Un´ etica per la politica

Da circa un anno, a partire dalle prime uscite di Progetto Calabrie, ho più volte sollevato la questione dell´etica applicata alla politica, che considero una delle questioni cruciali della società italiana contemporanea.Poiché nelle scorse settimane c´è stato un improvviso ritorno di fiamma su questo argomento – a partire dal caso “Banca d´Italia” per arrivare alla scalata al Corriere della Sera, nonché una vivace discussione all´interno dell´Unione – il momento mi sembra opportuno per approfondirne alcuni aspetti focali. Lo farò argomentando in modo discorsivo – della qual cosa mi scuso con gli studiosi di filosofia morale – poiché ritengo che per la sua forte attualità la questione etica debba avere la massima diffusione possibile, in quanto è dai comportamenti collettivi – ad esempio al momento delle consultazioni elettorali – che discende la possibilità che nel fare politica si assumano comportamenti eticamente fondati.Dirò, anzitutto, per quale motivo uso il termine etica e non morale visto che per lo più i due termini sono considerati sinonimi. Anche se mi auguro che a conclusione delle considerazioni che seguono questo distinguo apparirà sostanziale, inizialmente è solo di natura linguistica in quanto, come sostiene Wittgenstein, nella gran parte dei casi il significato di una parola è il suo uso nel linguaggio.Ebbene nel linguaggio corrente il termine morale viene usato con un significato tendenzialmente negativo, tanto che da esso sono derivati termini di sapore critico se non dispregiativo come moralista (di persona con eccessiva dipendenza da principi morali) o moraleggiare (sentenziare in modo pedante su argomenti morali) o espressioni di sufficienza come fare la morale. Inoltre il suo uso è legato per lo più ad usanze, abitudini e costumi relativi alle morali religiose (si pensi, ad esempio, ai giudizi sui costumi sessuali nella diverse religioni) mentre tutto il discorso del rapporto tra etica e politica ha senso solamente se entrambe vengono tenute al di fuori di qualsiasi riferimento confessionale. Si aggiunga a ciò che vi è un uso recentissimo di questo termine di stampo esasperatamente relativistico che, portato alle estreme conseguenze, finisce per snaturarne completamente il significato. E´quello di cui ha parlato di recente Eugenio Scalfari a partire dal suo libro Alla ricerca della morale perduta, dicendo che “è riemersa una morale diciamo così corporativa, una morale deontologica, identificata con le ´regole dell´arte´. Ciascuno dovrà fare meglio che può ciò che ha scelto di fare, gestire con efficienza la funzione cui è stato chiamato, vivere fino in fondo la vocazione che porta di sé. La sua morale è questa e non può essere altra”.E´facile convenire sulla valutazione circa le conseguenze degenerative che questa concezione ha nella prassi dei comportamenti correnti (si pensi alle recentissime dichiarazioni di un finanziere d´;assalto, che ha detto che il suo compito è di fare soldi, il che dovrebbe giustificare a priori ogni sua azione diretta a quel fine) che porta alla negazione dell´esistenza di principi regolatori nei rapporti tra individuo e Comunità di appartenenza, che è l´essenza stessa della questione di cui stiamo discutendo.Per queste ragioni ritengo sia più appropriato al nostro discorso l´uso del termine etica che non ha subito deformazioni o flessioni linguistiche a partire dal greco tà êthikà, che indicava la speculazione attorno al comportamento dell´uomo di fronte ai due concetti di bene e male, che è quanto qui mi propongo di fare con riferimento ai comportamenti di natura pubblica, parlando in particolare di un´etica applicata alla politica, ovvero alla sfera dei comportamenti che costituiscono il fare politica.Di questo parliamo pensando a quanto nel nostro Paese sta accadendo da tempo, e con particolare virulenza in tempi recentissimi.Primo punto: che cosa è l´etica?La storia della filosofia è colma di disquisizioni su questa domanda e le definizioni che ne sono derivate sono altrettanto numerose.Potremmo partire dall´;antichità parlando di Aristotele, per arrivare – passando attraverso Spinoza – all´etica della modernità, ma sarebbe un compito oltre che impari per le mie forze anche ridondante rispetto a quanto qui vorrei fare, ossia circoscrivere il concetto di etica in maniera tale che sia applicabile alle vicende e ai comportamenti della politica che ci circondano qui ed ora.Mi limito, dunque, a cercare di rispondere speditamente alla domanda che cosa è l´etica? facendo riferimento alla civiltà della modernità, quella che si è affermata a partire dalla seconda metà del Settecento in uno con l´avvento della società industriale e che nel corso del Novecento ha via via introdotto problemi di natura etica affatto nuovi con i quali si sono cimentati