UN PROCESSO E UN GIUDICE DI CUI….

UN PROCESSO E UN GIUDICE DI CUINESSUNO PARLAIn Italia in molti parlano di De Magistris. Anche Luciano Violante in termini negativi durante la sua lezione a Fiuggi al corso degli aspiranti giornalisti. Un bel coraggio per chi ha interpretato il ruolo del giudice politicizzato che approda in Parlamento orientando inchieste che hanno turbato non poco l’Italia. A Palermo hanno invece sospeso dalla polizia per motivi poco chiari Gioacchino Genchi diventato pericoloso per servizi segreti e palazzi romani.Ci sono questioni palermitane di cui poco si occupano in Italia. C’è un processo siciliano che si svolge a Bologna per quelle strane questioni che accadono nel nostro paese. Ne scrive qualcuno. Repubblica edizione di Palermo, il Corriere della Sera nei suoi risvolti più farseschi. Non si vede in televisione perché certe notizie non interessano agli editori. Tra l’altro i giornalisti neanche possono entrare in aula perché accusa e difesa hanno deciso che è meglio così.Alla sbarra con l’accusa di estorsione si trova Massimo Ciancimino, figlio di don Vito, celebre sindaco andreottiano condannato per mafia. Uomo della zona grigia che fu molto attivo nella trattativa tra Stato e Cosa Nostra dopo la morte di Giovanni Falcone. Un altro sipario calato su una vicenda che crea nubi oscure sulla morte di Paolo Borsellino che si opponeva a quel trattare con Totò Riina. Troppo fatti in questo processo di Bologna sui misteri palermitani . Massimo Ciancimino anche ieri ha ricostruito una rete di affari occultì che facevano capo a suo padre e parla dell’ imprenditore Ezio Brancato e della moglie Maria D’Anna con i quali avrebbe costituito la società Gas, venduta in seguito a un gruppo di spagnoli. Tralasciamo i coinvolgimenti del parlamentare del Pdl Carlo Vizzini, già segretario nazionale del Psdi, che ha querelato il giovane Ciancimino , vistoche lo accusa di essere in società con tanta brava gente.Ieri a Bologna si è appreso altro sulle nuove inchieste di alcuni magistrati palermitani. E’ stato acquisito un verbale di non poco conto, redatto di recente nello scorso febbraio, dove un ex primario dell’ospedale Civico di Palermo afferma che alla fine degli anni Ottanta, ha visto a cena a casa dell’allora “ministro dei lavori pubblici» di Cosa nostra, il celebre Angelo Siino, il magistrato Giusto Sciacchitano, all’epoca sostituto procuratore a Palermo. Il magistrato guarda caso è stato consuocero di Brancato, perchè il figlio ha sposato Monia Brancato che adesso è parte civile nel processo a Ciancimino. L’ex primario (non quindi il solito assassino pentito che vuole confondere le acque) si chiama Vincenzo Alessi e queste notizie le ha fornite al sostituto procuratore Nino Di Matteo il 10 febbraio scorso, nell’ambito del processo all’ex deputato regionale siciliano Giovanni Mercadante accusato di mafia.Ma chi è Giusto Sciacchitano? Un procuratore nazionale antimafia. Che all’epoca dei fatti, quando si sarebbe recato a casa di Siino, era uno dei sostituti procuratori più anziani di Pietro Giammanco, il procuratore della Repubblica che rese dura la vita a Falcone e Borsellino. Sciacchitano quando mori Borsellino era nella sede del Fbi. Scrisse un ricordo strappalacrime di quei momenti. Perché a Palermo tutto si confonde nel presente e nel tempo.Massimo Ciancimino dopo aver parlato degli affari e le vicende milionarie della società Gas che si dipanano tra Russia e Spagna è stato denunciato per estorsione da Monia Brancato, ex nuora del magistrato. E’ una storia per milioni di euro quella che interessa questa alta borghesia palermitana. A complicare le questioni ci si è messa anche una puntigliosa avvocatessa siciliana, Giuliana Livrieri che a Caltanissetta ha denunciato i magistrati che indagavano su Ciancimino e anche Sciacchitano. L’avvocatessa sostiene nelle sue denunce che Giusto Sciacchitano si sarebbe adoperato per «proteggere» la famiglia Brancato dall´inchiesta «grazie anche al suo ruolo istituzionale e alle sue personali relazioni e conoscenze all´interno della Procura di Palermo». Ci auguriamo che la Giustizia italiana consegni la giusta autorità al Procuratore nazionale antimafia e accerti quanto è accaduto.Il giornalista che ha memoria ha l’obbligo di ricordare alcune questioni ai suoi lettori che fanno parte della storia umana e professionale di Giusto Sciacchitano. Una vicenda antica e legata al giudice Costa, magistrato ucciso dalla mafia a Palermo. Era il Procuratore della Repubblica. Uno che il 9 maggio del 1980 convoca tutti i suoi sostituti e chiede di firmare 55 ordini di cattura. Il magistrato ha un rapporto esplosivo sui misteri di Palermo. Quel giorno Sciacchitano fu molto garantista davanti al suo capo. Probabilmente è lui che disse a Costa: “Allora se li firmi lei». E così fu infatti. Il procuratore Giusto, con drammatizzazione tutta siciliana, subito dopo quella riunione fece in modo che la notizia si conoscesse. Tre mesi dopo Costa era un cadavere eccellente a Palermo. Queste vicenda il figlio del giudice, l’avvocato Michele Costa, non l’ha mai dimenticata. Per questo motivo quando Sciacchitano si candida alla Procura Nazionale Antimafia, prende la penna e segnala quei fatti palermitani del 1980 al presidente Scalfaro e al Csm. Siamo nel 1992. L’eco delle stragi mafiose è forte. Si deve prendere atto di quella contraddizione. A Sciacchitano si riconoscono “eccellenti qualità” ma l’incarico non può essere assegnato. Andrà meglio avanti. A normalizzazione siciliana avvenuta. Giusto Sciacchitano può lavorare alla Procura Nazionale Antimafia. L’avvocato Michele Costa è uno dei pochi che segue con costante attenzione il processo di Bologna a Massimo Ciancimino. di Paride Leporace