Verso il Partito Democratico

Eugenio Scalfari non è tenero con il Governo e qualche ministro ammette pubblicamente che in effetti i problemi ci sono, che la percezione che si ha nel paese della vita dell´esecutivo è quella prospettata su Repubblica.Rutelli e Fassino fanno finta di dire le stesse cose sul Partito Democratico, mentre c´;è chi sentenzia che i Ds ancora devono mostrarsi meno egemonici prima che il nuovo soggetto politico nasca. Chiamparino, sindaco Ds riconfermato di Torino, si schernisce: “io sono uomo di centro”, e Veltroni, ma non è una novità, dichiara di non sentire particolari legami di appartenenza partitica.C´è un nesso fra qualche imbarazzo nelle azioni di governo e il quadro politico che è lecito pensare si stia delineando all´orizzonte? I governi di coalizione devono fare i conti con le richieste dei singoli partiti, perciò qualche sfrido di natura cencelliana non scandalizzi più di tanto; l´eredità berlusconiana è a dir poco pesante, soprattutto sul versante economico e internazionale, per cui attendersi assestamenti e rotte stabili dal governo è cosa opportuna e desiderabile, ma difficile nell´immediato. Ciò detto, cosa accadrebbe se fossimo in presenza di un sistema politico più razionale e più rispondente alla società italiana d´oggi? Se il riformismo è la bussola condivisa, allora il partito democratico – anche se a qualcuno non piace il nome – è lo sbocco necessario. Che fine farebbero le radici, le tradizioni, la storia dei partiti confluenti? Dovrebbero essere l´;humus, il substrato e la cornice del nuovo partito, una volta assodato che quelle letture, quelle coordinate, quei modi d´intendere e fare politica, pur conservando valore, valori, in sè, necessitano di nuove stagioni, nuove carte costituenti, nuovi protagonismi. Ma chi si oppone e perchè? Intanto chi vuole conservare rendite di posizione non ugualmente spendibili nel nuovo partito, quindi chi ritiene che un´appartenenza positiva a certe bandiere non possa essere cancellata, ancora: chi vede il sole dell´avvenire come, ancora, approdo praticabile e non già solo meta di riferimento. Nel frattempo, ed è la partita che più conta, s´ispessiscono le fila di Ds e di Margherita, che vogliono andare all´appuntamento fondativo ciascuno più forte dell´altro, sì da far valere truppe e patrimoni in misura prevalente verso l´alleato-concorrente. Stride qualcosa in questo panorama sommario, che pure delinea la possibilità concreta di legare un´azione di governo a un sistema di partiti più omogeneo e meno competitivo, oltre a diffondere nel paese una cultura più coesa e partecipata, quella cioè del partito democratico? C´è, ed è almeno di duplice segno. Il rischio da un lato d´un asse Ds-Margherita, con gli altri ai margini o fuori, e dall´altro l´inerzia, la quasi totale assenza di iniziative in periferia. Mentre per la prima questione il duopolio, se pure al suo interno concorrenziale, rimanda a passate stagioni politiche, con il loro carico di incompiutezze se non di negatività, e come tale necessita di un diverso dispiegare di confronto e azioni politiche, per far sì che il coinvolgimento esca fuori dal tete-a-tete, per la periferia il ragionamento da sviluppare riguarda diversi livelli. Il primo: che si fa, si aspetta il via libera dalle segreterie nazionali e lo si clona, in scala, sul territorio, pensando che una procedura burocratica basti? Il secondo: c´è la consapevolezza e la condivisione che il percorso da compiere è questo, o no? Il terzo: se tutto promana da Roma qual è il ruolo e il protagonismo, dal basso, che dovrebbe essere il motore del nuovo partito?Ci sono impacci e lacci lungo la strada del partito democratico; se è vero che occorre marciare verso questa meta occorre introdurre non tanto accelerazioni o scorciatoie quanto robusti e convinti elementi d´analisi e proposta politica, a partire dalle realtà periferiche, a partire da noi: vogliamo farlo?Massimo Veltri