Un´articolo di Genchi su Why Not

Com’è noto, da alcuni mesi, in Calabria, mi sto occupando di alcune indagini del Pubblico Ministero Luigi de Magistris.In verità, in Calabria, mi sono occupato e mi sto occupando anche di altro.Stragi, omicidi, indagini di mafia, con ergastoli e condanne per centinaia e centinaia di anni carcere.Insieme a queste l’arresto di pericolosi latitanti e alcune assoluzioni, di imputati in carcere per anni, riconosciuti innocenti grazie al mio lavoro.Di questo, ovviamente, nessuno ne parla.I procedimenti del Pubblico Ministero de Magistris, invece, guadagnano il proscenio, come se gli unici problemi della Calabria fossero de Magistris, con le sue indagini.Già solo a pensare a questo ci sarebbe di che riflettere.Riflettere su una polemica e sulle disinformazioni che l’accompagnano, con l’intento di mistificare la verità e allontanare l’attenzione sui più gravi e reali problemi della Calabria.Tirato in ballo in una vicenda che mi vede impegnato come consulente di un magistrato della Procura di Catanzaro, sono costretto a difendermi, sottraendo tempo prezioso al mio lavoro.Invero nei avrei fatto volentieri a meno.Mi sorprende pure che l’attacco provenga da un uomo navigato come Mastella.Probabilmente di “Giustizia” se ne occupa da poco, ma nessuno può dire che con la politica abbia cominciato ieri.Di certo, nella vicenda de Magistris ha sollevato inutili polveroni.Non sarebbe stato nemmeno necessario un lungo rodaggio in “Via Arenula”, per rendersi conto che stava sbagliando.Lo stesso ha fatto con me dopo che l’indagato Luigi Bisignani – risultato in contatto col suo cellulare – era entrato in qualche modo nell’indagine della Procura di Catanzaro.Le anticipazioni che ho scritto nella relazione “Bisignani”, pubblicata dal sito “radiocarcere”, lo hanno fatto imbestialire.Nella mia relazione lui non era accusato di nulla. Eppure è andato in escandescenza, più degli indagati, che invece sono rimasti in silenzio, difendendosi nelle sedi processuali.Non si può dire se la diffusione di quella relazione sia stata programmata ad arte.Può darsi pure che gli interessi di qualcuno, siano quelli di strumentalizzare l’indagine di Catanzaro. Può darsi anche che abbiano cercato di colpire me, o il giudice Luigi de Magistris, o entrambi.Quella indagine autorizza a formulare più di una congettura.Non mi sentirei nemmeno di escludere – per onestà – che qualcuno abbia voluto tendere una trappola a Mastella.Su questo nessuno più di lui può meditare, anche dopo le ultime esternazioni sulle richieste di trasferimento esplorativo del Pubblico Ministero de Magistris.Certo è che, poco dopo la pubblicazione della relazione “Bisignani”, Mastella è andato su tutte le furie. E ha dato del “mascalzone” a chi aveva fatto diffondere sul Web di “radiocarcere”, il numero del suo cellulare.Ha addirittura paventato il rischio di attentati terroristici, ed ha auspicato l’intervento del Ministro dell’Interno.Va da sé che qualche cellulare l’ho maneggiato e di qualche attentato stragista mi sono pure occupato: ma non riesco ancora a capire come si possa attentare alla sua vita, conoscendo il solo numero del cellulare.Condivido, però, la pretesa che quel numero non finisse in Internet, alla mercé di potenziali molestatori.La privacy del Ministro andava salvaguardata.Invero, nella copertina della relazione “Bisignani” – redatta per esclusivo uso processuale – se ci si fa caso, di numero di cellulare c’era pure il mio, con tanto di indirizzo di studio, numero di rete fissa, e-mail e pure il codice fiscale (Frontespizio del file PDF pubblicato da “radiocarcere”).Né il suo, né il mio, né altri numeri di cellulari di chicchessia, era giusto venissero diffusi in un sito Web.Per sanzionare la violazione non è nemmeno necessario far ricorso alle prerogative del parlamentare, dato che il diritto alla privacy va tutelato a qualsiasi cittadino.Spero solo che Mastella non volesse riferirsi, con i suoi discorsi, all’impossibilità di valutare e considerare in un contesto investigativo preliminare, i contatti di indagati con un parlamentare (quelli intercettati e quelli che scaturiscono dai tabulati indiretti), salva la possibilità di richiedere l’autorizzazione al Parlamento ad utilizzarli, ove di confermata utilità.Questo l’ho scritto e ribadito