studiosi del calibro di Hans Jonas (Il principio responsabilità) Hannah Arendt (Vita activa) Eugene Hargrove (Fondamenti di etica ambientale) John Rawls (Una teoria della giustizia) e, in particolare, Bertrand Russel ai cui studi in questo campo (Principi di riforma sociale; Autorità e individuo; Un etica per la politica) faccio qui diretto riferimento, considerandoli i più incisivi in rapporto al trasferimento dei discorsi sull´etica dal campo della speculazione filosofica a quello dell´applicazione pratica ai comportamenti correnti della politica.Ciò detto, parto dalla considerazione che per poter discutere di etica il problema che va preliminarmente risolto è quello del soggettivismo (o dell´assoluto relativismo) al quale ho già fatto cenno in precedenza. In buona sostanza possiamo dire che ciascun individuo è portatore di desideri, interessi, opinioni che, se applicati esclusivamente alla propria sfera personale, non sono assoggettabili al giudizio di valore tipico dell´etica – buono/cattivo – e, dunque, determinano una morale individuale, ovvero la possibilità che esistano tante morali quanti sono gli individui, tutte dotate di legittimità e di pari dignità.La questione sembra porsi in termini analoghi anche in campo estetico, dove è indubbio che l´approccio relativista a livello individuale è l´unico possibile. Non posso, infatti, censurare una persona perchè preferisce l´arte astratta a quella figurativa o ama Renoir e non sopporta Picasso, e pur constatando che la stragrande parte delle persone è portata ad esprimere un giudizio di bello nei confronti della Primavera di Botticelli e di brutto nei confronti della crosta di un imbrattatore di tele, non si da luogo (se non in situazioni che riconosciamo aberranti) ad una arte ufficiale, comunitaria, di Stato.Ma se svolgiamo un´analoga riflessione per quel che riguarda i giudizi di buono/cattivo, dobbiamo convenire che pur considerando legittima la volontà di ciascuno di appagare desideri, realizzare interessi o affermare opinioni, questa volontà non potrà mai collimare con le medesime (e altrettanto legittime) volontà di altre persone che appartengono alla medesima Comunità. E mentre la divergenza in campo estetico non ha ricadute sulle relazioni sociali (se non all´;interno del campo estetico stesso) quelle in campo etico attengono profondamente a queste relazioni, al punto da risultare determinanti per l´equilibrio sul quale si costruisce la vita comunitaria.Da questa elementare constatazione dell´uomo come essere sociale (o, come dice Russel, di animale semigregario, con impulsi e desideri in parte sociali e in parte individuali) si fa strada l´idea della necessità di disporre di una morale non soggettiva, impersonale, che la Comunità fa propria e alla quale le morali individuali debbono piegarsi, che chiamiamo etica. Devo dire che anche a proposito della nozione di Comunità le riflessioni dovrebbero essere di ben più ampia portata, dato che la rivoluzione telematica che impronta di sè il terzo Millennio tende ormai a farla coincidere con il mondo intero, ponendo così il problema di una etica globale, capace di corrispondere ad una Civiltà della Terra. Ma anche questa dimensione della questione esorbita dalla portata delle considerazioni che qui vado facendo che, dunque, restano limitate alla nozione convenzionale di Comunità come Stato-Nazione-Paese con le sue ulteriori articolazioni, e avendo presente che in questo modo si elude anche la semplice realtà europea, alla quale siamo ormai indissolubilmente legati. Accettando questo limitato orizzonte speculativo, partiamo dal convenire con Russel sul fatto che “i desideri umani sono in conflitto reciproco e che il bene è un concetto sociale apprestato per trovare una soluzione a questo conflitto” e che “desideri giusti saranno quelli capaci di essere compossibili (ossia non confliggenti) con il massimo numero di altri desideri”, per arrivare alla conclusione che “l´etica è un tentativo di dare importanza universale e non meramente personale ad alcuni dei nostri desideri”. Questo è, a mio modo di vedere, il fondamento teorico da assumere per il concetto di etica, dal quale possiamo far discendere due asserzioni che aprono la strada al tentativo di attualizzare la questione.La prima è che l´etica è un concetto sociale, che si applica ai rapporti di natura pubblica tra individuo e Comunità, differenziandosi in ciò dalla morale che attiene più strettamente al campo dei comportamenti di natura privata (religiosi, familiari o di relazioni tra persone di diversa età, sesso, condizione sociale). La seconda è che l´etica attiene alla costruzione di sistemi di valori, alla formulazione di regole per il rispetto di tali valori e alla espressione di giudizi sull´attinenza tra comportamenti e valori.Secondo punto: quale