Cosenza, la paura silenziosa delle donne e quella sensazione che non è più la stessa
di Rossana Battaglia
Una mia amica mi ha raccontato di aver cambiato turno in palestra.
Non per lavoro, non per esigenze familiari. Ha smesso di allenarsi la sera e ha scelto il mattino.
Il motivo?
Ha paura a rientrare a casa, a percorrere alcune strade di Cosenza quando è buio.
È una frase semplice, detta quasi con pudore. Ma è una frase che pesa.
Ho ripensato ai miei anni trascorsi tra le Autolinee e piazza Loreto. Zone vissute, attraversate a tutte le ore, spesso rientrando tardi. Mi sono sempre sentita al sicuro. Non incosciente. Semplicemente libera. Libera di camminare, di scegliere l’orario, di non dover calcolare il tragitto in base alla luce o alla presenza di altre persone.
Oggi, invece, qualcosa è cambiato.
Non so dire con esattezza se siano cambiati i numeri, le statistiche, la percezione o il racconto mediatico. So però che è cambiato il sentimento. E quando cambia il sentimento collettivo, cambia la qualità della vita.
La paura non sempre nasce da un fatto concreto. A volte nasce da episodi raccontati, da sguardi insistenti, da zone lasciate al degrado, da quella sensazione di vulnerabilità che le donne imparano presto a riconoscere. Una vulnerabilità che non riguarda solo la sicurezza urbana, ma una condizione culturale più ampia.
Perché la questione non è soltanto “Cosenza è più insicura?”.
La questione è: perché una donna deve modificare le proprie abitudini per sentirsi tranquilla?
Cambiare turno in palestra sembra una scelta piccola. In realtà è una rinuncia silenziosa. È un pezzo di libertà che si sposta, che si restringe. È l’ennesimo adattamento femminile a un contesto percepito come potenzialmente minaccioso.
La città, quando è davvero tale, appartiene a tutti nelle stesse condizioni.
Se una parte della popolazione deve ricalibrare orari, percorsi, abiti, modalità di rientro, allora non siamo davanti a una semplice questione di ordine pubblico. Siamo davanti a una questione di equità.
La condizione della donna oggi, in Italia e non solo, è fatta di grandi conquiste e piccole paure quotidiane. Lavoriamo, guidiamo, decidiamo, studiamo, insegniamo. Eppure continuiamo a condividere tra amiche la posizione in tempo reale quando rientriamo la sera. Continuiamo a stringere le chiavi tra le dita come fosse un gesto automatico di difesa. Continuiamo a guardare dietro di noi.
Non è allarmismo. È realtà vissuta.
Forse il punto non è chiedersi se “si stava meglio prima”, ma interrogarsi su che tipo di città vogliamo oggi. Illuminazione adeguata, presidio del territorio, cura degli spazi pubblici, ma anche educazione al rispetto, contrasto alla cultura della sopraffazione, responsabilità collettiva.
Perché la sicurezza non è solo assenza di reati.
È presenza di fiducia.
E la fiducia si costruisce quando nessuna donna deve cambiare turno in palestra per sentirsi libera di tornare a casa.