più volte in quella relazione, anche se nessuno fino adesso mi ha dato atto dell’assoluta correttezza di quelle argomentazioni e della essenziale linearità, con la quale ho trattato la posizione del Ministro.Vorrei chiarire meglio che, nella esplicazione di quei riscontri, era imprescindibile riportare nella relazione il numero del cellulare del Ministro e quello di Bisignani, proprio nella prospettiva di potere consentire alla difesa ogni tipo di verifica e di eccezione.Proviamo a immaginare se il cellulare di Mastella, o quello di Bisignani, fossero stati in uso alle rispettive colf, o agli autisti.Vero è che la validazione del numero partiva dall’intercettazione con Saladino, per arrivare ai tabulati di Bisignani e ritornare alle “agende” di Saladino, dove quel numero era stato annotato in più occasioni.In tutti i casi – comunque si consideri il riscontro – era indispensabile riportare il numero del Ministro, in un atto processuale che era destinato a rimanere segreto e comunque a non essere diffuso sul Web, come il numero del mio cellulare.Ma, di certo, la relazione “Bisignani” non poteva essere pubblicata integralmente, come invece ha fatto “radiocarcere”.Ma già se si considerano i commenti di “radiocarcere” alla pubblicazione, ci si rende subito conto che chi lo ha fatto non è certo amico mio, né tanto meno del dr. Luigi de Magistris: per settimane le critiche legittime su quel sito sono state accompagnate da insulti, senza alcuna possibilità di replica. Con de Magistris, per giorni, ci siamo pure contesi la “Pantegana d’oro”, soggiacendo alle poco lusinghiere considerazioni del redattore Riccardo Arena. Alla satira sono abituato è quando è saputa fare mi fa pure ridere.La relazione, invero, era stata tolta dal sito dopo circa un’ora: giusto il tempo di battere le agenzie con le colleriche indignazioni del ministro Mastella, prontamente rilanciate sul Web del Corriere della Sera e da tutte le testate nazionali il giorno dopo.Una volta tanto, però, siamo stati fortunati.Grazie all’arguzia e alla prontezza di un giovane cronista de “Il Giornale” – che ha scaricato per tempo il file della relazione – oggi siamo in condizione di capire quello che è successo.E’ così che è saltato fuori l’imbroglio, nel quale Mastella è continuato a cadere – spero per lui senza saperlo – fino all’ultima apparizione a “Porta a Porta”.Infatti, quello che voleva forse essere solo lo scoop di “radiocarcere”, ha evidenziato tutta la malafede di chi lo aveva ordito e ancora peggio di chi aveva gridato allo scandalo, ipotizzando un complotto mediatico diffamatorio.In questo caso, per intenderci, il complotto sarebbe stato fra il “mascalzone” – da scegliere fra il consulente ed il Pubblico Ministero – e il giornalista che aveva diffuso la relazione.Si dà il caso, però, che nella relazione del 25ᆛ��, diffusa sul file PDF da “radiocarcere” intorno alle 18:00 del 27ᆛ��, sia rimasta attaccata la lettera di trasmissione del Pubblico Ministero de Magistris al Tribunale del Riesame di Catanzaro.Nella lettera c’è pure l’intestazione dell’Ufficio, la data del 26ᆛ��, l’ora delle 12:36 e la firma del magistrato.In calce alla lettera, poi, c’è il timbro di deposito del Tribunale del Riesame di Catanzaro, con la data del 26ᆛ�� e l’ora delle 12:36, oltre alla firma del cancelliere del Tribunale, che quel giorno e a quell’ora ne ha ricevuto l’originale ed attestato il deposito (Vedi PDF).L’udienza, infatti, era fissata per il giorno 27ᆛ��.Dalle 12:36 del 26ᆛ��, quindi, la relazione è stata messa a disposizione dei difensori dell’indagato Luigi Bisignani, che ne hanno ricevuto copia prima dell’udienza.Né io, né la segreteria del P.M. Luigi de Magistris, potevamo avere copia di quel foglio, con quel timbro, diffuso da “radiocarcere”.Dopo l’udienza del 27ᆛ��, nel pomeriggio, “radiocarcere” ha diffuso la relazione con il numero del cellulare del ministro, dimenticando di togliere la copertina e la lettera di trasmissione con i timbri di deposito, che attestavano in modo incontrovertibile la provenienza dell’atto (Vedi PDF).Come a dire che il diavolo fa le pentole, ma spesso dimentica di fabbricarci i coperchi.Bene. Senza curarsi di nulla, il ministro Mastella ha gridato allo scandalo, addebitando al magistrato di Catanzaro ed al suo consulente la propalazione