rapporto tra etica e politica?Mi rendo conto che questa disquisizione di carattere teorico può apparire astratta e sfuggevole rispetto alla percezione che abbiamo quotidianamente della questione etica, ma non ho potuto evitare di farla perchè dal mio punto vista il nodo principale dell´intera questione sta proprio nel fatto che deve esistere un nesso indissolubile tra i contenuti teorici della nozione di etica e il rapporto di questa con la politica.Per praticare questa strada è necessario sgomberare il campo dal fatto che la questione etica sia riconducibile ad aspetti, per così dire, di costume (il numero di assessori, di consulenti, di auto blu, o la consistenza degli stipendi di parlamentari, consiglieri regionali, grandi funzionari statali e così via) che sono certamente importanti per richiamare ad una sobrietà che comunque non guasterebbe, ma hanno solo una marginale incidenza sull´etica della politica di cui stiamo parlando.Se la questione etica fosse riconducibile all´abolizione di privilegi e prebende di singoli e gruppi, la soluzione del problema sarebbe sicuramente a portata di mano, ma purtroppo non è così, perchè quanto sta avvenendo da tempo nel nostro Paese – sia prima che dopo tangentopoli – è di tutt´altra portata ed è la negazione del principio etico che ho richiamato prima, ovvero la prevalenza degli interessi della Comunità rispetto a quelli dei singoli (delle famiglie, dei gruppi, delle logge, delle lobby, delle consorterie e così via). La situazione, come è ormai evidente a tutti, è che molti dei comportamenti tenuti da chi fa politica, ossia si occupa del governo della cosa pubblica, non vanno nella direzione che dovrebbero assumere per definizione (una definizione, per l´;appunto, etica) ossia verso l´interesse pubblico. A questo fatto, di per sé gravissimo, se ne è aggiunto negli anni più recenti uno ancora più grave, ovvero che la prevalenza dell´;interesse individuale su quello della Comunità viene legittimato dall´emanazione di leggi, codici, regole, pensate a bella posta per quella finalità. Il caso più clamoroso è certamente rappresentato dalla copertura legislativa data al conflitto di interessi che investe direttamente il Presidente del Consiglio pro-tempore, ma potremmo pensare ai vari provvedimenti (alcuni attualmente in corso) a tutela di imputati eccellenti o, per allargare il campo, ai casi dell´archeocondono, ossia della “indiscriminata licenza di uccidere per tombaroli e depredatori di tesori archeologici” e della depenalizzazione dei reati contro il paesaggio, di cui ha parlato di recente Salvatore Settis, tutti atti che legittimano la spoliazione del patrimonio culturale pubblico a favore di privati.E´ mia ferma convinzione che sia possibile interrompere questo circolo vizioso che sta corrodendo le coscienze, soprattutto giovanili, e sta inquinando la convivenza civile del nostro Paese, solamente costruendo un legame indissolubile tra etica e politica.Ha scritto di recente Giovanni Sartori: “Sappiamo da Machiavelli in poi che la politica è diversa dalla morale”, tesi ampiamente sostenuta da molti politici e pensatori.Ebbene, ribadita la differenza terminologica, questa è proprio l´affermazione da cui dobbiamo partire per negarla alla radice e per sostenere che etica e politica devono marciare congiuntamente o, meglio, che occorre costruire un´etica per la politica (che è quanto anche Sartori sostiene). D´altronde le idee di Machiavelli non costituiscono certo un dogma e l´etica e la politica non hanno nulla di immanente o di inevitabile. Sono entrambe categorie costruite dall´uomo proprio per regolare la sua vita sociale e, dunque, possono essere messe in discussione e modificate ove se ne verifichi la necessità, e in questo momento nel nostro Paese questa necessità si pone in modo impellente.Terzo punto: come costruire un codice etico?Se si accetta il presupposto che tra politica ed etica deve esistere un legame indissolubile (che è come dire che l´etica deve essere parte integrante del DNA della politica) il problema che si pone è come costruire questo legame.La strada maestra è certamente quella di affermare una cultura dell´etica politica, facendone una componente essenziale della formazione dei saperi e delle coscienze, in primo luogo dei giovani, il che significa partire dall´educazione scolastica dalla quale attualmente questo tema sembra lontano mille miglia.Ma si tratta di una strada che, pur essendo essenziale percorrere, è assai impervia (se non altro perchè dovremmo disporre già di una cultura condivisa da affermare, il che non è ancora del tutto vero) ma soprattutto richiede tempi lunghi mentre la situazione attuale è di tale gravità da richiedere interventi urgenti. E allora, nel mentre si avvia la elaborazione di un più ampio programma di formazione di una cultura