propria dignità in tutto il mondo per ricordare che esiste un’alternativa al sultanato pornografico imposto dal presidente del Consiglio, quindi una possibilità di democrazia vera e sana, e che testimoniano come sia diffusa un’altra idea della donna stessa e del suo corpo. Quella donna e quel corpo considerati dal presidente del Consiglio nei termini di una merce a disposizione del potere, che se ne serve per soddisfare il proprio piacere e il proprio desiderio di dominio. Donne che concedono il corpo ricevendo in cambio denaro (il che di per sé potrebbe non esser grave se fatto volontariamente) oppure incarichi istituzionali, di governo, candidature nei consigli regionali e in parlamento. Fattore, quest’ultimo, gravissimo, perchè indicativo di un mercimonio di cariche pubbliche che ci riguarda tutti e che offende l’intera democrazia. La misura di tutto questo, dopo il Rubygate, è colma.

La questione, il cui risvolto penale risulta quasi secondario sebbene importante, pone invece un problema più generale sul modello sociale e umano verso cui il berlusconismo ci ha fatto precipitare. Il che richiedeva una mobilitazione immediata: se non ora quando? Questa primavera femminile che coinvolge l’intera democrazia vede protagoniste madri e figlie, artiste e intellettuali, cittadine comuni e militanti. Comunque donne. Donne che, come ricordato da diverse pensatrici critiche, non devono e non possono essere ‘usate’ adesso come arma della contesa politica, nel tentativo di distruggere Berlusconi colpendolo con una campagna strumentale che si serve della coscienza sana di questa umanità femminile giustamente in rivolta. Vanno dunque rispettate nella loro autonomia, nella loro indipendenza. Credo che un modo per farlo consista nella riflessione e nella voce critica che può/deve provenire anche da noi uomini italiani, chiamati in prima linea a dimostrare che se esiste un’altra idea della donna, ne esiste parallelamente anche un’altra di uomo. Un uomo che non riduce la donna a merce acquistabile tanto quanto non riduce se stesso ad utilizzatore di corpi femminili come fossero cose a sua disposizione oppure a disposizione del suo potere e denaro. Un uomo che proprio del potere e del denaro non fa uno strumento di ricatto umano, di vessazione sociale. Si tratta di un percorso che ha una dimensione generale ma anche privata.

Una sorta di rivoluzione sociale e domestica, pubblica e intima. Il presidente del Consiglio, ricattabile per il suo stile di vita e quindi pericoloso per la sicurezza nazionale,  ha avuto infatti il demerito di aver imposto al paese questa subcultura che vuole la donna ridotta a cosa fra le cose, solo corpo e solo avvenenza fisica. Modello al centro di un bombardamento mediatico che ha visto schierate la tv commerciale e i giornali scandalistici di proprietà del premier, i quali hanno saputo imprimere alla società italiana una rivoluzione (involuzione) antropologica come accade nelle dittature da sempre. Le donne di questa antropologia berlusconiana sono merce che si compra e si lascia comprare dal potere e dal potente (in qualsiasi ambito e in qualsiasi contesto): si offrono a fronte di un guadagno materiale, lavorativo, personale. Non c’è merito, non c’è gavetta, non c’è formazione, non c’è studio. Una deriva che si è fondata sull’idea consumistica della società e della vita, diciamo in generale dell’essere umano, che è stata al centro del messaggio antropologico e politico di Berlusconi con conseguenze preoccupanti per l’intero assetto democratico. Per questo le manifestazioni femminili (e maschili) lanciate con lo slogan del “Se non ora quando?” rappresentano un segnale di speranza per l’intero paese, per una scossa etico-politica, ma pongono nelle coscienze di tutti, donne e uomini, interrogativi profondi a cui siamo chiamati a rispondere e che, per questo, ci investono di una grande responsabilità a cui non possiamo sottrarci. La responsabilità di ciò che siamo e che vogliamo essere. Anche davanti a noi stessi. Luigi de Magistris