del proprio cellulare.Da lì sono partite altre accuse, fino al punto che oggi Mastella mi ha definito in conferenza stampa “Licio Genchi”, con un evidente accostamento al “maestro venerabile”.Mastella non si è fermato qui. Mi rendo conto che ha dell´;inverosimile, ma quella che si sente nel file audio del link è la voce del Ministro della Giustizia della Repubblica Italiana – in carica – che parla di un consulente dell´;Autorità Giudiziaria che – a parte le indagini di de Magistris – è in questo momento impegnato in Calabria, come in altre regioni di Italia, in indagini su fatti per ben più gravi e rilevanti di Why Not.I giornali sono stati bombardati dei miei guadagni per miliardi e dei “milioni di euro” che mi avrebbe liquidato il Pubblico Ministero de Magistris, per indagare su alcuni conoscenti di Mastella.Fantasie!I miei introiti di consulente sono noti: le liquidazioni dei magistrati vengono persino notificate agli imputati, alle persone offese e alle altre parti del processo, prima che vengano emessi i mandati di pagamento.Chiunque può proporre opposizione. E si dà il caso che nessuno lo abbia mai fatto.Né le persone offese, né gli imputati: anche quando con le mie consulenze sono stati condannati all’ergastolo.Il che conferma quanto corrette siano le liquidazioni dispostemi dai magistrati di tutta Italia, che non sono certo un esercito di “associati a delinquere”, col solo fine di farmi arricchire.I costi delle indagini tecniche che ho curato sono i più bassi – in assoluto – fra quelli di ogni processo penale, dove vi sono intercettazioni, impianti tecnologici, perizie contabili ed altro.A ciò si aggiunga che tutti gli incarichi da me svolti, vengono espletati solo a richiesta e sotto il diretto controllo dei Magistrati e degli organi giurisdizionali dello Stato.Gli esiti della mia attività vengono integralmente ostesi alle parti processuali.I relativi contenuti vengono riverificati da periti terzi e dai consulenti di parte e su tutto si svolgono delle assai approfondite verifiche dibattimentali.Le pronunce giudiziarie, i riconoscimenti e le attestazioni di stima che, da un ventennio, hanno segnato il mio percorso personale e professionale, né sono un tangibile riconoscimento.Ecco perché penso che il miglior modo di considerare il mio operato, sia quello di rifarsi agli atti processuali dove questo è stato valutato.A parte i risultati del mio lavoro – consacrati nelle centinaia di ordinanze, di sentenze e di pronunce della Suprema Corte – vanno considerati gli ingenti introiti per lo Stato, che seguono alla condanna degli imputati di mafia.Mi riferisco ai sequestri ed alle confische dei patrimoni mafiosi.Giusto per fare un esempio, cito la consulenza svolta qualche anno addietro per la Procura Antimafia di Palermo, sull’esame dei computer sequestrati a Pino Lipari, il custode dei beni di Bernardo Provenzano, già capo incontrastato di “Cosa Nostra”.In quei computer – che altri prima di me avevano esaminato accuratamente – sembrava che non vi fosse nulla di interessante.Ma dopo un certosino lavoro, con sistemi all’avanguardia abbiamo recuperato da quei pc alcuni frammenti di spool di stampa di file, con le lettere di risposta ai “pizzini” di Bernardo Provenzano.Oltre ai riferimenti a nomi, luoghi e persone – del tutto sconosciuti fino ad allora – abbiamo recuperato l’elenco di una serie infinita di beni immobili, intestati ad ignoti prestanome: negozi, appartamenti, ville e terreni per milioni e milioni di euro. Tutti in mano alla mafia che li amministrava.Tutti quei beni – con un costo di poco superiore ai tremila euro per la mia consulenza – sono stati prima sequestrati, poi confiscati ed infine assicurati al patrimonio dello Stato.Ma c’è di più. La mia consulenza allo Stato non è costata nulla.Nemmeno i tremila euro che mi avevano liquidato i P.M.In una analoga consulenza di qualche anno prima era stato individuato e sequestrato tutto il patrimonio di Buscemi.Vero è che i costi sono stati anticipati dall’Erario, ma è anche vero che sono stati addebitati – con gli interessi e le altre spese del giudizio – agli imputati (tutti) condannati.Per quella consulenza il mensile Polizia Moderna mi ha dedicato un lungo articolo, nel numero che, vedi caso, commemorava in copertina il grande Arnaldo La Barbera, con