etica, occorre lavorare alla messa a punto di una sorta di lessico di immediata applicazione, che rappresenti un concreto e significativo segnale della volontà di introdurre una diversa prassi all´;interno della politica.La soluzione più sensata sembra quella che affiora ripetutamente in questi giorni dal dibattito nazionale, ovvero la costruzione di un Codice etico (migliore di un patto, che per non scadere in una dichiarazione unilaterale richiederebbe un´elevata capacità di confronto tra i contraenti – mondo politico/elettorato – che appare assai poco realistica).Ciò significa elaborare un insieme sistematico di principi, regole e prescrizioni ai quali deve attenersi chi (individualmente o all´interno di organi collegiali) fa politica (in Parlamento, nel Governo, nelle Regioni, nelle Province, nei Comuni, negli Enti pubblici, insomma ovunque ci si occupi della cosa pubblica).Come è facile intuire, l´elaborazione di questo codice è operazione tutt´altro che semplice ma proprio per questo non rinviabile perchè, a mio parere, il Codice etico deve diventare (unitamente agli aspetti economici, sociali, ambientali, istituzionali) parte integrante del programma che le forze politiche che si candidano al governo del Paese presentano all´elettorato e sul quale chiedono il consenso. E´del tutto evidente che un tale codice ha un carattere prettamente volontaristico, nel senso che riguarda la parte politica che lo elabora e si impegna a rispettarlo nel corso della sua azione di governo e/o parlamentare, il che significa che altre parti politiche possono avere un codice diverso o nessun codice e sulla condivisione dell´uno o dell´;altro il giudizio verrà espresso dai cittadini.Ciò detto, il contributo che mi sento di fornire a chi (spero quanto prima) porrà mano a questo difficilissimo compito, riguarda l´impostazione di questo Codice etico e discende dalle rapide riflessioni che ho svolto in precedenza, che posso riassumere dicendo che a mio parere il codice dovrebbe:1) Enunciare i valori ai quali si ritiene che la politica debba fare riferimento. La gran parte di questi valori sono ampiamente contenuti nella Costituzione che resta (a dispetto di chi la definisce senescente, ma è perchè la sente ostile) il faro della politica italiana. Ad essa occorrerà affiancare i riferimenti che discendono dai grandi mutamenti intervenuti negli ultimi cinquanta anni nel mondo, che hanno disegnato nuovi scenari (su tutti l´Europa, ma anche la Cina, l´India, il Mediterraneo, il Vicino Oriente); hanno introdotto strutture nuove (il postmoderno, la telematica, la globalizzazione); hanno posto nuovi problemi (il terrorismo, le guerre preventive, l´uso delle armi nucleari, il possesso delle risorse energetiche e alimentari, il controllo della conoscenza e dell´informazione, l´equilibrio ambientale, la manipolazione genetica, la fame, le malattie). 2) Stabilire le regole alle quali ci si deve attenere nello svolgimento delle attività che attengono al governo di una Comunità, ai diversi livelli e forme in cui queste si esplicano.Regole per le attività che possiamo considerare più strettamente politiche, inerenti all´orientamento della vita sociale attraverso l´emanazione di leggi, cominciando dal ripudio dell´;orrenda pratica delle leggi ad personam. Regole per le attività più propriamente comunitarie o deontologia, mirate a garantire un´equilibrata composizione dei conflitti tra interessi individuali o di gruppo e interessi della Comunità, ad esempio in materia di tenuta di cariche pubbliche, di ordinamenti professionali, di appartenenza ad associazioni e così via.Regole per i comportamenti individuali dei politici quando agiscono nella sfera pubblica, per garantire l´assoluta preminenza del loro operare nell´interesse pubblico come il mandato ricevuto esige.3) Un terzo punto dovrebbe riguardare un altro aspetto essenziale della questione, ossia l´individuazione del soggetto al quale affidare la verifica del rispetto del codice, essendo del tutto evidente che approvare un codice di comportamento senza affidarne ad una qualche autorità il controllo potrebbe risultare un´operazione sostanzialmente priva di effetti e, quindi, di senso. Ma su questo aspetto formarsi un´opinione sembra ancora più difficile, per cui non resta che continuare a riflettere contando sulle idee e le proposte di chi ne avesse in serbo.Dunque, per arrivare ad una prima conclusione, credo che a partire da questi tre aspetti essenziali della questione si possa (e si debba) lavorare per ricercare un´;adeguata soluzione formale ad un Codice etico da applicare alla politica, con il che si renderebbe al Paese un servizio inestimabile che, ne sono certo, i cittadini non mancherebbero di valutare positivamente.Alessandro Bianchi, Rettore dell´Università Mediterranea di Reggio Calabria