il quale iniziai a collaborare, ai tempi di Falcone e Borsellino.Non voglio certo fare della piaggeria. Né come un “nano” mettermi al confronto con un “gigante” come Mastella.Rifletta bene il Senatore Mastella: grande o piccola che sia – di Castelbuono o di Ceppaloni – ognuno di noi ha la sua storia.O meglio, ognuno di noi è la sua storia!Le ulteriori maldicenze sui miei redditi denotano poi come il ministro sia proprio a corto di argomenti.In diversi giornali calabresi e nazionali sono spuntate cifre da vera e propria lotteria.Hanno conteggiato tutti i costi sostenuti dalla Procura Generale di Catanzaro, e hanno detto che quelle erano le liquidazioni di de Magistris per le mie parcelle. Nientemeno.Perché sia chiaro – e sfido chiunque a dimostrare il contrario – il giudice de Magistris non mi ha ancora liquidato un solo centesimo di euro per il mio lavoro!Nemmeno il rimborso del traghetto, da Messina a Villa San Giovanni, quando con la mia macchina mi sono recato la prima volta a Catanzaro, per assumere l’incarico.Sapevo, inoltre, che accettare incarichi giudiziari da de Magistris, per le inchieste “scomode” che stava facendo, non mi avrebbe arrecato alcun vantaggio.Qualcuno – che vuole bene a me e che stima molto de Magistris – mi aveva pure messo in guardia.Avrei potuto continuare ad occuparmi di rapine, mafia ed omicidi.Mi chiedo se sia anche per questo che qualcuno voglia fermarmi.Se non c’è qualche altra indagine più importante, di cui mi sto occupando, che forse fa paura a qualcuno.Non ho paura delle minacce e ho la coscienza a posto.Ho sempre messo nel conto i rischi del mio lavoro.Invero, non avevo mai considerato quello di essere sequestrato, a scopo di estorsione.Con i milioni di euro che Mastella mi attribuisce di avere ricevuto da de Magistris, andare in Calabria diventa pericoloso anche per questo!A parte l’ironia, questo è il mio lavoro e ne sono fiero.Non ho mai scelto gli incarichi giudiziari per mero tornaconto personale.Non ho mai considerato il colore politico, la religione o la carica istituzionale degli indagati di cui mi sono occupato, dagli extracomunitari ai politici eccellenti, dai magistrati agli uomini delle istituzioni, ai mafiosi, ai pedofili ed agli stragisti.L’onestà del mio approccio “laico” con le cose e la mia assoluta indipendenza, mi hanno portato a non innamorarmi mai delle indagini, a non sposare tesi precostituite, ma al contempo a non avere paura di nessuno.Lo stesso dicasi nei miei rapporti coi Magistrati. Non mi sono mai fatto scrupoloso di dissentire da certe loro iniziative, anche clamorose, sia pure nell’assoluto rispetto dei ruoli e delle prerogative di ciascuno.Non ho mai piegato la verità che ho contribuito ad accertare ai “desiderata” dei Magistrati che mi avevano conferito gli incarichi, né tanto meno di oscuri soggetti che possono avere ispirato certe indagini, con una malafede che talvolta ha travalicato le stesse condotte – obiettive – degli indagati.Chi mi conosce sa come sono fatto e in pochi hanno creduto alle accuse di Mastella.Da alcuni miei conoscenti – che pure stimano Mastella – mi sono giunti sinceri attestati di solidarietà e di forte preoccupazione, per la deriva che il ministro stava prendendo contro di me.Nella mia vita, come nel mio lavoro, posso avere commesso tanti errori.Mai, però, ho pensato ed ho agito per partito preso.Nel fare questo mi sono lasciato sempre guidare dalla mia coscienza.Sono stato tenace in ogni indagine, ma ho avuto pure l’umiltà ed il coraggio di fare qualche passo indietro, con la stessa determinazione con cui lo avevo fatto in avanti.In tutto questo ho cercato di garantire al mio lavoro ed alle mie scelte un assoluta indipendenza.Non ho avuto paura di niente e di nessuno, quando ho intrapreso le mie indagini.Non mi sono più di tanto curato della mia incolumità, ma ho sempre preservato la libertà del mio pensiero.E’ rimasta scolpita nei miei ricordi la dedica di un libro, donatomi da un grande poliziotto: «Vivi come se dovessi morire subito, pensa come se non dovessi morire mai!».A quelle parole ed a quell’insegnamento ho uniformato la mia vita e le mie idee.E se un uomo non è disposto a rischiare qualcosa per le sue idee, o le sue idee non valgono nulla, o non vale niente lui!Gioacchino Genchihttp://www.gioacchinogenchi.it/